<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890</id><updated>2011-12-01T06:20:42.184-08:00</updated><category term='sao luis'/><category term='pioggia'/><category term='san paolo comuna urbana jandira'/><category term='mafia'/><category term='sudafrica mondiali'/><category term='mozambico terra'/><category term='istanbul'/><category term='demet demir'/><category term='amazzonia'/><category term='rosarno'/><category term='la Avana'/><category term='roma 14 dicembre'/><category term='mia couto mozambico elezioni africa'/><category term='castelvolturno'/><category term='mozambico viaggi isola'/><category term='zimbabwe colera mugabe'/><category term='migranti'/><category term='saviano'/><category term='giovani'/><category term='l&apos;avana'/><category term='serebotola'/><category term='cuba'/><category term='regina della pioggia'/><category term='policia pacificadora'/><category term='Umberto Fusaroli'/><category term='transexual'/><category term='zimbabwe'/><category term='argentina'/><category term='africa'/><category term='sudafica zuma ANC elezioni'/><category term='sudafrica aids'/><category term='radio kairos'/><category term='vicoli'/><category term='mozambico profughi'/><category term='malecon'/><category term='dittatura'/><category term='favelas'/><category term='genova'/><category term='mozambico'/><category term='resistenza'/><category term='desaparecidos'/><category term='rio de janeiro'/><category term='lucilla'/><category term='viaggio'/><category term='ruanda'/><category term='ricordi'/><category term='brasile'/><title type='text'>veni,vidi,raccontai</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>33</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-9218342506042296667</id><published>2011-11-08T08:05:00.000-08:00</published><updated>2011-11-09T09:50:24.742-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cuba'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pioggia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='malecon'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='la Avana'/><title type='text'>C ´ e´,ancora oggi, a L´avana</title><content type='html'>Nonostante tutto c'e', ancora oggi, l'Avana.&lt;br /&gt;E' ancora li', qui, con tutta la sua randagia bellezza e la sua miriade di personaggi in cerca d'autore;con i suoi muri scrostati che parlano e ricordano scene erotiche consumate a discapito dell'intonaco; del suo odore puzza e profumo di benzina creata ad arte da alchimisti senza la gloria che avrebbero meritato.&lt;br /&gt; Col suo rumore perenne di motori ingolfati e antichi, con le sue macchine americane anni trenta quaranta cinquanta alla faccia dei pochi gatti havaneros e delle loro molteplici vite. Con la sua frutta a buon mercato, il suo sesso a pagamento, la sua allegria musicale troppo spesso mascherata da superficialita' da grattare via  con uno sguardo disarmato, che disarmi. &lt;br /&gt;L'avana col suo lungomare piu' bello del mondo, dove nei giorni di vento i bambini sostituiscono i pescatori sul muretto che separa le donne dalle sirene, a giocare con le onde che ci si infrangono contro per poi innalzarsi verso il cielo, fatte spumosi fuochi d'artificio. &lt;br /&gt;C'e' ancora l'avana, e c'e' ancora la sua testarda rivoluzione, che avrebbe potuto essere meglio;  che avrebbe potuto anche essere molto peggio. C'e'nell'aria dell'Avana una tristezza, quella che tante persone debbano essere prigioniere di un sistema giusto. Ma c'e' anche, e soprattutto, la tristezza che la garanzia vitale del minimo garantito per tutti abbia coltivato una serpeggiante avidita' che, in misura diversa, ammorba un popolo intero, elevata a sinistro marchio di fabbrica (un simbolo del dollaro cucito sul retro delle orbite, a filtrare ogni sguardo). Un peccato, una lezione che forse dice qualcosa sull'essere umano di qualsiasi latitudine. E non e' qualcosa di buono. &lt;br /&gt;Eppure ci sono, ancora oggi, le perle. Quelle che ho raccolto in qualche settimana di vita  nel Centro Havana, il cuore piu' vero e manifesto della citta', e come tutti i cuori: crudele, dolce, infame, meraviglioso. Folle di una follia che a volte luccica di rassicurante magia, ma che altre va fatta scorrere senza guardarla, perche' ci sono storie e territori che non solo non si possono capire; si possono a malapena ascoltare.&lt;br /&gt;Ad esempio  c´e´, ancora oggi, a l´avana...Fara. &lt;br /&gt;Fara che e´diventata una leggenda del quartiere San Leopoldo, vortice centralissimo a tre isolati dal malecon. Leggenda,dicevamo, da quando nel 1996 e´volata dal quarto piano del carcere, quello dove venivano rinchiusi omosessuali e travestiti, e gli infermieri che l´hanno raccolta dopo una visita sommaria l´hanno portata direttamente all obitorio. Ed e´li´che dopo qualche ora Fara si sveglio', si mise seduta e, pudica, si torno' ad avvolgere con il lenzuolo che le copriva le imprevista nudita´. Ed il custode si prese un tale spavento che non ebbe nulla da ridire che Fara uscisse sulle sue gambe, e coperta dal lenzuolo uscisse a respirare la notte della sua Avana, e camminasse come un fantasma per le sue strade deserte. E la leggenda vuole anche che, dopo tanto deambulare stordito e claudicante, Fara decidesse infine di andare a casa, dove ci si preparava mestamente ad accogliere il corpo e a vegliarlo poiche´la notizia del trapasso aveva fatto da aperitivo alla cena, ed entrando esclamasse ´´non gettate le corone di fiori che arriveranno domattina, le vendero´e mi ci comprero´vestiti da signora. Nemmeno da morta avrei taciuto il mio essere donna, nemmeno con le labbra cucite come si cuciono ai morti´´. E da allora Fara e´assai rispettata nel quartiere e nessuno le nega una patata ripiena di carne tritata o un bicchierino di rum, poiche´non e´bene inimicarsi che si e´mostrato impermeabile al richiamo dell ´aldila´, e tuttora si prende gioco della morta sfoggiando beffarde cicatrice a forma di sorriso. &lt;br /&gt;E la prima volta che l'ho incontrata camminava scalza  per la calle San Lazaro, e per prima cosa ho pensato che anch'io, se non fosse per quella sorta di magnete che ho sui talloni e che attira i vetri rotti, camminerei cosi'per le strade e per i tetti de la avana: silenziosa come chi vuole sentire senza essere sentito, vigile e veloce come un gatto.  &lt;br /&gt;E nonostante tutto c'e' ancora, a l'Avana...la pioggia. &lt;br /&gt;La pioggia che quando cade coglie tutti di sorpresa, inonda le strade, sgocciola sui letti imbarcati del centro Avana. E la gente, abituata si' alle tempesta ma non curiosamente alla possibilita´di bagnarsi, corre a ripararsi sotto la prima veranda, e fra perfetti estranei, in attesa di una tregua del cielo, si parla del piu' e del meno, di boxe, di pettegolezzi, di come aggirare la penultima legge. E appena il cielo riprende fiato prima di tornare a starnutire ci si saluta per sempre, come se invece che sotto a una qualsiasi veranda si fosse stati bloccati con altri estranei in un ascensore sospeso fra due strati del tempo, quello in cui ci si bagnava anche la testa e quello in cui invece ci si bagnano solo i piedi.  &lt;br /&gt;C´'e' ancora oggi, a l'avana, Magalita.&lt;br /&gt;Magalita disturbata nel suo sonnelino pomeridiano dal nuovo marito, che vagamente arcigno le dice: ''senti, c'e´una giovane italiana alla porta che sostiene di essere stata qui nove anni fa e chiede di te e del tuo ex marito'', Magalita che spalanca gli occhi ed esclama: ''Serena Corsi!'', e si precipita a raccontarsi e ad ascoltare le peripezie della ragazzina hippy che  all'epoca dei fatti rievocati si guardava intorno disorientata da cosi' tanti negri alla fermata dell'autobus. &lt;br /&gt;C'e' ancora, a l'avana, Yoel, che di questi nove anni ne ha passati otto in galera, e lo dice scrollando le spalle e scuotendo la testa come se volesse scusarsi della brutta figura: eppure e' ancora lui, con la sua irrequietezza cronica e la sua generosita' sconfinata da bandolero stanco, il suo viso smunto da uomo senza sonno e la sua ingenuita´malinconica, che lo lascia spaesato a stupirsi che tutti siano cosi' cambiati e cosi' cresciuti mentre lui non poteva fare altro che rimanere immobile ad aspettare.&lt;br /&gt;C'è' Gabriel, con cui all'epoca mi sbaciucchiavo sotto gli alberi immensi del Vedado, che e' diventato un sociologo calvo e che racconta episodi bellissimi sull'amore tra i suoi genitori, di quegli amori che ne capita uno su un milione. &lt;br /&gt;c'e' Jesus, con la sua cicatrice dalla bocca all'orecchio e il suo passato da pirata urbano, animale e figlio sputato del centro avana, che a 13 anni perse la verginita´in un cinema mentre sullo schermo julio iglesias cantava idiozie e fuori si distribuivano secchi di latte casa per casa; a ventitre' anni gli riusci' la difficile impresa di ingravidare due ragazze duverse nello stesso mese e da allora ha vissuto di conseguenza, saltimabanco sulla sottile fune della legalita' cubana. Oggi ha 40 anni, e' un ex bandito che non vuole piu' saperne di droghe e di combattimenti tra cani,e anche se e' sempre l'ultimo a lasciare le feste )o forse proprio per questo) si sente molto solo e della vita trscorsa porta con se´una ferma convinzione (il cuore si graffia molte volte, ma sanguina una sola) e un sogno (cadere di faccia, almeno una volta nella vita, in un  mucchio di neve fresca). Intanto si prepara a interpretare se' stesso in un film di un regista russo a cui ha raccontato le cose piu' incredibili che gli sono successe; e non sono poche.&lt;br /&gt;Non  ci sono, a l'Avana,  Ernesto e Gilenys, fuggiti in Europa e respirare piu' liberta e piu' miseria, piu' denaro liquido e piu' barbarie.&lt;br /&gt;Chissa' che sensazione dara' a loro, mantenere una promessa e tornare un giorno, dopo tanto tempo, a l'Avana. &lt;br /&gt;(continua)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-9218342506042296667?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/9218342506042296667/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/11/c-eancora-oggi-lavana.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/9218342506042296667'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/9218342506042296667'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/11/c-eancora-oggi-lavana.html' title='C ´ e´,ancora oggi, a L´avana'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-3553171108733607792</id><published>2011-09-07T01:56:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T02:31:16.192-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='vicoli'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='genova'/><title type='text'>appunti su Genova</title><content type='html'>In questi vicol i topi hanno battuto i gatti. &lt;br /&gt;Una meretrice agè, seduta su una seggiola pieghevole da spiaggia, stende i piedi per controllarsi lo smalto e sospira. &lt;br /&gt;Una negoziante colombiana e una cliente ghanese si capiscono sul fatto che chi è rimasto in Patria non capisce quanto sia faticoso il lunario in italia. La ghanese esce dal negozio dopo aver ottenuto uno sconto sulla sporta di burro d'arachidi, cipolle e coriandolo.&lt;br /&gt;Al bar che fa angolo sulla Commenda di Prè un ecuadoriano cerca di dettare la schedina del totocalcio a un ricevitore cinese; le gag di incomprensione fanno ridere tutti gli avventori, e sorridere i due protagonisti. &lt;br /&gt;Nei parrucchieri africani le giovani fresche di tratta incontrano per la prima volta le loro Mamàn. &lt;br /&gt;Sotto i cornicioni, poliziotti in borghese e venditori di notizie succulente aspettano la prossima novità. Un cane sciolto ne incontra uno randagio.&lt;br /&gt;Insegne di macellerie in spagnolo, odore di carne d'agnello stufata e di orata fritta, mucchi di spazzatura e canti evangelici che la domenica mattina prendono il volo da finestre del terzo piano.&lt;br /&gt;Città di bellezza diffusa e di incanto a buon mercato, ma anche di incubi a cielo aperto in cui inciampare alla prima distrazione.&lt;br /&gt;Lavanderia a gettoni dove qualcuno, se potesse, si centrifugherebbe in carne ed ossa; frigoriferi da cui ammiccano succhi di guayaba fosforescenti, saturi di imbrogli dolcissimi.&lt;br /&gt;Un suonatore di violino ungherese, una bambina cinese a cui qualcuno ha messo in mano un'armonica a bocca; un call center battezzato, con desolato ottimismo, euro-bangla. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E in mezzo a tutto questo, e a tutto questo all'ennesima potenza, un fumante cappuccino italiano e un rettangolo di focaccia ligure, e chi lo sorseggia godendosi ogni scampolo di poesia che vede, anche quella che non c'è- meglio tralasciare il fatto che la poesia può anche essere oscura come la notte, e tagliente e spietata. Esserci, c'è sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una terrazza introdotta da una veranda in stile liberty, una vetrata affumicata verde con riccioli di ferro che copiano le bozze delle nuvole. &lt;br /&gt;Un bagno notturno come non capitava da tempo, per scoprire che quando il mondo emerso finalmente tace o quasi, quello immerso non è affatto silenzioso, ma risuona di bollicine intorno alle orecchie come se si fosse a mollo nello champagne.&lt;br /&gt;E che i poipi, tra tutti gli animali, sono quelli che hanno gli occhi più simili a quelli dell'uomo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-3553171108733607792?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/3553171108733607792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/09/appunti-su-genova.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3553171108733607792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3553171108733607792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/09/appunti-su-genova.html' title='appunti su Genova'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-1590587457402402448</id><published>2011-06-04T08:32:00.001-07:00</published><updated>2011-06-04T08:34:27.495-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='serebotola'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='brasile'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sao luis'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>LA MAREA DI SAO LUIS</title><content type='html'>Per ascoltare "La Marea di Sao Luis" andato in onda su Radio Kairos con la voce di Carla Vitantonio, copiate questo link. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-05-31T08_22_42-07_00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei non aveva mai visto nessuno viaggiare con tutti quei libri. E pensare che di viaggiatori ne aveva incontrati ormai di tutti i tipi: di quelli che viaggiano così tanto che si portano dietro l'aurea inquietante di non avere più niente da imparare. Di quelli che hanno viaggiato così poco che in realtà pensano solo alla fine del viaggio, all’umore di quando torneranno. Di quelli che hanno viaggiato abbastanza e si perdono ore e ore a sfiorare cartine e, se li guardi, non capisci cosa vedono: il fatto è che più tempo si impiega ad attraversare un posto, più tempo si può passare a guardarlo, tatuato su una cartina come dentro di sè. &lt;br /&gt;A meno che quel posto sia il proprio. &lt;br /&gt;Fra i libri di Elizeo non c'erano cartine geografiche. E quando passava accanto a quella gigante del Brasile, appesa nel salotto della pensione, i suoi occhi non ci si fermavano mai. Perchè il Brasile era il suo posto, e lui evitava accuratamente di sfiorarlo con le mani e mangiarlo con gli occhi, come facevano gli stranieri.&lt;br /&gt;Se ne stava spesso appoggiato a una finestra di quell’ostello nel cuore del cuore del Reviver, il centro storico di una città sconosciuta ai più, una bolla di insondabile magia nella parte di nordest brasiliano che sconfina, finalmente, in Amazzonia. Sao Luis do Maranhao. &lt;br /&gt;A Sao Luis, invece di un lungomare, ci sono una manciata di gradini che scendono nell'acqua. Sono solo tre quelli che si vedono quando la marea è alta; non ne basta invece una decina per arrivare a lambire il fango che si crea quando l'oceano si ritira e lascia sguarnita la baia. Da quei gradini, l'alta marea dà un senso di potenza, talvolta di euforia. La bassa marea invece svuota e impoverisce, toglie l’aria, sarebbe capace di spazzare via qualunque speranza residua in un pensiero solitario. &lt;br /&gt;Sensazioni così distanti possono essere sentite dallo stesso spettatore nell'arco di poche ore. Questo, la vicinanza con l'equatore e l'influenza di una luna a portata di mano, rendono Sao Luis una risacca di energia da cui scappare o da cui lasciarsi portare, costi quel che costi.   &lt;br /&gt;La ragazza italiana era incuriosita dal suo stare alla finestra a quell'ora un po' anonima che nelle città brasiliane precede il via vai che precede la cena che precede di poco la telenovela delle nove. O forse era solo confusa dalla marea che cambiava continuamente, e le mani di quell'uomo le sapevano di solidità. Forse era questo: la  montagna di libri che aveva intravisto nella stanza di lui le aveva dato la speranza di parlare di libri  con qualcuno per una notte intera, per prendere una boccata di normalità dall'apnea delle stranezze di Sao Luis. Perchè le stranezze di Sao Luis non sono cosa da lasciare incolumi. &lt;br /&gt;In pochi mesi era già stata ospite di un carpentiere con una paralisi facciale che costruiva case senza porte, mentre un poeta calvo e sempre ubriaco la coglieva agli angoli di strade sempre diverse offrendole  bicchieri d'acqua o di cachaça, come se fosse la stessa cosa, manciate di sue coetanee si prostituivano a vecchi irlandesi innamorandosene perdutamente e maledendo le loro mogli, e cose strane le succedevano persino con gli oggetti, un libro le era piovuto dal cielo sul selciato della strada dove camminava. Dicevamo: forse la ragazza italiana aveva solo bisogno di passare una notte intera a parlare di letteratura per chiudere fuori dalla porta tutti quei personaggi in cerca d'autore, alcuni dei quali, se non bastasse, sembrava avessero il brutto vizio di leggerle il pensiero (o sarà che i personaggi lo fanno sempre, per testare le resistenze di possibili autori?). &lt;br /&gt;Fu lei a fare il primo passo, una volta che uscì dalla sua stanza per andare a mangiare uno spiedino dalla vecchia sul molo, quella che, avvolta in un turbante d’unto e di fumo di braciere, sapeva di strega alla farofa. Elizeo era appoggiato al davanzale del salotto e guardava la strada pedonale sotto di lui, come se aspettasse di veder comparire qualcuno. Comparve lei, ma alle sue spalle. Lui fu sollevato e grato alla sua intraprendenza. &lt;br /&gt;Dopo i due passarono ore stesi nel letto di lui. Senza sfiorarsi. Entrambi avevano solo voglia di stare un po' in compagnia.  Sdraiati vicini, leggevano un libro ciascuno come una coppia sposata da tempo, ma si conoscevano da meno di cinquanta ore. Si erano detti quasi tutto. Lui aveva pianto, lei era riuscita a trattenersi. Ci sono incontri in cui, decisamente, tocca all'altro piangere. &lt;br /&gt;Dalla brezza che entrava dalla finestra riconoscevano la fase della marea nella baia di San Luis Do Maranhao: quando era sufficiente a muovere le tende sporche, e a drizzare un filo di pelle d'oca sui corpi vestiti al minimo, allora la marea stava crescendo. Quando era l'aria spessa della stanza a cercare di uscire dalla finestra, prosciugandoli, la marea si abbassava, lasciando nel canale di Sao Marcos un pantano di pesci morti e di gabbiani amanti di quella routine.&lt;br /&gt;Lei l'aveva trovato subito bellissimo, ma nel modo contaminato in cui si trova bello qualcuno perchè ci ricorda qualcun'altro. In realtà, non erano belli nè Elizeo ne il qualcun'altro. Ma lei, in quei giorni, aveva voglia di casa. &lt;br /&gt;Le sue mani, le mani di Elizeo. Forti e veloci a intrecciare collane. A soppesare pietre preziose. A legarsi i capelli riccioli in un batter d’occhio. A lavarsi il corpo piccolo e asciutto. Lui invece non l'aveva trovata bella, ma i guizzi del suo sguardo l'avevano incuriosito. E poi aveva, per la prima volta dopo anni e anni, bisogno di conforto.  Di un'amica che non sapesse nulla di lui, eppure lo aiutasse a scalare una montagna senza appigli. Oppure che gli dicesse, una volta per tutte, mi sembra che tu non ne abbia il coraggio, Elizeo: torna indietro.&lt;br /&gt;La prima ora di parole era stata un flusso inarrestabile. Vento in poppa, la marea cresceva e avanzava sui gradini del molo. Libri e filosofia. Luoghi del mondo e lingue. Storie e personaggi. Durante la seconda ora cominciarono a trovare i primi ostacoli, disincontri di pensiero, certezze dell'uno che l'altro aveva raccolto in un altro segmento di vita e poi rabbiosamente scartato, e viceversa. Alla fine della terza ora si erano capiti così bene che provavano una vaga, reciproca antipatia. E ancora di più avevano bisogno di essere ascoltati l'uno dall'altra. Sulla strada del ritorno alla pensione lei si fermò sul marciapiede e confessò di non aver risposto a una lettera molto importante. E lui, senza smettere di camminare, le ricordò che il silenzio è l'unica risposta esatta. &lt;br /&gt; Quando entrarono in camera di lui, lei rimase di nuovo accecata da tutti quei libri. Aveva attraversato mezza America Latina con uno zaino pieno di libri sulle spalle, quasi tutti classici. Perchè porti con te tutti questi libri? Per farmi coraggio, rispose lui. I libri mi ricordano che la mia è solo una storia tra le tante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sua storia. Era partito per l'Avana da San Paolo dieci anni prima, a ventotto appena compiuti, figlio della prima borghesia brasiliana. Ci doveva rimanere almeno due anni per un prestigioso dottorato in filosofia e, come unica appendice a un futuro che si annunciava glorioso, si lasciava dietro una fidanzata storica che peraltro fantasticava di lasciare dopo qualche mese di vita cubana. Dopo tre settimane dal suo arrivo a l'Avana, però lei lo chiamò per dirgli che era incinta. Elizeo non ebbe dubbi, le disse che non ne voleva sapere. Scese in strada e camminò per la città, che per una volta decise di ignorarlo. Tanto in qualche modo doveva finire, si disse. Decise di bere, per una volta non assillato da jineteras che speravano di barattare una notte di sesso da copione col suo portafogli pieno. Quella sera, stranamente, il mondo rimaneva alla larga. La mattina seguente si svegliò perfettamente lucido e senza il minimo mal di testa. Quella sera tornò a ubriacarsi, ma di nuovo, il giorno dopo, era più lucido che mai. Per due settimane si ubriacò ogni notte. Temeva che se fosse rimasto nella sua stanza la nostalgia lo avrebbe rapito e avrebbe telefonato alla sua fidanzata, spendendo un patrimonio e forse giocandosi il futuro. Ma l'incredibile era che per quanto bevesse, il giorno dopo si svegliava sempre senza un filo di risacca, sempre più lucido e brillante nelle sue ricerche. L'ultima di quelle mattine si risvegliò da un incubo: la sua ex fidanzata era morta dissanguata dopo l'aborto clandestino. Angosciato, chiamò a casa di lei. La linea ronzava come avrebbe dovuto fare la sua testa. La madre gli rispose secca: “Mia figlia è a L'Avana ” e riagganciò.     &lt;br /&gt;Elizeo rimase a letto. Non si mosse finchè lei non bussò alla porta. Preferivo aspettare la tua chiamata da qui, gli disse. Lui pensò, indistintamente, che qualcosa negli ultimi tempi doveva averla resa più bella. Cercò di sdraiarla sul letto, lei sussurrò: “ho abortito”. Lui sentiva la voce di lei storpiata, piena di eco. Iniziava la risacca, una risacca accumulata in giorni e settimane, che ora saliva con ritmo inesorabile di marea. Alla fine, lei si rivestì e, guardandolo con attenzione, disse: ho già scopato con un altro. Non mi fai più niente. Buona vita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passò tre mesi in un manicomio cubano. I suoi genitori mandarono sua sorella a prenderlo, ma lui rifiutò di venire via con lei. Dal manicomio fu trasferito a una clinica psichiatrica in cui una psicologa mulatta si prese a cuore il brasiliano dallo strano male fino a diventare, col tempo, la persona più importante della sua vita. Per i dieci anni a venire fu il suo unico punto di riferimento al mondo. &lt;br /&gt;Ce ne mise tre, di quegli anni, a raccogliere il coraggio sufficiente a separarsi dalle sue calibrate parole di consolazione. Ripartì alla volta del Messico: in una spiaggia fuori l'Avana aveva conosciuto un colombiano che si occupava del commercio di pietre preziose al confine con gli Stati Uniti. Nella scelta e nella lavorazione delle pietre Elizeo si rivelò un autentico talento e, dopo qualche anno da socio del colombiano, cominciò a lavorare da solo: Stati Uniti, Messico, Panama, Colombia, poi di nuovo Stati Uniti, Messico, Panama, Colombia...&lt;br /&gt;Colombia. Un giorno in un caffè di Bogotà, dove un cliente gli aveva dato buca, si mise a chiacchierare con due ragazze che l'avevano notato per “le mani belle come quelle di mio nonno Josè” – così aveva detto la più mora delle due. &lt;br /&gt;Le ragazze condividevano un appartamento nel quartiere bohemienne della città. Dopo due giorni di racconti sulle sue peripezie da commerciante di pietre preziose- non chiesero nulla del suo passato più passato, meglio così, altrimenti avrebbe mentito come faceva sempre- Elizeo si era trasferito da loro. Aveva un po' di denaro da parte e voleva goderselo così, in quella città che l’aveva sempre attratto, coi suoi pericoli e le sue nefandezze, e il suo romanticismo da rubare a ogni costo. &lt;br /&gt;I tre crearono un limbo di serenità che lui non sospettava potesse aspettarlo da qualche parte. Era almeno dieci anni più vecchio di loro, ma da tempo non si sentiva così a suo agio con qualcuno. Qualcuno a cui insegnare e di cui prendersi cura. Forse non gli era mai successo. &lt;br /&gt;Leggevano ad alta voce e parlavano fino all'alba. Cucinavano insieme. Alle ragazze capitavano uomini idioti dei quali lui ridendo diceva, all'una o all'altra, è tonto, ma tu sei stronza. Si sentiva perfino abbastanza bene da chiamare sua madre circa una volta al mese, e non un paio di volte l'anno come si era abituato a fare -ne erano passati otto da quando era partito per l'Avana e non era mai più tornato; ma quando per telefono lei gli chiedeva di spedirgli almeno una foto, lui diceva di sì e poi non lo faceva, e continuava a interromperla quando lei provava a dargli notizie sulle persone che aveva lasciato a San Paolo. &lt;br /&gt; Stava così bene che un giorno scrisse alla sua psicologa cubana per dirle che non sarebbe tornato a trovarla quella primavera, come aveva sempre fatto. Lei non gli chiese perchè, o dov'era, e con chi, rispose solo quello che ormai gli rispondeva sempre: è ora che tu torni a casa, Elizeo.&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;Due anni più tardi, appoggiato sul davanzale di una pensione nel cuore di Sao Luis Do Maranhao, Elizeo era ancora a pezzi per la fine della storia d'amore con una delle due colombiane, quella delle mani e del nonno, che l'aveva trascinato in una spirale di gelosia e possesso da cui potevano uscire solo mettendo fra l'uno e l'altra qualcosa di grande e spaventoso come l'Amazzonia. &lt;br /&gt;“Eppure io non sono sempre stato come mi vedi” disse lui alla ragazza italiana durante la quinta ora di quella notte, quella in cui pianse come un bambino, quella in cui l’aria era uscita dalla stanza per spingere tutta l’acqua della baia in mare aperto. “Io ho conosciuto il mondo, e sono stato felice”. &lt;br /&gt;Se non altro tutto quel dolore lo aveva portato a decidere finalmente di tornare a casa. Per la strada più lunga: via terra, attraverso la foresta. Almeno fino a Sao Luis. Le raccontò che era stato un viaggio bellissimo, nuovo in ogni giorno, guastato solo dai momenti in cui commetteva l'errore di entrare in un internet cafè per vedere se lei gli aveva scritto, e cosa gli aveva scritto, di chi si era innamorata, e quanto stava bene senza di lui. Era arrivato a Sao Luis in un'alba di lunedì, con il centro vuoto che echeggiava i suoi passi, e la Pousada Internacional dall'altra parte della prima strada. E un biglietto aereo da lì a  San Paolo fissato per cinque giorni dopo, che gli pulsava nella tasca. &lt;br /&gt;L'ultima tappa prima di tornare a casa. Si era buttato sul letto della stanza in fondo al corridoio e poi, visto che il sonno non arrivava, si era messo a estrarre tutti i suoi libri dallo zaino, uno per uno, religiosamente. Era un rito che aveva sempre funzionato. Ma ora eccolo, quel pensiero che non lasciava la sua testa, martellante, spaventoso: lo stavano aspettando. Tutti quelli che avevano conosciuto il primo Elizeo a San Paolo dovevano essere informati del suo imminente ritorno, dopo dieci anni di pellegrinaggi e nuove vite. Immaginava la notizia diffondersi veloce come quella di una morte. Manco solo io, si disse. Lo sanno tutti tranne me, che sto tornando a casa.&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;Fammi una foto, disse alla ragazza italiana l'ultima ora di quella notte prima della partenza, all'improvviso. Fammi una foto con la tua macchina digitale, che la spediamo a mia sorella. &lt;br /&gt;Perchè, se domani la rivedi? Chiese lei.&lt;br /&gt;No, non domani. Nè lei nè nessun altro. Quando arrivo all’aeroporto di San Paolo, mi rimbarco direttamente per l'Avana. Ho deciso. &lt;br /&gt;Sarà terribile, disse lei d'istinto, ti sembrerà di essere di nuovo sul volo di dieci anni fa, quando partivi per il dottorato a l’Avana. &lt;br /&gt;Lui tacque. &lt;br /&gt;Bisogna tornare a casa almeno per dire addio, aggiunse ancora la ragazza italiana, brancolando nel buio, pestando uova, tacendo infine.&lt;br /&gt;Intanto l’acqua, di ritorno dal suo viaggio nell’oceano, era tornata fedele a riempire la baia, e così l’aria salata a lambire le tende e ad accarezzare le lenzuola, conciliando sonno e sogni.&lt;br /&gt;Lei si risvegliò nella stanza vuota. Elizeo si era preso zaino e vestiti, ma aveva lasciato lì tutti i suoi libri.&lt;br /&gt;Ovunque avesse deciso di andare, c'era andato a mani vuote.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-1590587457402402448?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/1590587457402402448/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/06/la-marea-di-sao-luis.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1590587457402402448'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1590587457402402448'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/06/la-marea-di-sao-luis.html' title='LA MAREA DI SAO LUIS'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-2498498709137883462</id><published>2011-05-10T05:36:00.000-07:00</published><updated>2011-05-10T05:39:41.829-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mozambico'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Umberto Fusaroli'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='resistenza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>L'EQUIVALENTE AFRICANO DI UNA BALLA DI FIENO</title><content type='html'>Questo il podcast su cui potete ascoltare dalla voce di Carla Vitantonio su Radio Kairòs la storia di Umberto e Marisa Fusaroli, sette decadi tra Romagna e Mozambico. Passione e libertà. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-05-10T04_32_02-07_00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono la prima emiliana a mettere piede in Mozambico. &lt;br /&gt;Figuriamoci. E siccome era la mia prima volta in Africa, m'è venuto in mente di conoscere qualcuno che c'era stato in decenni differenti.&lt;br /&gt;Sono andata in treno, provincia di Forlì, a incontrare questi Fusaroli Casadei un paio di settimane prima di partire per il Mozambico. Dal finestrino l’Emilia si è inesorabilmente  trasformata in Romagna, la pianura era tutta una balla di fieno.La nostra campagna è bella in questa stagione, rassegnata alla fine dell’estate ma ancora sgombera dalle nebbie autunnali. &lt;br /&gt;Alla stazione di Forlimpopoli mi viene a prendere Antonio detto Gaetano, figlio di Umberto Fusaroli e della moglie Marisa (anche mia nonna di Livorno si chiama Marisa). Ha degli occhiali da sole da killer che mi lasciano un po’ per  plessa, ma quando se li toglie svela un’aria da pacioccone romagnolo. Fa il pilota per l’Alitalia, e sono i giorni in cui sta per fallire definitivamente. Mentre guida, mi spiega i punti della trattativa: mi sembra che abbiano ragione loro, i piloti, a non volerla accettare. Comunque mi riprometto di leggere l’indomani Il Manifesto sull’intera vicenda.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;I Fusaroli Casadei se ne andarono dall’Italia all’inizio degli anni sessant’anni , delusi dalla piega che avevano preso la storia e la sinistra in Italia dopo la liberazione.&lt;br /&gt;Andarono da un vecchio amico che viveva nell’allora Rhodesia (oggi Zimbabwe) di Ian Smith, un ex mercenario inglese che aveva fondato il suo impero sull’ideologia razzista. Da lì, Umberto prese contatti col Frelimo – il Frente di Liberazione del Mozambico, che confinava a est con la Rhodesia - e , lavorando come traduttore per il governo di Smith, raccoglieva intanto preziose informazioni per il Frelimo. Appena prima che il cerchio della polizia rhodesiana si chiudesse su di lui, un collega inglese che gli si era affezionato lo avvertì che entro poche ore sarebbe stato arrestato e fucilato. Umberto caricò sulla Volkswagen i suoi libri e il suo fucile da caccia, salutò Marisa  e scappò sgommando verso il confine con lo Zambia. Passò la frontiera alle primi luci dell’alba, sfondando-letteralmente- il blocco dei Rhodesiani. &lt;br /&gt;Fu bloccato alcuni chilometri dopo dalla polizia dello Zambia: convinse le autorità a  non rispedirlo indietro ma, piuttosto, dii incarcerarlo a Lusaka, capitale dello Zambia. Qui trovò un ufficiale che parlava qualche parola di italiano e lo pregò di telefonare a Marisa, ancora in Rhodesia, per fargli sapere dove si trovava e cosa avrebbe dovuto fare : partire alla volta dell’Italia, dove lasciò il piccolo Antonio e convinse Enrica, la sorella di Umberto, a seguirla in Africa per cercare di liberare il fratello. Le due si recarono prima in Tanzania, dove si trovavano la maggior parte dei leader del Frelimo mozambicano in esilio. L’idea era di far intercedere il Frelimo presso l’autorità dello Zambia per far liberare Umberto: giunte a Dar es Saalam, le due romagnole furono ricevute dal generale guerrigliero Chissano, che vent'anni più tardi sarebbe stato il secondo presidente del Mozambico democratico. Marisa racconta che, quando Chissano entrò, Enrica si girò verso di lei con gli occhi fuori dalle orbite ed esclamò: “ Mo Marisa, mo saran tut axè di bel li niger?” (“Marisa, ma saranno tutti così belli i negri ?!).&lt;br /&gt;Chissano diede loro una lettera di raccomandazione e le due partirono alla volta di Lusaka. Giunte al carcere, chiesero di incontrare Umberto Fusaroli. I carcerieri negarono che si trovasse lì. Marisa si scaldò così tanto, col poco inglese che conosceva, da intimorire o intenerire i due soldati di guardia, che la portarono a parlare col direttore del carcere. Nonostante la tragicità della situazione, o forse in sua conseguenza, L’Enrica scoppiò a ridere in faccia all’ufficiale grande e gross perché le sembrava che avesse  modi da frocio. Dovette rifugiarsi in bagno per calmare la ridarella, mentre Marisa si spendeva per convincere il soldato a restituire suo marito. Alla fine le portarono a incontrare Umberto, che in tutto quel tempo non aveva avuto contatti dall’esterno e che, vedendo comparire moglie e sorella, svenne sul posto . &lt;br /&gt;All’aeroporto Umberto si dispiacque di dover lasciare in Zambia il suo fucile da caccia, che affidò a un impiegato dell’aeroporto, consapevole che non l’avrebbe mai più visto. Anni dopo Samora Machel, eroe della liberazione mozambicana e primo presidente del Mozambico libero, sarebbe sceso da un aereo proveniente dallo Zambia col fucile di Fusaroli in mano. “Ehi, Fusaroli! Guarda un po’ cos’ho trovato in Zambia!”. Come aveva fatto ? Chi lo sa. Uomini così non ne esistono più, assicura Marisa.        &lt;br /&gt;Una volta in Tanzania, il Frelimo procurò un lavoro come cuoca a Marisa per mantenere sé e il figlio Antonio mentre Umberto diventava a tutti gli effetti guerrigliero del fronte. Indispensabile la sua esperienza come partigiano dei GAP : “dobbiamo essere come pulci sulla pancia dell’elefante”, diceva ai suoi. Intanto, i membri della Frelimo in Tanzania frequentavano il ristorante di Marisa e si facevano passare la paura dei proiettili mangiando le sue tagliatelle.&lt;br /&gt;Nel ’74 la rivoluzione dei garofani in Portogallo mise fine al regime e quindi alla guerra civile: il potere coloniale crollò come un castello di carte. Umberto, Marisa e Samora Machel, trio inseparabile, appresero della fine del colonialismo dalla radio: alla notizia Samora si mise le mani nei capelli e dice: “ Ma come facciamo? Ci mancano i quadri…” .&lt;br /&gt;E così, un’armata brancaleone raffazzonata alla bell’e meglio formò il governo del Mozambico indipendente. Samora primo ministro, un portoghese dissidente diplomato in ragioneria come presidente della Banca centrale, Umberto ministro del Turismo … e dietro le quinte, le tagliatelle e i cappelletti di Marisa. Che, avvolta dai ricordi, di tanto in tanto affonda nella lingua in cui questi ricordi erano parlati: “ per un periodo vivemmo in una Machamba…come si dice in italiano Machamba? Ah sì: fattoria”.   &lt;br /&gt;Il paese era allo sbando. I portoghesi si erano portati via persino le matite. Avevano rubato tutto quello che c’era da rubare, e siccome non potevano portare via i palazzi, avevano colato cemento in tutte le tubature. Ma si era vinta una scommessa con la storia e adesso c’era da ritirare l’ingombrante premio. Toccò a Marisa allestire il primo ricevimento diplomatico del presidente Machel, che durante i preparativi una volta la rimproverò vedendola salire su una scala a pioli: “Scendi subito di lì! Che succede se ti fai male? Che facciamo noi senza di te?”. Quella sera il piccolo Antonio, stanco di aspettare l’inizio della cena di gala, sgattaiolò in cucina e si strafogò di cosce di pollo. Samora lo scoprì, gli porse la mano per stringergliela e disse: “Complimenti: già ti piacciono le gambe!”.&lt;br /&gt;Ripete Marisa: non ce ne son mica più di uomini così . Infatti l’hanno ammazzato. Sì: sul volo 1771 da Lusaka a Maputo, in un giorno di ottobre del 1986. Oggi sappiamo che non fu un incidente imputabile alla vodka bevuta dal pilota russo, come scrissero i media occidentali, ma un sofisticato complotto ideato dal Sudafrica dell’apartheid (che dai suoi confini finanziava la guerriglia fascista della Renamo) con la complicità di alcuni  membri corrotti del governo di Samora. &lt;br /&gt;Per Umberto e Marisa , la morte di Samora fu “un colpo da cui non ci siamo mai più ripresi”, ma non un fulmine a ciel sereno. Pochi anni prima, Umberto aveva lavorato nel controspionaggio sudafricano, facendo il doppio gioco per ottenere preziose informazioni da riferire a Samora. I due sapevano bene che nel governo dilagava la corruzione, e i tentativi di arginarla prendevano sempre più il gusto amaro di una battaglia contro i mulini a vento. “L’ultima volta che l’ho visto, tremava come una foglia” sospira Marisa. Alla loro guerra persa contro i corrotti, comunque, Umberto non rinunciò a combattere in solitario: diventò procuratore anti-mafia e si trasformò nell’incubo di una delle più potenti famiglie mafiose del paese.&lt;br /&gt;E’ per questo che nella primavera del ’91 un commando lo aspettava davanti al cancello di casa per crivellare la sua jeep di pallottole. Tre colpi lo raggiunsero, un proiettile gli sfiorò la giugulare: quando Marisa arrivò in ospedale, lui era così coperto di sangue che gli infermieri dovevano buttargli secchiate d’acqua addosso per trovare i buchi dei proiettili. Nonostante tutto , era ancora cosciente e vedendola esclamò :  “ Cosa urli? La Marisa che conosco io non urla. Corri nel mio ufficio e prendi i documenti della cartella grigia”. In trance, lei ubbidì. Poi tornò in ospedale preparata al peggio. Ma lui era ancora lì,vivo, ricucito e incazzato nero.  Pochi giorni dopo si presentò al suo capezzale un ragazzo, raccontandogli di essere stato assoldato come suo killer ma di essersi rifiutato all’ultimo momento perché una sua cugina aveva lavorato per anni come impiegata nell’ufficio di Fusaroli. Era disposto a denunciare i mandanti. Umberto preparò una conferenza stampa a casa sua: quando arrivarono i giornalisti, lui uscì di casa per andare a prendere il ragazzo che doveva testimoniare. Di nuovo, a un incrocio di Maputo, la sua auto fu crivellata di colpi. Erano passati 45 giorni dall’attentato precedente. Di nuovo, Marisa corse all’ospedale convinta che sia la fine. Ma al suo arrivo Umberto era già fuori pericolo e gli chiese di andare a casa col testimone e di tenere la conferenza stampa al suo posto. Marisa  si presentò ai giornalisti comprensibilmente fuori di testa, trascinando  il testimone –leggermente ferito nell’agguato- che diede la sua testimonianza in diretta televisiva.&lt;br /&gt;A questo punto, a Marisa viene da sorridere. Forse ci sono istanti in cui, all’improvviso, si rende conto della grandezza. Forse sta rivedendo la sé stessa di diciassette anni prima a quella conferenza stampa. O quella di trent’anni fa, che accendeva fuochi nella savana di Beira per cucinare cappelletti alla delegazione di Reggio Emilia che portava aiuti via nave al Mozambico socialista di Samora Machel. O ancora prima, scortata dalla polizia della Rhodesia col figlio neonato fra le braccia, espulsa in quanto moglie di un comunista fuggiasco; o con l’Enrica nel carcere di Lusaka, da quel negrone pezzo grosso con la voce da frocio, disposta a tutto per far liberare il suo partigiano eterno .&lt;br /&gt;Accarezza il Chiwawa mestruato, e conclude come se niente fosse : “Comunque, io le storie più incredibili non ce le ho su di me : ce le ho sugli animali. Le cose  che io ho visto fare agli animali…ci vorrebbe un libro”.&lt;br /&gt;Altro che grandi uomini, grandi idee e grandi sogni. A quel sogno, il loro, Umberto e Marisa hanno rinunciato infine nel 1997, tornando a vivere a Bertinoro di Forlì. Così Umberto riassumeva la sua vita: “In vita mia ho vinto tutte le guerre di liberazione che ho combattuto…e perso tutte le paci seguenti”. E’ morto per non aver rispettato la precedenza a un incrocio, a ottantaquattro anni,  il 21 settembre 2007.  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;La seconda volta che andai in visita da Marisa Fusaroli Casadei fu dopo il mio ritorno dal Mozambico, a febbraio. Mi alzai che era ancora buio per prendere il treno delle sei, e l’alba sulla campagna emiliana che lentamente si trasformava in romagnola ospitava le case sventrate lungo la ferrovia, simili  alle vecchie case coloniche dei portoghesi abbandonate nella savana mozambicana fra Chokwue e Chiqualaquala. &lt;br /&gt;Alla stazione di Forlimpopoli Marisa venne a prendermi con Mohamed , marito marocchino della sua amica marocchina Mojouba. Anni prima, Majouba aveva lavorato come donna delle pulizie per Marisa. Poi aveva trovato un altro lavoro, ma la sua famiglia era rimasta affezionata a Marisa e quando aveva bisogno di un passaggio,era Mohamed che la scarrozzava. “Hanno tre figlie bellissime” dice Marisa mentre risalivamo i tornanti della collina di Bertinoro. Mentre li aspettavo davanti alla stazione, mi lasciai affascinare dalla fabbrica abbandonata sulla sinistra. “Era uno zuccherificio” mi dice Mohamed. “Uno dei più importanti d’Italia. Qualche anno fa, una direttiva dell’unione Europea ha imposto all’italia di chiudere alcuni stabilimenti per diminuire la produzione di zucchero, fra cui questo di Forlimpopoli”.  “Tutti i campi che vedi erano coltivati a barbabietola da zucchero” continua Marisa, con il solito chihuahua che le si arrampica sul collo. “Sono figlia di contadini, contadina nel sangue per sempre. Anche noi coltivavamo barbabietole che dopo il raccolto mio padre portava allo stabilimento”. Mi immagino Marisa cantare fra le piante di barbabietola le melodie che ho sentito nei campi di Chokwue , ma in dialetto romagnolo anziché in shangane.&lt;br /&gt; “Questo cane non la smette mai di mordicchiarmi” dice del cane. Mohamed commenta: “è perché ti vuole bene”. Mi dà la sensazione di uno scambio di battute che si ripete varie volte al giorno.   &lt;br /&gt;A casa, io mi siedo sulla stessa poltrona dell’altra volta. E’ una giornata di sole che va e viene. Sotto di noi, ai piedi della collina di Bertinoro, comincia l’immensa distesa della pianura padana. Casa nostra, ci piaccia o non ci piaccia. “Mi sono ricordata una cosa” dice sedendosi sulla sua poltrona. “Il padre di Umberto, quello che fu fucilato dai fascisti nel ’43 insieme a suo fratello... Quando aveva solo 9 anni se ne andò in America a lavorare in un cantiere. E sai cosa si costruiva in quel cantiere? Una delle ville della famiglia Rosevelt. Antonio raccontava che il futuro presidente Rosevelt, che ogni tanto passava dal cantiere, invitava il ragazzino  a bere un bicchier d’acqua. Gli diceva lunghe frasi di cui Antonio capiva solo la parola boy, come lo chiamava il Rosevelt. Ma gli sembrava un uomo simpatico.Forse è per questo che Antonio non divenne un anarchico  come suo fratello Gaetano, ma un repubblicano. E Umberto, figlio dell’uno e nipote dell’altro, né anarchico né repubblicano: comunista. Andò in montagna per unirsi alla guerriglia partigiana a diciassette anni non ancora compiuti. Seppe della fucilazione del padre e dello zio con molti giorni di ritardo”. Fa una pausa mentre accarezza il cane. Deve aver sentito tante volte certi racconti da sentirli propri come se li avesse vissuti. “Invece l’Enrica, ti ricordi dell’Enrica, la sorella diUmberto?” Sì, rispondo, “è quella con cui eri andata in Zambia a tirare Umberto fuori dal carcere, e lei aveva avuto una crisi isterica di riso davanti al responsabile ”. Marisa sorride. “Proprio lei. Beh, aveva sedici anni la notte in cui vennero a prendere suo padre. I fascisti lo tirarono giù da letto. L’Enrica si appese alla gamba di suo padre mentre lo portavano fuori. Fu trascinata anche lei fino alla strada. Urlava come una pazza e non mollava. La presero a calci finchè non lasciò la gamba di suo padre, e la lasciarono per terra”.   &lt;br /&gt;Non dico niente. Marisa riprende il filo da un po’ più indietro. “Insomma coi soldi guadagnati in America i fratelli tornarono a Bertinoro all’inizio degli anni ’30 e aprirono un piccolo emporio. Quei negozietti in cui si vendeva di tutto, che adesso non ci sono più.&lt;br /&gt;Dopo aver fucilato Antonio e Gaetano, i fascisti requisirono il negozio. Alle vedove sai cosa restituirono? Una scatola intera di “pagherò”.I poveracci di Bertinoro all’emporio lasciavano conti infiniti da pagare. I Fusaroli non sapevano dir di no a nessuno”.   &lt;br /&gt;Ci spostiamo sul tavolo per sfogliare tre enormi album di foto. Un viaggio nel tempo e nel mondo. Marisa da giovane è stata una donna bellissima. Vacillo un po’ prima di azzardarmi a chiederle: “Ma non ti hanno mai detto che assomigliavi a Sophia Loren?” Lei gongola un po’. “sì, me lo dicevano”, ma poi  si imbarazza e cambia argomento. Mi immagino questa donna bellissima a dirigere la mensa di una raffineria nel sud della Tanzania, dar da mangiare cappelletti a operai e ribelli mozambicani in esilio, impastare e lavare pentole e fare conti e tenere a bada fiumi di avances con le mani sui fianchi e la lingua tagliente e la preoccupazione costante e nascosta per il suo uomo eternemente coinvolto in qualche lotta di liberazione.  &lt;br /&gt;Ci sono anche diverse foto di lei con Samora Machel e la moglie Graça, che oggi è sposata con Nelson Mandela. Ma la foto più divertente ritrae Marisa ridere in compagnia di una bianca piuttosto anziana. “Violet” spiega. “Un’inglese militante del partito comunista sudafricano, in esilio in Tanzania. Era già piuttosto anzianotta quando la conobbi, e un po’ arteriosclerotica, a volte cercava di picchiarmi senza motivo. Secondo me era matta schianta come un banchetto anche senza l’arterioscelerosi. Mi faceva un ridere…”.&lt;br /&gt; Arriva l’ora di pranzo: mi insegna a fare i passatelli in brodo. Vengono buonissimi. Mi chiede un po’ di me, dei miei viaggi. Nella sua vita di giramondo sui generis, un rimpianto ce l’ha: non esser mai stata in Brasile. “Del resto se andavo in brasile mi innamoravo di un brasiliano e non andava mica bene”. A proposito di Brasile, finiamo di mangiare in tempo per l’inizio della sua telenovela preferita: Terra Nostra, sui migranti italiani nel sud del brasile all’inizio del secolo. Suona il campanello: è Zara, la figlia maggiore di Mohamed e Majouba. Viene sempre a guardare Terra Nostra con Marisa. Ha dieci anni e da grande vuole fare la pediatra.  E’ lei che poi mi accompagna alla fermata dell’autobus per la stazione di Forlimpopoli, ma prima insiste perché passi in tabaccheria a comprare il biglietto.&lt;br /&gt;Mentre l’autobus scende la collina e io guardo i campi dove una volta si coltivava barbabietola,penso a Antonio e Gaetano Fusaroli,ancora ragazzini, migranti in America. Penso a Mohamed che mi spiega le direttive europee sullo zucchero e a Majouba che vuol bene a Marisa perché è stata più amica che datrice di lavoro. Poi penso al decreto legge sulla sicurezza razzista e repressivo sfornato dal governo pochi giorni fa. Ne ho parlato con Marisa. “Marisa, non ti sembra che stiano tornando?”le ho chiesto. Mi ha guardato da un mondo lontano, “Sono già qui” ha mormorato. &lt;br /&gt;Ma in casa sua, dove Zara va e viene per guardare una telenovela, arriveranno troppo tardi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-2498498709137883462?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/2498498709137883462/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/05/lequivalente-africano-di-una-balla-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2498498709137883462'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2498498709137883462'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/05/lequivalente-africano-di-una-balla-di.html' title='L&apos;EQUIVALENTE AFRICANO DI UNA BALLA DI FIENO'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-5044096571612471882</id><published>2011-04-22T09:35:00.000-07:00</published><updated>2011-04-22T09:50:04.649-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='san paolo comuna urbana jandira'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>Curve di Jandira. Le storie di Rejeanie e Gianchi</title><content type='html'>copiando questo link potrete ascoltare il podcast del racconto sulle storie di Rejeanie e Gianchi,a Jandira di sao Paulo, andato in onda su Radio Kairos. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-04-21T16_03_56-07_00&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-5044096571612471882?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/5044096571612471882/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/04/curve-di-jandira-le-storie-di-rejeanie.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5044096571612471882'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5044096571612471882'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/04/curve-di-jandira-le-storie-di-rejeanie.html' title='Curve di Jandira. Le storie di Rejeanie e Gianchi'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-6339417835621336979</id><published>2011-03-29T00:04:00.000-07:00</published><updated>2011-03-29T00:07:39.754-07:00</updated><title type='text'>paura di non morire</title><content type='html'>Questa è la storia di erik. La prima. Quella da cui nasce il mio amore per le storie degli altri. &lt;br /&gt;Potete ascoltarla con la voce di Carla Vitantonio e le musiche di Valentina del Greco&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-28T14_41_20-07_00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAURA DI NON MORIRE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Immaginatevi un biondino a tinte chiare sulla cinquantina, che forse, se Kurt Cobain avesse raggiunto quell’età, gli avrebbe assomigliato un po’. Nell’unica foto che ho di lui, fuma una canna enorme, accovacciato a terra, e la massa di capelli biondi gli nasconde il volto e l’età proprio come a una rockstar. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Immaginatevi un appassionato di politica, di giornalismo, e di storie. Allora perché nella sua casa di Copenhagen, non c'erano fotografie? Disegni, soprammobili assurdi, buffi e geniali feticci costruiti con materiale di scarto ma... niente foto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli anni seguenti il nostro pellegrinaggio a Copenhagen, io la coppia di amici che l’avevamo intrapreso parlammo spesso del contenuto variopinto di quella casa, cui eravamo approdati dopo un viaggio che, dentro alla storia che voglio raccontare, sa di parentesi felliniana -treno verso l'aeroporto di Malpensa, volo low cost per Amburgo, trenini locali notturni fino all'ultima città a nord della Germania, taxista taciturno fino al porto marittimo, attesa nella sala d’aspetto posizionata alla base di un faro, traghetto fino alla sponda danese-Copenhagen. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto perchè Tina, una cara amica di Erik, ci aveva scritto che la sua malattia si era aggravata improvvisamente e che lui non sapeva se e quando avrebbe risposto alle nostre lettere. Prendemmo in parola un ordine che nella mail, in realtà, non compariva: quello di andare a addio a un uomo che era stato il nostro mito nell'ultimo anno - un anno di vita di quelli in cui succede tutto, dopo che per un po' non è successo granché. Un anno in cui un mito è un vero compagno di strada, e non è pensabile che sparisca senza lasciare tracce, figuriamoci che muoia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'avevamo salutato dodici mesi prima davanti a una tazza cioccolata a San Cristobal de Las Casas, Chiapas, nella sede di Indymedia di cui Erik era il coordinatore, redattore, e despota assoluto. Ma com'è che un danese si trasforma nell'incontro più memorabile di una lunga permanenza nel Chiapas zapatista?Andate in America Latina, ad imparare che l’unica spiegazione definitiva è quasi sempre il paradosso: prendere o lasciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Tina ci scrisse, era la stagione in cui ci si sdraiava sui binari per fermare i treni carichi di armi in partenza per l'Iraq. In cui si alternavano le ore di studio a quelle di lavoro per formare un gruzzoletto e poter ripartire per l'America Latina. L'america latina: l'orizzonte per eccellenza. Uno dei pochi che, oltre a spronarci a camminare in qualche direzione purchè fosse, era anche misteriosamente raggiungibile. A portata di sogno e di mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed Erik per noi era, altrettanto misteriosamente, l'America Latina in persona. Viveva in Chiapas da anni, conosceva il Centramerica come le sue tasche, parlava spagnolo meglio di noi, e aveva una storia incredibile da raccontare per ogni paese che accidentalmente nominavamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima del Messico, ad esempio, era stato per diverso tempo in Perù, da cui aveva coperto per un giornale danese il sequestro di un centinaio di ostaggi nell'ambasciata giapponese da parte dei Tupac Amaru nel 1996. Dopo l’irruzione delle teste di cuoio ed il massacro di tutti i guerriglieri, Erik era tornato in Danimarca con le viscere contorte e pagine di appunti e rabbia che gli svolazzano dentro agli occhi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma dopo il fiume di sangue dei guerriglieri, un'altra pozzanghera vermiglia lo aspettava. L'amico cui lasciava la casa quando era lontano si era sparato in faccia due giorni prima del suo ritorno. Nella sua cucina. Era troppo tardi per il funerale, ma nessuno aveva ancora lavato via il sangue dal pavimento. Inginocchiato a terra accanto a un secchio, spugna in mano, Erik si disse che quello era il suo modo di seppellirlo, e non si concesse di versare una sola lacrima. Di fronte ai suicidi non è necessario proclamarsi atei, diceva. Laicità e silenzio sono più che sufficienti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma i guai non erano finiti. La mattina che seguì a quella notte di sangue su sangue, il direttore del giornale lo chiamò. Aveva una voce strana. La polizia peruviana aveva appena spiccato un mandato d'arresto internazionale contro Erik, sostenendo che l'appartamento affittato a suo nome proprio davanti all'ambasciata giapponese a Lima era servito ai Tupac Amaru per preparare l'attacco e poi per controllare le mosse di esercito e polizia. Tutto una montatura? Arrivato a questo punto dei suoi racconti, Erik scrollava le spalle e sorrideva, misterioso. E partiva con l’episodio di quando era andato a intervistare un leader della guerriglia in un carcere peruviano con cinque pagine di comunicazioni dei suoi compagni infilate nel culo per consegnargliele alla prima distrazione della guardia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per sua fortuna, la Danimarca non concesse l'estradizione, ma in Perù e in diversi paesi latini, ovviamente, non avrebbe potuto mai più mettere piede. Fra questi non c’era il Messico, e ci arrivò poco prima del massacro di Acteal in Chiapas, nel 1997, dopo il quale decise che avrebbe dedicato la sua vita (...il che alla fine quasi sempre vuole dire: una parte significativa di essa) alla causa zapatista. Ancora una volta, il destino ci si mise di mezzo: mentre viveva con due militanti americane, amandone una di traverso sull’amaca, un curandero lo guardò negli occhi e gli diagnosticò la morte nel fegato. Un brutto cancro da cui Erik, guardando a sua volta negli occhi i medici danesi che aggrottavano le sopracciglia, decise di non provare nemmeno a curarsi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il perché ce lo spiegò una delle ultime sere che passammo insieme a San Cristobal, davanti alla cioccolata calda che si preparava ogni volta che pioveva, quando guardando dalla finestra lui si ripeteva che sarebbe morto piuttosto che trascorrere un solo altro inverno in Danimarca, dove i medici sono capaci di estrarre la vita dalla morte ma dove lui non riusciva a estrarre una causa degna da una vita come la sua. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non morì quella volta che noi arrivammo a Copenhagen dopo il nostro viaggio iniziatico e rocambolesco. Nè nei mesi successivi. Continuò a lavorare. E a vomitare. E a rinunciare a curarsi. E a diventare una persona sempre più difficile con cui avere a che fare- oppure, semplicemente, noi lo conoscevamo sempre meglio e il suo abisso si apriva, un po' alla volta, anche sotto ai nostri piedi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due anni dopo venne in Italia grazie a un ambizioso progetto della radio pubblica danese, che si era proposta di intervistare i reduci ancora vivi della guerra di Spagna, gli ex brigatisti internazionali, settant’anni dopo. Io gli avevo procurato un’intervista col comandante Giovanni Pesce, membro della brigata Garibaldi in Spagna e poi partigiano nei Gap milanesi nella resistenza italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo l'intervista, Erik si fermò da me una settimana. Era ottobre, io partivo di lì a poco per l'Argentina, così in quella settimana non dovevamo fare altro che montare l'intervista, guardare film in spagnolo e chiacchierare di tutto e del resto. Parlava soprattutto lui, a dire il vero, perché a me sembrava sprecata ogni parola che non aggiungesse un tassello alla sua storia. Forse è stato lui, penso adesso: il mio primo grande amore per le storie degli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Erik era nato una cinquantina d'anni prima a Copenhagen. Era scappato di casa presto a causa del turbolento rapporto col padre, dopo di che era vissuto in strada accendendo fiamme sotto ai cucchiai più ossidati degli anni ’80, finché qualcuno gli aveva offerto di disintossicarsi e andare a lavorare come volontario da qualche parte in Africa. Erik aveva accettato, mosso dall’unica emozione che l’ebbe vinta su di lui, sempre, per una vita intera: la curiosità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Africa qualcuno si era accorto che oltre che a inchiodare assi forse il biondino sarebbe stato buono a scrivere i resoconti della missione, da rispedire in Danimarca. Lui accettò controvoglia, ma le annoiate cronache del lavoro dei missionari si trasformarono presto in un appassionato resoconto della situazione di un paese e della storia di un popolo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fu così che Erik divenne un giornalista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lavorò per un po' per un giornale danese, forte del suo talento, finché un amico tedesco non lo convinse a fare un viaggio in Portogallo, dove conosceva una comunità di fricchettoni che viveva ritirata sulle montagne. In quel periodo, Erik si trascinava in una storia d'amore con più tira e molla che pace, e l'idea gli sembrò un'adeguata exit strategy (“una fuga bella e buona, lo so”ammetteva, col suo accento spezzettato e nordico). Piantò in asso il lavoro al giornale e partì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vita nella comunità di tedeschi si rivelò piacevole più del previsto. Coltivava ortaggi e marijuana, si prendeva cura delle pecore. Si affezionò a una pecora già anziana e, quando questa stava per morire, lui le diede da mangiare funghetti allucinogeni: raccontò poi di non aver mai visto uno sguardo così beato come l'ultimo negli occhi di quella pecora, che poi stramazzò al suolo a gambe larghe come nei fumetti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre ancora elaborava il lutto della pecora si innamorò di una cantante portoghese finita un po' per caso e un po' per stanchezza in quella comunità di tedeschi nelle montagne del suo paese. La conquistò sgominando i topi che li tormentavano: ne catturò uno e lo inchiodò, vivo, alla porta di casa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei non parlava danese e lui non parlava portoghese, così si dicevano il minimo indispensabile in un tedesco improvvisato. Ecco perchè sarebbe potuta durare per sempre, avrebbe riso decenni più tardi Erik. Solo che...solo che un giorno lei cercò e trovò un modo internazionale per dirgli che era incinta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'accordo, disse lui. Allora devo andare in Danimarca a mettere le mie cose in soffitta. Lei non capì la parola soffitta ma sorrise. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando Erik bussò alla porta di sua madre scoprì che nel frattempo suo padre era morto. Non gli importò: lo aveva sempre odiato. Non sono di quelli che si mettono gratis a rimpiangere i morti, si disse, una merda era e una merda rimane. Ma doveva fermarsi un po' per occuparsi di sua madre. Almeno aiutarla con la burocrazia che lo riguardava. E questo era un guaio. Avrebbe voluto rimanere in Danimarca il meno possibile, perché quando se n'era andato, l'aveva fatto senza dire addio a una persona, e i grandi fantasmi o si guardano in faccia tutti i giorni o è meglio non vederli mai più. Bussò a quella porta senza sapere cosa avrebbe detto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mattina dopo, svegliandosi accanto al fantasma, Erik trovò la forza di dirle che sarebbe presto diventato padre per via di una portoghese. E a sé stesso, scappando via, promise che non l’avrebbe mai più vista. Si fermò a bere un caffè in un bar, scottandosi la lingua pur di non pensare a come sarebbe stata la sua vita sotto a quelle coperte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accelerò i tempi di ritorno in Portogallo e riuscì a sedersi su un aereo tre settimane dopo. Ma, sbarcato a Lisbona, commise un errore tipico di chi, nonostante apparenze robuste, brancola nel buio: pensò che era il momento di dire, finalmente, addio al fantasma. Meglio al telefono che niente. Ormai, tanto, un continente intero li separava. Entrò in una cabina e fece il numero. La prima volta si scordò di aggiungere il prefisso danese. La seconda trovò occupato. La terza è l'ultima, si disse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La terza volta lei gli rispose e colse l’occasione per annunciargli che era incinta di lui. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mattina dopo, svegliandosi accanto alla portoghese, Erik trovò il coraggio di raccontarle tutto, o forse ebbe troppa paura di mantenere questo segreto tutta la vita. Implorò il suo perdono con l'aiuto di un interprete tedesco, e l'interprete dovette dare il suo meglio, o piuttosto sbagliò qualche sinonimo, perchè alla fine la portoghese lo perdonò davvero; anzi, spinta da un'inconcepibile solidarietà femminile - o da una suprema volontà d'ordine- lo convinse persino a tornare in Danimarca a “sistemare la cosa' ”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed Erik non trovò il coraggio di risponderle che non ne aveva il coraggio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Salì la scala dell'aeroplano come si sale al patibolo. Il fantasma andò a prenderlo all'aeroporto di Copenhagen e, mentre lo abbracciava, gli sussurrò una sola parola all'orecchio: “Proviamoci”. Lui scoppiò a piangere. Piangeva ancora quando per telefono disse alla portoghese che forse il fantasma era davvero l'amore della sua vita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In realtà, sappiamo noi spettatori, il fantasma era solo un fantasma. All’ottavo mese di gravidanza, i due erano già ai calci, ai pugni e ai piatti fracassati contro le pareti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Erik ripartì per il Portogallo. Non aveva la minima speranza di tornare con la cantante, voleva solo conoscere suo figlio o sua figlia, il bebè che doveva essere nato qualche settimana prima. Quando arrivò ai piedi della collina su cui aveva vissuto, uno dei suoi vecchi amici tedeschi lo vide e, senza dire una parola, raccolse un bastone da terra. “E' maschio o femmina?” chiese Erik. L'amico sollevò il bastone, minaccioso. Poi capì dal suo sguardo spento che Erik se ne sarebbe andato senza fare tante storie. “Maschio”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Erik tornò sui suoi passi giù per la montagna, cercando di non chiedersi come sarebbe stata la sua vita su e giù per quel pendio portoghese. All'aeroporto di Lisbona entrò in una cabina, diversa da quella di otto mesi prima, per telefonare al suo vecchio direttore di giornale e dirgli che partiva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Figlio di puttana, dove sei finito? Dove vai? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dimmelo tu. Di sicuro vi serve un corrispondente da qualche parte nel mondo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti dirò, rispose il capo, pare che il Perù sia in ebollizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa parte me le raccontò nella cucina di casa mia, in via Togliatti 18, nella prima periferia della città con la toponomastica più comunista d’Europa. Se ne stava appoggiato alle piastrelle bianche tappezzate di biglietti di buongiorni e buonenotti che ci scambiavamo noi inquiline. Che avrei dovuto fare? Concludeva. Che avrei dovuto fare di quei due amori e delle loro pance esorbitanti? E poi, per salvarsi, aggiungeva: è andata meglio così. Entrambe hanno trovato mariti migliori di quello che sarei stato io. Non parliamo poi del padre che si sono scampati quei due bambini. Anzi, quella bambina danese e quel bambino portoghese. Non li ho mai visti neanche in foto, nè loro me. Credo. Di loro so solo che non mangiano il miele, perchè io lo odio così tanto che i miei geni non accetterebbero compromessi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi il suo fegato se lo portava a vomitare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando se ne andò da casa mia eravamo molto amici. Pensavo lo avrei accompagnato, da amica distante e vicina, verso la morte. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece poche settimane dopo, quando mi trovavo già in Argentina, colse un'occasione stupida per litigare con me e non rispose più a nessuna email. Con i miei amici del mitico viaggio a Copenhagen fece lo stesso nel giro di poco tempo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grattandosi via con rabbia la polvere dorata di cui lo avevamo cosparso, Erik volle liberarsi di noi. Lo fece sempre in maniere orribili per essere sicuro che non si potessero mettere pezze; lo fece con noi e probabilmente con tutti gli altri, come se stesse ostinatamente cercando di andare da solo incontro alla fine. Forse pensava che se nessuno avesse saputo della sua morte nel momento in cui fosse arrivata, l'umiliazione sarebbe stata un po’ più digeribile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il destino si è preso gioco di lui. Ancora una volta. La malattia si è ritirata dalle sue tasche, oppure si è fermata a vivacchiare sul loro fondo scucito, come fanno le briciole. Lo so perchè, facendo ricerche su internet, ho scoperto che oggi, sei anni dopo, è ancora vivo, e ancora celebra la guerra di Spagna cronacando il turismo politico di nostalgici danesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ho voglia di scrivergli per chiedergli se nel frattempo è diventato un santo. Se come tanti ha approfittato della guarigione per votarsi a una religione religiosamente evitata per tutta la vita. O se la terra intorno a lui è ancora bruciata e, seduto al centro, lui si gode l'odore delle fotografie consumate, sciolte dal calore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della sua storia mi rimangono una domanda ed un monito: la domanda è se uno dei suoi figli sia riuscito a trovarlo quando era malato, mandando a monte il suo piano. Il monito lo tengo per me: forse ne parlerei solo con lui, il primo complice della mia passione per le storie degli altri, se un giorno, pentito o solo incuriosito, tornasse a cercarci. Lo farà? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non lo so. Solo i presuntuosi pretendono di sapere dove si trova la parola fine di una storia. Infondo, finché le persone non muoiono, sono vive.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-6339417835621336979?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/6339417835621336979/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/paura-di-non-morire.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6339417835621336979'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6339417835621336979'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/paura-di-non-morire.html' title='paura di non morire'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-1357065434001351869</id><published>2011-03-19T04:46:00.001-07:00</published><updated>2011-03-19T04:49:22.509-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='dittatura'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='argentina'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='desaparecidos'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lucilla'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>non piangere per me,cretina</title><content type='html'>Per ascoltare "Non piangere per me, cretina, storie di figli e nipoti della dittatura argentina", cliccate o copiate questo link:&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-18&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Autunno a Buenos Aires. Si ricominciava a respirare dopo l’afa di un’estate metropolitana. Curiosamente, il vento dell’oceano atlantico raggiunge la città solo d’inverno; da dicembre a febbraio, quando dovrebbe rinfrescarla, la brezza si perde invece da qualche parte sul Rio de La Plata, nelle cui acque erano gettati i corpi degli oppositori dai vermi del regime militare negli anni settanta. Un curioso caso di castigo climatico.&lt;br /&gt;L’inizio dell’autunno era coinciso con l’immenso corteo del 24 di marzo, a trent’anni dal golpe del 1976 che aveva dato inizio a una delle più sanguinose dittature della storia. Trent’anni dopo quella notte io camminavo nel corteo dentro allo spezzone di Hijos, il collettivo dei figli dei desaparecidos, molti dei quali, strappati ai genitori naturali e adottati dalle famiglie degli aguzzini, avevano scoperto la loro vera identità con decenni di ritardo. Non era questo il caso di Eduardo, maestro elementare e voce della radio la Tribu, la storica radio comunitaria di Buenos Aires, ed imbattibile bevitore di erba mate. Diceva: “Ci sono solo due cose importanti nella vita. Una è il Mate. E l’altra...non è così importante”.&lt;br /&gt;Eduardo, più che fratello, avrebbe potuto essere il papà dei suoi compagni di collettivo. Nel 1977, nel primo anno di dittatura militare, era già un attivista politico piuttosto conosciuto, tanto che si trovava già in clandestinità a Mar del Plata quando fu avvertito della scomparsa di suo padre, regista e attore teatrale. Dopo mesi di angoscia e di ricerche inutili, venne a sapere della visita in città di un emissario della croce rossa internazionale. Presentandosi a sorpresa all’uscita della conferenza che l’emissario era venuto a tenere, riuscì a dirgli questo: oggi pomeriggio andrò a chiedere notizie di mio padre in quel commissariato. Se alle cinque in punto non riceve una mia telefonata, venga a salvarmi.&lt;br /&gt;Era un tentativo disperato, in realtà non credeva che l’emissario si sarebbe esposto così tanto. Il mondo intero fingeva di non sapere cosa stava succedendo in Argentina, tanto che l’anno dopo vi avrebbe celebrato i mondiali di calcio, naturalmente vinti dall’Argentina ai supplementari in finale contro l’Olanda, doppietta di Kempes premiato da un generale Videla baffuto e in doppiopetto, mentre i prigionieri politici nei sotterranei del terrore sussultavano al ritmo alternato dei cori da stadio e delle scariche elettriche, finché perdevano i sensi sognando di essere sommersi da una montagna di coriandoli bianchi e azzurri come la bandiera.&lt;br /&gt;Eppure alle cinque e dieci di quel pomeriggio un’auto della croce rossa si fermò davanti al commissariato dove Eduardo era entrato qualche ora prima per chiedere che suo padre fosse restituito, vivo. L’autista scese a chiedere di lui. Glielo consegnarono già massacrato di botte, sì e no cosciente. L’auto lo portò in aeroporto così com’era e lo mise su un volo per San Paolo, da dove Eduardo, esule, cercò ancora, inutilmente, di avere notizie di suo padre.&lt;br /&gt;A volte, ancora oggi, quando la sua Fiat Uno si rompe e si ritrova su un autobus a Buenos Aires, magari il 189 che fa il giro intorno a Plaza de Mayo, Eduardo si sorprende a guardare dal finestrino e a cercare il volto di suo padre fra quelli dei passanti. Almeno trentamila paia d’occhi, in quella città, fanno come i suoi. Anche quando sono convinti di pensare ad altro, fanno come i suoi. Anche quando si ripetono che la vita è andata avanti e la dittatura è finita, fanno come i suoi.&lt;br /&gt;Sarà per questo che, anche per chi viene da lontano e non ha vissuto niente di tutto questo, guardare dal finestrino di un autobus a Buenos Aires è un po’ come attraversare una lunga mostra di foto in bianco e nero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pochi giorni dopo il 24 di marzo chiamavo Merce, una documentarista di Mallorca che stava girando un video sulla radio La Colifata, la prima radio di pazienti psichiatrici del mondo. Avevo scelto una cabina all’angolo tra l’Avenida Corrientes e la 9 de Julio -la strada più larga del mondo,sostengono gli argentini- all’ombra dell’obelisco che compare in tutte le cartoline della città. Merce mi aveva appena dato buca senza dare notizie e temevo che il black out avesse a che fare con la malattia di suo padre. Non mi sbagliavo.&lt;br /&gt;Anche i genitori di Merce avevano ottenuto l’asilo politico a San Paolo alla fine degli anni settanta. La madre era già incinta di Merce e la fuga era l’ultima speranza per mettere la piccola al mondo senza che finisse nelle mani dei vermi. Così, lei nacque lì, a San Paolo, all’inizio di una malattia così profonda che spesso chi ne soffre rinuncia per sempre a curarsi: l’esilio. Dopo un anno in Brasile, i suoi riuscirono ad arrivare a Mallorca, in Spagna, dove tuttora Merce vive senza mai aver perso l’accento argentino ereditato dai suoi.&lt;br /&gt;La madre di Merce non volle mai saperne di tornare a Buenos Aires. Questo forse, chissà, fu all’origine dell’infinita fine dell’amore con Esteban, il padre di Merce. Di quelle fini che non c’è alcun bisogno di conclamare, fino a quando…fino a quando, il finimondo.&lt;br /&gt;Buenos Aires, 19 dicembre 2001. La città brucia. L’economia è collassata, il sogno della Svizzera dell’America Latina si infrange su un muro di debiti. Troppo tardi per rimediare, il paese è stato venduto ai migliori offerenti; da un giorno all’altro, bisogna ricominciare tutto daccapo. Un’occasione che non capita quasi mai e di cui, potendosi permettere un po’ di saggezza, bisognerebbe in qualche modo essere grati.&lt;br /&gt;Da una televisione in un salotto di Mallorca Esteban guardava bruciare la sua Buenos Aires. La città bruciava come avrebbe dovuto bruciare venticinque anni prima, pensava lui. Finalmente. Disse a sua moglie che il momento era arrivato: l’esilio per me finisce ora. Si imbarcò sul primo volo disponibile, la vigilia di Natale. C’era da ricominciare un paese daccapo.&lt;br /&gt;Erano passati ventitrè anni dalla loro fuga. Settimane, poi mesi, secoli. Ma restava il fatto che più di metà della sua vita era stata qui, in questa città che ritrovò orfana e disorientata. Ma viva. In poco tempo si unì a una delle assemblee di quartiere che spuntavano come funghi, entrò in un collettivo politico. Telefonò a sua moglie a Mallorca e le disse senza preamboli che sarebbe rimasto a Buenos Aires, che se voleva poteva venire anche lei. Lei lo mandò al diavolo e fecero più o meno lo stesso le altre figlie. Che diavolo ti è saltato in testa?&lt;br /&gt;La maggiore, Mercedes, che aveva vissuto, da dentro la pancia di sua madre, il dolore della fuga e dell’esilio, la prese diversamente. Fu a lei che, qualche anno dopo, Esteban raccontò di aver incontrato nel collettivo politico una donna che si chiamava Mercedes come lei, e a casa della quale si sarebbe trasferito di lì a poco, nel cuore del quartiere popolare di Boedo, famoso per il suo carnevale e per le sue fumose sale da biliardo.&lt;br /&gt;E fu sempre a lei che scrisse una lettera, ancora più tardi, per dirle che gli era stato diagnosticato un brutto tumore. Allora Merce, che nel frattempo aveva trasformato la passione per i documentari in un mestiere, e che era tornata nel paese in cui era nata- il Brasile- per girarne uno sul mitico forum sociale di Porto Alegre del 2002, decise che era arrivato il momento di andare ancora più indietro, e fare un documentario nella città in cui era stata concepita, da cui era stata scacciata ancora feto. Era anche un modo per stare vicina a suo padre impegnandosi in qualcos’altro, per non asfissiarlo con la sua paura.&lt;br /&gt;Qualcuno le aveva parlato di una radio che trasmetteva dall’interno dell’ospedale psichiatrico di Buenos Aires: la radio si chiamava, si chiama, la Colifata, “la Pazzerella” e Merce cominciò a frequentarla per conoscerne i deejay-pazienti e fare il film sul loro sogno colifato. E’ lì, in un sabato pomeriggio di trasmissioni del dicembre 2005, che io e Merce ci siamo conosciute.&lt;br /&gt;La malattia di Esteban, però, continuò a peggiorare. Niente e nessuno riuscì a convincerlo ad andare in Spagna a provare nuove cure. Finiti i risparmi e concluso il documentario, Merce fu costretta a tornare a Mallorca per lavorare a altri progetti, finché non arrivò da Buenos Aires la telefonata dell’altra Mercedes, la donna di suo padre, che le disse: ci siamo. Venite qui.&lt;br /&gt;Merce riattaccò. Si trovava nello stesso salotto da cui, sette anni prima, Esteban aveva guardato in televisione la rivolta di Buenos Aires. Si girò verso sua madre. Senza dirsi nulla oltre al necessario, madre e figlia accesero il computer e cercarono quattro posti, per loro e le altre sorelle di Merce, su un volo per Buenos Aires il giorno dopo.&lt;br /&gt;Così furono le ultime settimane di Esteban. Nella sua Buenos Aires, dove l’autunno aveva ceduto il posto all’inverno, spinto via dal vento dell’oceano che solo quando è freddo riesce a raggiungere la città. Quella casa infondo non era che a pochi isolati dalla sede di Radio la Tribu, dove Eduardo inveiva in diretta contro Bush, diffondendo la sua profonda voce d’estraneo anche in quel salotto della casa del quartiere Boedo, famoso per il suo carnevale e per le sue fumose sale da biliardo, dove due donne e tre ragazze si alternavano, in una surreale allegria femminile, al capezzale del loro marito, compagno e padre. Nei momenti in cui Esteban non aveva bisogno dei suoi ricordi per stare sveglio, o per addormentarsi meglio, sua moglie vagava per la città a cui aveva detto arrivederci trent’anni prima, e a cui avrebbe detto addio, stavolta senza rancore, di lì a poco, mentre la nuova compagna di suo marito cucinava ravioli e infornava empanadas per tutte, mentre Merce, la figlia maggiore, la figlia della fuga e dell’esilio, seduta sull’autobus 189 riprendeva dal finestrino immagini della città in bianco e nero, perché è così che vuole ricordare Buenos Aires chi l’ha amata, è così che vuole ricordarla chi l’ha capita: in bianco e nero.&lt;br /&gt;Merce mi ha scritto che, due giorni prima che Esteban morisse, lei e sua madre lo hanno portato sulla sedia a rotelle al mercato ortofrutticolo di Boedo. Lì, lui le ha convinte a rubare delle mele. Aveva già pensato a un piano semplice e perfetto: loro gliele nascondono in grembo e così, insospettabili e complici, i tre fuggiaschi del 1977 fuggono ancora, in un rumore di ruote e ferraglia, dall’inverno della loro città in bianco e nero.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-1357065434001351869?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/1357065434001351869/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/non-piangere-per-mecretina.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1357065434001351869'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1357065434001351869'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/non-piangere-per-mecretina.html' title='non piangere per me,cretina'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-4068429247187150404</id><published>2011-03-03T11:36:00.000-08:00</published><updated>2011-03-03T11:46:18.591-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='regina della pioggia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sudafrica aids'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lucilla'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>La Regina della Pioggia</title><content type='html'>Eccovi la storia della Regina della Pioggia,raccontata dalla sottoscritta e interpretata da Carla Vitantonio su Radio Kairòs. Musiche di Valentina del Greco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-02T14_27_41-08_00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Regina della Pioggia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto questo Helena me lo raccontò mentre Joan guidava per le strade del Limpopo sudafricano, lei faceva da navigatore con la cartina in mano e io mi contorcevo sul sedile posteriore preda di dolori mestruali terrificanti. Eravamo partiti all'alba da Makhado, l'ultima città prima del confine con lo Zimbabwe, dove eravamo andati per scrivere dell’esodo degli zimbabweani in fuga dall’epidemia di colera. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa Makhado tra noi l’avevamo ribattezzata Makondo, come quella di Cent’Anni di Solitudine, perché il realismo magico si era fatto beffe, come al solito, della nostra ratio giornalistica. Vorrei darvene giusto un assaggio: l’ultima sera a Makhado ero andata alla stazione di polizia per denunciare il furto della mia macchina fotografica, ma alla fine ci avevo rinunciato perché il poliziotto che scriveva il verbale aveva prima cominciato a insistere per farmi conoscere un suo certo amico, poi aveva dribblato le mie resistenze spiegando: “E’ un amico speciale...è invisibile”. E mentre io guadagnavo l’uscita un po’ inquietata, aveva infine aggiunto: “Guarda che è Gesù Cristo!” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io, Helena e Joan dormivamo nell’unico bed and breakfast della città, di quelli con una piccola piscina che si risveglia al mattino piena di foglie galleggianti, in cui sguazzavano giovani bianchi di buona famiglia con l’apparecchio per i denti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al tramonto, puntualmente, dal bed &amp; breakfast andava via l’elettricità e ci si faceva luce con le candele, e noi tre dovevamo vagare per Makondo elemosinando prese elettriche in qualche bar per ricaricare computer e macchine fotografiche, finendo in una giostra di situazioni assurde a catena. Quando tornavamo al bed &amp; breakfast ed entravamo in camera facendoci luce con lo schermo dei cellulari, avevamo la sensazione che i black out non fossero del tutto accidentali: i riccastri bianchi vagavano con le candele in mano da una stanza all’altra, e regnava un silenzio inquietante. Il mio episodio all’ufficio di polizia ci convinse definitivamente a levare le tende. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tappa successiva distava, da quanto ci avevano detto i makondesi, più o meno due ore di auto ma noi, tra un bivio perso e l'altro, ce ne stavamo mettendo il doppio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eravamo diretti a un luogo che non compare sulle cartine, alla caccia di una storia di quelle che ti riempono la testa per settimane ancora prima di poter guardare negli occhi uno dei personaggi che la compongono. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era, è una storia triste quella che ci attraeva. Una storia che non voleva saperne di essere sepolta sotto quell'abbondanza di alberi di mango, banana e papaya che nascondevano alla vista le case di fango secco intonacato, che costeggiavano la strada principale di Modjadji. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parcheggiammo la Volkswagen e ci avvicinammo a un’anziana che riposava seduta sotto a un mango, con l'attitudine indecifrabile, priva di qualsiasi sorpresa, di chi diresti che era lì ad aspettarti. Guardava da lontano, da ben prima dei suoi occhi, da dietro lo schermo della cataratta; era vestita in abiti tradizionali e batteva le mani due volte prima di stringere la mano a degli estranei come noi, ma farle domande in inglese era inutile. Parlava solo sotho, una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Ce ne stemmo lì a sorriderle con le mani in tasca, impacciati come è sacrosanto che un bianco si senta in Africa, finché dal silenzio della casa uscì timidamente la grassottella nipote, in abbigliamento stridentemente grunge, che venne a tradurre in inglese una domanda per noi, La Domanda che sua nonna aspettava di porre a degli stranieri da chissà quanto tempo: “Vuole sapere se, da dove venite voi… la pioggia è pioggia”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa è la storia dell’ultima Regina della Pioggia, nata e morta a Modjadji, nel Limpopo sudafricano. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ultimo pezzo dell'unica strada che conduce Modjadi, cuore e capitale del popolo dei Balobedu, attraversa una terra verdissima, baciata dalla fortuna- vale a dire, in un clima secco come quello del Limpopo, dalla pioggia. E' anche così' che si capisce di essere finalmente arrivati a destinazione, oltre che per la strada asfaltata realizzata su ordine di Nelson Mandela, che nel 2003 era atterrato nel vicino aeroporto di Polokwane per assistere all’incoronazione dell’ultima Regina della Pioggia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcun altro aveva guidato centinaia di chilometri per non perdersi l’evento, ma ai più, milioni e milioni di sudafricani, bastò accendere la televisione. Grazie alle telecamere piovute nell’autunno di Modjadji, tutti poterono vedere quella ragazza di venticinque anni, coi capelli corti e l’aria sbarazzina, che fino a quel momento rispondeva al nome di Makobo Modjadji, diventare la rain queen, Regina della Pioggia, massima autorità del popolo dei Balobedu. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Balobedu, sudditi della Regina, sono quasi mezzo milione. Vivono a Modjadj, la città che prende il nome dalla dinastia reale, e in tutta la vallata circostante. Al potere tramandato di madre in figlia, quello di invocare la pioggia, si raccomandano da tempo incalcolabile per avere la garanzia di un raccolto abbondante; e in una regione secca come il Limpopo, una vallata verde come quella che circonda Modjadj ha davvero un che di prodigioso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La memoria dei più anziani non basta a fissare un ricordo, ancorchè tramandato, dell’origine della dinastia dei Modjadji. Tutto è troppo lontano: generazioni, secoli indietro, trame di leggende che si mescolano a tracce di realtà inoppugnabile. Un punto d’inizio qualche antropologo l'ha fissato intorno al 1500, quando Mambo, figlio di Monotapa, sovrano dello Zimbabwe, ingravidò la sorella Dguzini. Il re Monotapa avrebbe voluto bruciar vivo il colpevole, ma Dugvanizi non rivelò mai che si trattava del fratello. Per ringraziarla di aver salvato la vita al suo unico figlio maschio la regina madre rubò al marito il potere di chiamare la pioggia, lo trasmise alla figlia e le ordinò di fuggire a sud per dare origine a un nuovo popolo. Dguzini scelse una conca fra le montagne del Limpopo, nord dell’odierno Sudafrica, per partorire il frutto dell’incesto e dar vita al popolo del Balobedu.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla propria morte, Dguzini passò la corona al primo figlio maschio, e questi a sua volta al primogenito e così via per circa 200 anni, finchè, intorno al 1800, re Magodo si innamorò dell’unica figlia femmina e nominò futura rain queen la bambina che ebbero insieme. La nuova linea di successione di madre in figlia non significò mai che la regina, malgrado la sua autorità tradizionale su tutti i Balobedu, potesse scegliere l’uomo accoppiandosi col quale avrebbe rinnovato la stirpe: per mantenere puro il sangue, la regina poteva concepire solo con un altro membro della famiglia reale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così avrebbe dovuto fare anche Makobo, ma lei, l’ultima rain queen, prima del Sudafrica post-Apartheid, classe 1978, aveva deciso di infischiarsene delle leggi tradizionali. Racconta la gente di Modjajdi che Makobo amava vestirsi da uomo e non tenere mai i capelli più lunghi di due dita; che adorava andare a divertirsi fino alle prime ore del mattino e che prendeva parte alle proteste popolari per il diritto alla salute e alla casa. Nemmeno dopo l'incoronazione accettò di tenere la bocca cucita, le gambe chiuse, la fronte aggrottata come sarebbe stato adeguato al suo status. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si innamorò di un attivista politico,un uomo che non era nemmeno un Balobedu: David Mohale. Lo invitò a vivere con lei nel palazzo reale dei Modjadji, trasgredendo la regola che impediva a qualunque uomo di trascorrere una notte intera con la regina. E, per l’orrore dei suoi fratelli e cugini, concepì con lui, anziché con un altro membro della famiglia reale, la futura rain queen: la piccola Masalanabo, che venne alla luce alla fine del 2004. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma appena sette mesi dopo la nascita della bambina, le telecamere che avevano ripreso l’incoronazione di Makobo tornarono a Modjadji per il suo funerale. Makobo era stata ricoverata tre giorni prima in una piccola clinica per una presunta meningite che risultò fatale nel giro di ventiquattr’ore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un finale da copione per un corpo indebolito: per questo è una morte piuttosto comune in zone devastate dall’Aids come il Limpopo. L’ipotesi che Makobo sia morta di Aids è dunque quella diffusa ufficialmente, e alla domanda “come è morta la Regina della Pioggia?” rivolta agli abitanti di Modjadji, questi rispondono, mestamente e invariabilmente: di malattia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure David Mohale, fidanzato di Makobo e padre di sua figlia, non ci crede. E dice che non dovremmo crederci neppure noi. Nega persino che Makobo sia mai stata malata, e accusa i fratelli di averla avvelenata a due scopi: quello di liberarsi di una regina poco osservante dei costumi tradizionali e, soprattutto, di fare ritorno a una linea di successione maschile. Poco dopo la morte di Makobo, dopo aver dimostrato che né lui né la bambina erano sieropositivi, Mohale è sparito nel nulla. Ogni tanto un giornalista riesce a intervistarlo per farsi ripetere la sua versione dei fatti e le sue accuse alla famiglia Modjadji; ma la bambina è nascosta e in salvo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se l’idea di una regina assassinata dai suoi famigliari per risolvere una disputa di potere rievoca storie d’altri tempi, è pur vero che il fratello di Makobo, John Modjadji, è riuscito in seguito alla morte della sorella a farsi affidare la reggenza del potere reale. E' con lui che io, Helena e Joan avremmo dovuto parlare, ma all'ora e al giorno stabiliti il reggente non si fece trovare a Modjadji, lasciandoci nelle mani della vecchia sotto al mango, che ci fregò stabilendo subito che era lei, quel giorno, quella che faceva le domande difficili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è probabile che negli anni John diventi abbastanza temuto e rispettato da far dimenticare l’esistenza, da qualche parte, della legittima, per ora minuscola, erede al trono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La versione della storia che invece racconta di una giovane regina che si lascia consumare dall’Aids forse non è altrettanto romanzante, ma dice molto del Sudafrica moderno. Decidete voi cosa volete credere, ma sappiate che se Makobo era malata, è probabile che non lo sapesse nemmeno; che avesse scelto di ignorare rischi e conseguenze, o addirittura che credesse di scongiurare il contagio evitando l'uso del preservativo, com'è opinione diffusa nelle zone rurali del paese. Infine, se invece era malata e lo sapeva, era comunque impensabile che proprio lei, regina della pioggia da poco incoronata, provasse a combatterla con le medicine dei bianchi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di questo parlammo rimettendoci alla guida, io e miei due compagni d'avventure sudafricane, sulla strada di ritorno verso la grigia Johannesburg. Finché si fece buio e dopo un po' rimanemmo tutti e tre zitti, incantati dalla solita e rassicurante linea bianca illuminata dai fari, ciascuno incapace di smettere di npensare a una ragazza nera e sudata coi capelli corti che balla senza ritegno, che grida alla guida di una manifestazione, che guarda un po' stupita la sua bambina appena nata, che impreca sbattendo una porta; che nasconde la sua corona sotto al letto. Che si sveglia nel cuore della notte e sente piovere il mondo intero sulle finestre del palazzo reale, e si rannicchia intimorita contro il suo uomo perché ha paura dei tuoni. Anche se anche quella pioggia l’ha invocata lei. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guidavo io, e i dolori mestruali erano spariti. Ma non c'erano misteri in proposito. Era bastato un antidolorifico di Helena che, da brava figlia di medico, porta sempre con sé una farmacia intera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-4068429247187150404?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/4068429247187150404/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/la-regina-della-pioggia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4068429247187150404'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4068429247187150404'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/03/la-regina-della-pioggia.html' title='La Regina della Pioggia'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-1253530950520095092</id><published>2011-02-23T03:20:00.000-08:00</published><updated>2011-02-23T03:24:11.840-08:00</updated><title type='text'>LA FAMIGLIA DI HELENA, a volte con H a volte senza</title><content type='html'>Per ascoltare e scaricare il podcast di "La Famiglia di Helena.A volte con H e a volte senza" andato in onda su Radio Kairos con la voce di Carla Vitantonio,copiate questo indirizzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-22T14_10_28-08_00 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Villalbino è un minuscolo paese fra la Galizia e la Castilla, nel nord della Spagna, di quei paesini che ancora d'inverno rimangono isolati dal resto del mondo per via della neve. In uno dei boschi che la circondano, nel pieno della stagione delle castagne che legittima il resto della vita del paese, nacque a metà degli anni quaranta l'amore che dà origine alla nostra storia: quello fra la giovane Balbina ed il non più così giovane Daniel. Lei buona e cattolica, lui cattolico e fascista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Balbina e Daniel ebbero, tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50, quattro figli: Elena, la più vecchia, seguita dai gemelli Daniel e Jesùs e infine dalla piccola Maria Victoria. Daniel non ha compiuto gesta degna delle nostre cronache, quanto a Jesùs sappiamo solo che cadde in bici a otto anni, battè la fronte, andò a dormire con la testa dolorante e non si svegliò mai più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della maggiore, Elena, bisogna sapere che si fidanzò e si sposò per corrispondenza con il figlio meglio riuscito di una famiglia notabile del paese. Il tizio era partito anni prima per Valencia dove ora lavorava come ingegnere: è questo un dettaglio importante per il futuro di quella che per ora ci interessa davvero, la piccola Maria Victoria, a cui suo padre, sebbene cattolico e fascista, impedì di far subito la suora, come lei sognava sin da bambina, poiché pretendeva che prima si laureasse in lettere, come aveva fatto lui prima di diventare Il Maestro dell'unica scuola di Villablino. La mandò quindi a studiare dall'altra parte del paese, a Valencia, a casa della figlia maggiore già felicemente maritata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La piccola Maria Victoria in realtà avrebbe preferito medicina, per essere spedita, a voti fatti, missionaria in Africa; fu così che studiò contemporaneamente per essere medico e professoressa, e quando fu il momento iniziò il tirocinio all'ospedale di Valencia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entriamo ora nel vivo dei fatti. Maria Victoria in corsia conosce la pasionaria Maria del Carmen, soprannominata “la Rossa”: sono gli ultimi anni del franchismo, si vive il fermento di una transizione ormai prossima, ma non per questo darsi da fare contro la dittatura è cosa immune da rischi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure anche Maria Victoria si convince che bisogna farlo. Sulla scia dell'amica entra prima nel sindacato, poi nella JOC, la gioventù operaia cattolica, dalla quale poi passa a un gruppo clandestino di sabotaggio diretto, in cui adotta il nome di battaglia di Paloma, colomba. Si racconta di lei che fosse la più spericolata, ma anche la più scaltra quando si trattava di togliersi d’impiccio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto le riunioni della Gioventù Cattolica, nonostante siano di base cattolica o forse proprio per questo, danno origine a passioni carnali travolgenti. Una è quella tra la nostra Maria Victoria e lo schivo Francisco, detto Paco,il fratello della sua amica Maria del Carmen. Un'altra esplode tra la stessa Maria del Carmen e il prete Gabriel, una relazione già ampiamente consumata quando Gabriel celebra il matrimonio tra Maria Victoria e il suo futuro cognato, Paco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ doverosa quindi una parentesi su Gabriel, che alla fine, per i nostri sospiri sollevati e un po’ invidiosi, lascia le vesti per sposare Maria del Carmen e, non contento, finisce anche per diventare un anticlericale convinto, in barba ai suoi genitori che ancor'oggi, trent'anni dopo, non perdonano a Maria del Carmen di averlo fatto uscire di senno e dagli abiti monastici. Abiti che d’altra parte Gabriel ritira fuori dall’armadio solo per carnevale e per far ridere il figlio Guillermino: tant’è che all'inizio degli anni '80 il padre di Gabriel porta il nipotino ad assistere alla visita del Papa a Valencia, e se lo carica sulle spalle per fargli vedere meglio la sfilata di Santo Padre e annessi. Se non che, vedendoli, il piccolo li indica gridando: “ Vestiti come papà!Vestiti come papà!”, e il nonno è costretto a rimetterlo a terra cercando di farlo tacere mentre la folla attorno li osserva incuriosita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A differenza del solidissimo matrimonio tra l'ex prete Gabriel e la Rossa Maria del Carmen, quello tra Paco e Maria Victoria finisce una decina di anni dopo essere stato celebrato. Fra i due litiganti, c'è la nostra testimone dei fatti, la piccola Helena, talvolta con H talvolta senza, con grandi occhioni neri e una voglia a forma di Africa sulla coscia sinistra, venuta al mondo per quella volta che Maria Victoria aveva dimenticato la pillola nella concitazione delle manifestazioni per il ritorno alla democrazia, nel '73.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grazie democrazia in Spagna, vera o presunta come tutte le democrazie, per averci dato Helena, che trentacinque anni dopo mi racconta la storia della sua famiglia guidando una Volkwagen Chico nel Limpopo Sudafricano, sulle tracce della Regina della Pioggia. Io, lei e il suo fidanzato Joan ci siamo da poco conosciuti a Maputo, in Mozambico, per seguire da pseudo-giornalisti militanti una Conferenza Mondiale di movimenti contadini. Quasi subito è venuto fuori che quasi un anno prima Joan, senza ancora conoscermi di persona, mi aveva scritto per chiedermi un articolo per un giornale di Barcellona- la Directa- avvertito delle mie scorribande in Paraguay da un altro giornale di movimento spagnolo, il Diagonal. Ed eccoci lì a conoscerci a quattr’occhi, in Africa e per caso, stupefatti dalla piccolezza del mondo, che per quanto si confermi e sottoscriva non smette di stupire; con l’aggiunta impagabile di Helena e della sua macchina fotografica pronta a immortalare frammenti di rivoluzione ovunque se ne presentino. L’inizio di una grande amicizia a tre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma torniamo ai convulsi primi anni di democrazia spagnola. Otto anni dopo la nascita di Helena, Paco e Maria Victoria vivono insieme l'ultima notte di passione: è il 23 febbraio del 1981, l'esercito occupa il Parlamento spagnolo fresco di democrazia e fa sapere che le redini del paese saranno impugnate di lì a poco da un alto carico militare. Il golpe fallirà in poche ore e in nessuna città farà in tempo a scatenare il caos, tranne in quella che ci interessa, Valencia, dove i carri armati invadono le strade facendo temere il peggio. Maria Victoria e Paco, noti militanti di sinistra, caricano in macchina la bambina e per sicurezza decidono di dividersi: lui nascosto in casa di qualche amico insospettabile, lei con Helena verso la Galicia dei suoi genitori. E' una separazione che dura una notte sola, dettata dalla paura, che precederà di poco quella definitiva dettata dalla fine dell'amore (quest'ultima, naturalmente, non è che una supposizione: l’amore finisce da qualche parte? Dove va?).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A parte i doverosi colloqui a causa della bambina, le strade dei due si dividono drasticamente. Paco passerà i successivi sedici anni a parlare male di Maria Victoria, con l'acredine del mollato, nonostante il fatto che appena un anno dopo incontri Maritere, una coetanea che Helena descrive come “la donna più festaiola che io abbia mai conosciuto, capace di mettere al tappeto gente con vent'anni di meno”. Le due resteranno molto legate anche dopo la rottura tra Maritere e Paco, verso la fine degli anni novanta, dieci anni dopo la quale Maritere andrà a trovare Helena a Johannesburg, nella casa luminosa dove lei e Joan hanno ospitato anche me.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paco, mollato una decina d’anni dopo anche da Maritere, la ripone nel cassetto dell'odio dove fino a quel momento aveva lasciato Maria Victoria. Si convince che resterà solo, compra una casa in campagna e si mette a coltivare le famose arance di Valencia. Nulla gli interessa più, ha smesso da tempo di seguire la politica, tende alla misantropia, è un uomo di cinquant'anni prossimo alla depressione. Probabilmente nessuna donna potrebbe innamorarsi di lui in queste condizioni. Se non una che lo ha amato in tempi migliori, e poi l'ha perso di vista: Mercedes, la sua fidanzatina di quando avevano diciassette anni. Merce viene da un matrimonio finito negli anni in cui Paco amava la festaiola Maritere, ma quando viene a sapere che lui si è separato anche dalla seconda moglie, lo chiama e lo invita a prendere un caffè.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per un po' è una cauta amicizia. L'amore tra i due tarda a ingranare. Questo almeno è quanto dice lo scettico e stitico Paco parlando con la sua confessora più spietata- l'amore più duraturo, l'amica invincibile: la figlia Helena, che intanto ha ventiquattro anni, e sempre grandi occhioni neri, una voglia sulla coscia sinistra e un amore alle prime armi con la fotografia. Però una volta, quasi sovrappensiero, aggiunge : “Ora mi ha regalato anche un libro, sai...ma non so se lo leggerò, sembra piuttosto lungo”. Che libro è? chiede lei. “ Uno di Marquez...si chiama L'Amore ai Tempi del Colera”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Helena spalanca gli occhioni, prende fiato, apre la bocca poi la richiude. Alla fine dice solo: “Leggilo in fretta, papà”. Da quel momento smette di preoccuparsi per lui. E ora, sessantenni, Paco e Mercedes coltivano insieme le famose arance di Valencia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E nel frattempo Maria Victoria, la quasi suora, l'infermiera, la militante, la madre di Helena, che fa? “Sostituisce la passione per la politica con quella per la montagna”, dice la nostra testimone. Ci mette un bel po' a trovarsi un uomo dopo la fine della storia con Paco. Sono già passati diversi anni quando comincia a uscire con un aviatore inglese, ma ci si dedica piuttosto distrattamente, presa dai preparativi della mitica spedizione spagnola sull'Everest del 1992, anno delle controverse Olimpiadi di Barcellona, cui ha deciso di partecipare come medico. Ci rimane due mesi, affidando a chi scende a valle le lettere da spedire via fax alla sedicenne Helena a Valencia. Nelle lettere però non scrive delle vette raggiunte nella travolgente passione esplosa tra lei e Moises, un altro alpinista della spedizione, nove anni più giovane di lei. Quando tornano a casa, all'aviatore inglese viene presto dato il benservito, ma la convivenza con Moisès è rimandata perché ormai siamo in autunno inoltrato e verranno a trascorrere l'inverno nella tiepida Valencia i due Adamo ed Eva di Villablino, Balbina e Daniel, che nonostante siano passati più di dieci anni dalla separazione fra Maria Victoria e Paco, non sono pronti per essere messi a parte della presenza di un nuovo concubino. Così, il povero Moises si trova un lavoro a Valencia ma se ne va in una stanza in affitto, e Maria Victoria ogni sera aspetta che gli anziani genitori vadano a letto per uscire di nascosto e visitarlo fino all'alba. Forse è grazie a questo periodo di adolescente clandestinità che l'amore fra i due dura ancora oggi. “Certo che non ci sono molti uomini che si innamorano e poi rimangono tutta la vita appreso una donna di dieci anni più vecchia” ho detto io a Helena una volta, mentre mi riaccompagnava all'aeroporto di Valencia. Lei ci ha pensato un po', poi ha risposto: “Suppongo che non ci siano molte donne che scalano l'Everest”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella volta in macchina con noi c'era anche Balbina, che io avevo voluto conoscere a tutti i costi dopo averne sentito parlare come della nonna mitica che non si perde una messa da novantatrè anni, a costo di alzarsi e risedersi davanti a quelle trasmesse dalla televisione; eppure va al matrimonio dei vicini gay con una gigantesca torta fatta da lei, la stessa alle castagne che porta quando i due la invitano a pranzo. Balbina vota Partido Popular alle elezioni nazionali per abitudine e fedeltà al marito morto, e Izquierda Unida a quelle locali perché vi è candidato, appunto, uno degli adorati vicini gay. Quasi completamente sorda, dialoga più che altro per intuizione: “Ho conosciuto Serena in Africa” le diceva Helena. “Torni già in Africa?!” gridava allora Balbina. “No, dicevo che Serena l'ho conosciuta in Africa!” “ Beh, anche tu sei una ragazza sveglia, nipote!” e così via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'incredibile Balbina. Da quando è rimasta vedova e si è trasferita a Valencia con Maria Victoria e Moises (che adora e difende sempre quando la figlia lo rimprovera di qualcosa), diventa ogni giorno più buona. Gobba a novanta gradi, cucina comunque senza sosta. E' il suo modo di amare: anzichè dire, vi amo, dice, mangiate!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le ultime notizie che abbiamo di lei è che quest'anno punta a morire. Da qualche tempo perde esattamente cinque chili all'anno, e siccome ora ne pesa trentacinque, gliene resterebbero sette. Ma, dico, una vecchia che muore scomparendo cinque chili all'anno, fino all'ultimo grammo... non c'era già da qualche parte, Garcia Marquez, in questa storia?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-1253530950520095092?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/1253530950520095092/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/02/la-famiglia-di-helena-volte-con-h-volte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1253530950520095092'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1253530950520095092'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/02/la-famiglia-di-helena-volte-con-h-volte.html' title='LA FAMIGLIA DI HELENA, a volte con H a volte senza'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-3229530544414828709</id><published>2011-02-16T05:53:00.000-08:00</published><updated>2011-02-17T07:58:04.806-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='demet demir'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='istanbul'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lucilla'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='radio kairos'/><title type='text'>La stagione delle cicogne a Istanbul</title><content type='html'>Per ascoltare il podcast del mio racconto sulla storia di Demet Demir, intitolato "La stagione delle cicogne a Istanbul" e letto e interpretato da Carla Vitantonio su Radio Kairos all'interno de "I racconti di Lucilla",copiate come indirizzo questo link: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-16T05_03_20-08_00&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-3229530544414828709?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/3229530544414828709/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/02/la-stagione-delle-cicogne-istanbul.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3229530544414828709'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3229530544414828709'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2011/02/la-stagione-delle-cicogne-istanbul.html' title='La stagione delle cicogne a Istanbul'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-2873042914672756161</id><published>2010-12-17T04:46:00.000-08:00</published><updated>2010-12-17T06:53:57.925-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='saviano'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='roma 14 dicembre'/><title type='text'>la mia risposta a Saviano</title><content type='html'>Caro Roberto, &lt;br /&gt; scrivo perchè ho una passione in comune con te: quella di raccontare storie. Nel mio piccolo, da quando ho finito l’università quattro anni fa, non ho quasi fatto altro che girare il mondo alla ricerca di storie da raccontare. Storie individuali e, quindi, storie di popoli interi. Storie piccole che, sviluppate con l’ingranditore nella camera oscura della ragione, diventano la Storia intera, quella dell’umanità. &lt;br /&gt;So che anche tu hai questa bussola innestata da quale parte dentro, e sei infinitamente bravo a seguirla. Sei bravo a raccontare storie, svelare verità nascoste, spogliare gli uomini degli orpelli di cui si conciano per sembrare migliori. Per questo è grande il tuo errore a non averla tenuta d’occhio anche martedì 14 dicembre, quella bussola, e aver preteso che la tua lettura fosse importante comunque, aver preteso di conoscere una Storia indipendente dalle storie. Nell’elevarti a interprete delle lotte di movimento degli ultimi trent’anni hai peccato di presunzione e di giudizio, due peccati mortali per chi vive della passione del racconto. Perchè le storie, quelle di carne e ossa, le hai tralasciate tutte, hai voluto non vederle, le hai relegate nel luogo da cui quelli con la nostra passione dovrebbero tirarle fuori- l’oblio, l’indifferenza; il bianco o nero. &lt;br /&gt;C’è la mia storia, cominciata politicamente a Genova, lo spartiacque della mia vita. Vuoi una storia nella storia? A un certo punto, martedì, si è sparsa in uno spezzone del corteo la voce che la fiducia non fosse passata: scene di giubilo, abbracci, applausi. Durate pochi secondi, il tempo sufficiente a ricordarmi una scena simile di nove anni prima, quando allo stadio Carlini si sparse la voce- subito smentita- che il G8 fosse stato sospeso. &lt;br /&gt;Poco dopo, è giunta la notizia del voto di fiducia a Berlusconi. &lt;br /&gt;Tutti hanno parlato della delusione che ha attraversato il corteo, ma io, contastorie, parlo a te, contastorie, di un altro sentimento: il bisogno romantico di un finale migliore. Sì, io in quel momento ho pensato che era meglio così. Perchè una storia come quella di Berlusconi in Italia non può finire con uno striminzito voto in parlamento, con una pallida condanna scritta da una classe politica un po’ (ma solo un po’) migliore di lui. Ci vuole un finale migliore, lo sai, o questa storia non vorrà ascoltarla nessuno, diventerà nè brutta nè bella, semplicemente squallida. E ci rimarrà come un groppo in gola per generazioni, anche molto tempo che sarà finita, come ho visto succedere in Cile dopo la placida uscita di scena di Pinochet - i cileni non si sono mai ripresi, sai, Roberto? Nell’essere sconfitto solo per un soffio, e nel rimanere in ballo, di fatto, fino alla morte, Pinochet li ha costretti in un rimpianto da cui non usciranno mai. &lt;br /&gt;L’ho capito dalla storia di Clara, trent’anni. Quella di martedì a Roma era la prima manifestazione della sua vita. La sua storia è molto diversa dalla mia, ma anche lei, come me, ha tirato un sospiro di sollievo quando in piazza del Popolo sono cominciati i disordini. Non ha avuto bisogno di strati e strati di militanza e di analisi politiche per sentire- con la sua, di bussole- che se la manifestazione fosse finita in nulla, col mondo intero che ci guardava indignato come da sedici anni a questa parte, un nodo in gola non ce l’avrebbe tolto più nessuno. &lt;br /&gt;E infine l’ho capito dalle storie che non conosco, ma che posso provare a immaginare. Le tante piccole storie che hanno bisogno di una catarsi in questo clima avvilito, così tante che è questo paese intero, ormai, a boccheggiare per il bisogno di catarsi. E se mi dici che spaccare una vetrina o picchiare un finanziere non è certo una catarsi, ti dirò, sono d’accordo con te: ma nell’essere dentro la storia si agisce da esseri umani, si va a tentoni, si improvvisa. Forse persino si esagera. Dici che ogni sasso lanciato è stato un voto in più a Berlusconi: fin troppo facile risponderti che ogni persona rimasta a casa, anzichè scendere in piazza, è un voto in più a Berlusconi. &lt;br /&gt;Perchè io sogno un 14 dicembre in cui  ci siano tutti, in cui siamo in così tanti che i carabinieri alzino le mani e ci facciano passare. Operai e stagisti,disoccupati, impiegati e clown, pensionati senza pensione e bimbi senza asilo, italiani vecchi e italiani nuovi. Tutti. Immagino le massaie scendere in piazza con le pentole e farsi strada tra i poliziotti per condurre i loro figli a Montecitorio, a occupare il palazzo della vergogna. Mi immagino,sogno un finale così.&lt;br /&gt; Per una storia che valga la pena di essere raccontata.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-2873042914672756161?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/2873042914672756161/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/12/la-mia-risposta-saviano.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2873042914672756161'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2873042914672756161'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/12/la-mia-risposta-saviano.html' title='la mia risposta a Saviano'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-8800166327482379896</id><published>2010-10-25T02:44:00.000-07:00</published><updated>2010-10-25T02:48:27.148-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='demet demir'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='transexual'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='istanbul'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='giovani'/><title type='text'>Istant-Blue</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TMVSYUQKrqI/AAAAAAAAAD4/2i94UA63lfw/s1600/DSC_0518.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TMVSYUQKrqI/AAAAAAAAAD4/2i94UA63lfw/s320/DSC_0518.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5531918295001378466" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TMVSYEdSinI/AAAAAAAAADw/J49L-dkl6OU/s1600/DSC_0423.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TMVSYEdSinI/AAAAAAAAADw/J49L-dkl6OU/s320/DSC_0423.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5531918290761452146" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ersin e Selen, ventinove anni entrambi, vorrebbero andare in vacanza ad Amsterdam per festeggiare il loro terzo anno insieme, ma il visto viene  puntualmente loro negato per le ragioni più disparate. “Non importa che io qui abbia un lavoro ben pagato, mi considerano un potenziale immigrato clandestino”. Ne discutono in un caffè di Istiklal Caddesi, l'arteria pulsante della parte europea e moderna di Istanbul. Se non fosse per l'argomento della conversazione- il problema dei visti per spostarsi in Europa- sembrerebbe davvero di essere in un piacevole bar di Parigi o Barcellona. &lt;br /&gt;Con loro c'è Meltem, 28 anni di cui l'ultimo trascorso a Londra per perfezionare l'inglese, laureata in disegno grafico. “L'ultimo anno della mia vita è stato il primo in cui ho iniziato a sentirmi vecchia” dice. Quanti sono 28 anni a Istanbul, se hai alle spalle una convivenza fallita e ti ritrovi a dover cercare un lavoro da zero? &lt;br /&gt;La loro generazione è la prima che ha cominciato davvero a vivere all'europea. La libertà con cui vivono relazione e sessualità ne è la misura. Per ora Meltem dorme sul divano del fratello, modellista grafico, in un appartamento alle spalle della piazza di Taksim. Anche lui convive da anni e non ha nulla da ridire sulla vita da single della sorella e delle sue relazioni prima del matrimonio. Certo aiuta il fatto che i loro genitori siano liberali di sinistra, lontani dal moralismo islamico ma anche dalla nostalgia per Ataturk, il padre della Turchia moderna. Non è a causa dei suoi genitori che Meltem ha finito per sentirsi un pesce fuori d'acqua a casa propria.&lt;br /&gt;“Così come la Turchia deve trovare una propria strada, che non sia nè la deriva islamista nè la copia carbone dell'occidente, così noi giovani turchi dobbiamo trovare una strada tra il nuovo conservatorismo che si sta diffondendo e l'individualismo sregolato che vediamo nei nostri coetanei europei”. &lt;br /&gt;Parlare della Turchia non è certo parlare di Istanbul, sorta di città-stato che conta in sé tanti strati di storia e di geografia da essere difficilmente collocabile nello spazio e nel tempo. La cui unica scansione collettiva è quella che divide i momenti della giornata grazie al canto dei muezzin dai minareti delle moschee più belle del mondo. Al tramonto, ora della penultima preghiera, i pescatori del ponte di Galata raccolgono la loro attrezzatura per tornare a casa, osservati dagli stormi di cicogne che in questa stagione migrano attraversando il Bosforo. Allora le piazze di Eminonu e Karakoy, sulle due sponde del Corno d'Oro, si affollano delle migliaia di pendolari che aspettano sulle banchine il traghetto su cui sorseggieranno un elma çay, il tè alla mela, mentre rientrano a casa. “Una grande città può farti sentire invisibile e sola anche se ci sei cresciuta dentro, anche se è tua” dice Meltem. “E' quello che succede quando tutti i tuoi coetanei lavorano e non hanno più tempo per incontrarti”, anche perchè l'orario settimanale lavorativo in genere è di 44 ore. “Le tue migliori amiche hanno avuto figli e non riuscite più a vedervi da sole”. Come succede ovunque, con l'aggravante che qui quello delle ragazze che si trasformano in donne felicemente single è un fenomeno piuttosto recente. &lt;br /&gt;Dopo un anno a Londra, una giovane turca si sente una straniera anche in una città che forse in fatto di cosmopolitismo è seconda solo alla capitale britannica. Meltem ci è andata anche per trovare un amico di vecchia data, che ci si è trasferito per vivere in santa pace la propria omosessualità. &lt;br /&gt;Ecco un altra misura di se e quanto Istanbul oggi più che mai rappresenti una cerniera tra Europa e islam. Forse l'outing è più complicato che in nord europa, ma qui si tiene un gay pride ogni anno e dal resto del paese, oltre che da diversi paesi islamici, gay e lesbiche vengono qui a trovare un po' di respiro e, talvolta, trasformarsi in degli attivisti. Del resto, anche se “contraria alla morale”e perciò multabile, l'omossessualità qui non è perseguibile per legge. Hilmi, 25 anni, occhialuta aria da imbranato, è venuto dall'Anatolia: viveva in un paesino in cui dichiarare la propria sessualità lo avrebbe condannato allo stigma a vita. Leggendo nei fondi di caffè turco qualcuno saggiamente l'ha convinto a partire alla volta di E Polis, La Città. &lt;br /&gt;Ma la storia nella storia della sessualità a Istanbul è quella di Demet Demir, cinquant'anni di cui la prima metà da uomo e il resto da donna.  Sopracciglia folte, sguardo severo che si addolcisce alla prima battuta, Demet ha smesso di prostituirsi cinque anni fa e medita di tornare a vivere con l'anziana madre che, dopo aver compiuto un pellegrinaggio alla Mecca per ripristinare il senno- e il sesso- del figlio, s'è rassegnata. “Ero una militante di sinistra già negli anni '70, ma per socialisti e comunisti di tutto il mondo all'epoca l'omosessualità era bandita. Figuriamoci in Turchia”. &lt;br /&gt;Entra nel partito Verde Radicale ma nell'88, poco dopo il colpo di Stato dei militari, viene arrestata e rimane in carcere quasi un anno. Si può immaginare cosa significasse essere un transessuale in un carcere turco durante la dittatura militare. “Un eterosessuale non sarebbe sopravvissuto alle torture fisiche e psicologiche che ho superato io”. Uscita dal carcere più agguerrita che mai, negli anni '90 Demet diviene un simbolo della liberazione sessuale quanto mai all'avanguardia per Istanbul, per la Turchia e per tutto il mondo islamico.  Nel 1996 è l'unica a resistere stoicamente agli sgomberi forzati della polizia di Ulker Street, la via della prostituzione nel cuore di Beyoglu, in occasione della conferenza Onu Habita III: “Sono rimasta prigioniera in casa per settimane. Mi ci sono barricata con acqua e viveri, da sola. Sono stati i giorni più difficili della mia lotta”. Nella sua vita di prostituta e militante, comunista e transessuale, Demet viene arrestata più di trecento volte, molte delle quali per poche ore, sufficienti ai poliziotti per abusare di lei. “Di notte, al buio, nessuno è veramente musulmano. E la Turchia stenterebbe a credere ai nomi di molti miei clienti abituali”.&lt;br /&gt; Ogni guerra contro i mulini a vento ha anche le sue battaglie vinte: la sua resistenza nella casa di Ulker Street si trasforma in un caso planetario e molti partecipanti alla conferenza ONU vengono a darle sostegno finché la polizia, su ordine del governo, non è costretta a desistere. Il Partito Libertà e Solidarietà allora le propone di candidarsi come consigliere municipale: è, innanzitutto, una storica affermazione all'interno della sinistra turca. Non ottenne il seggio, ma la campagna elettorale e un momento di enorme visibilità per tutto il movimento, e sullo slancio Demet crea la prima Commissione interna al partito sulle libertà sessuali: “In quel periodo ci azzardammo a fare il primo gay pride. In trenta  persone. A quello di giugno di quest'anno eravamo seimila”.&lt;br /&gt; La questione dei diritti umani degli omosessuali svela un altro paradosso turco: è stata proprio il mix tra occidentalizzazione e islam a far sorgere le più grosse forme di discriminazione. Sotto l'impero ottomano era largamente tollerata. Oggi la comunità e i movimenti LGBTT sono i più convinti sostenitori dell'entrata della Turchia in Europa, ma, raccolti come comunità nella parte europea, sono molto lontani non solo dal resto del paese profondo, ma anche da quella parte della città- immensa- che non rientra nelle cartoline. &lt;br /&gt;“La parte europea della città ormai è un luogo troppo votato al turismo. Comoda e ricca, ma immune ai cambiamenti. La vera Istanbul, vita notturna compresa, si è spostata a Kadikoy, nella parte asiatica”. A dirlo è Nalan, nata in Bulgaria trenta anni fa e trasferitasi qui con la famiglia nel 1989, all'agognata apertura delle frontiere. “Più che la Turchia...in Europa vorrei entrarci io”. Adora vivere a Istanbul, dove fa la ricercatrice di scienza ambientale, ma rimpiange l'assenza di moralismo della società bulgara. “A scandire la vita della gente, qui, sono le leggi non scritte”. Poche settimane fa una ragazza in minigonna è stata aggredita da una folla di giovani inferociti a Taksim, la piazza nel cuore della Istanbul europea, presunta roccaforte della libertà di costume. Un'altra legge non scritta, secondo Nalan, è il fatto che siano gli uomini a fare e disfare regole che le donne dovrebbero accettare passivamente, anche quando sono manager aziendali.&lt;br /&gt; Lei fa parte di quella sparuta minoranza di ragazze che legge i giornali, si informa. “Temo una deriva islamica del governo Erdogan, anche se non credo che sia dietro l'angolo come qualcuno paventa. Sinceramente credo che questa classe dirigente abbia in mente più che altro di fare i soldi”. &lt;br /&gt;Del resto islamizzare la Turchia non è facile come si potrebbe pensare di un paese in cui il 99% degli abitanti si dichiara musulmano. In tutte le scuole e le università pubbliche le ragazze che portano il velo sono costrette a toglierselo prima di entrare a lezione. Nalan non riesce a credere che in molte scuole italiane ci sia ancora il crocifisso nelle aule: l'ennesima dimostrazione che infondo l'Europa che pretende tante garanzie sui diritti umani alla Turchia, da lei ha anche qualcosa da imparare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-8800166327482379896?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/8800166327482379896/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/10/istant-blue.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8800166327482379896'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8800166327482379896'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/10/istant-blue.html' title='Istant-Blue'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TMVSYUQKrqI/AAAAAAAAAD4/2i94UA63lfw/s72-c/DSC_0518.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-1130669044202167283</id><published>2010-09-27T02:27:00.000-07:00</published><updated>2010-09-27T02:41:50.810-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cuba'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='l&apos;avana'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ricordi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><title type='text'>C'era una volta a L'Avana</title><content type='html'>O forse era Santiago de Cuba, quando a diciott’anni scoprii che fra gli uomini una  parte non piccola ha quel fondo viscido.Quando scoprii anche che ci sono luoghi interi da cui faresti sparire tutti, tranne i vecchi, e che se quei vecchi fossero eterni invecchieresti volentieri al cospetto loro e delle loro sigarette senza filtro- le Popular da fumare fino in fondo, ma così fino in fondo che l’ultimo centimetro si fumava tenendolo stretto tra due monetine da un peso per non bruciarsi le dita.&lt;br /&gt;Nella casa particular dove abitavo c’era un manager svedese che viveva a Shangai da sette anni e mi spiegò la crisi economica apocalittica che sarebbe arrivata - si era appena nel 2002. Forse lui pensava che sarebbe arrivata ben prima e s’è giocato qualche anno gratis di ottimismo. D’altra parte ammetteva che nessuna relazione d’amore in vita sua gli era durata più di tre mesi ed io, anche se della vita non avevo proprio nessuna esperienza, pensavo già che infondo possono capitare cose peggiori di una grossa grassa crisi economica. &lt;br /&gt; Proprio di fronte a noi abitava un ragazzo un po’ strabico con un jolly tatuato sull’interno del gomito che fumava canne su canne rollate con la carta dell’elenco telefonico. Ne riforniva mezza città pedalando su una bmx da bambino. &lt;br /&gt;Diventai amica di una ragazza della mia età, che se la faceva con un notaio milanese nauseante e mi portava nelle rare baraccopoli a conoscere il suo vero fidanzato e ci facevamo risate che dopo un po’ mi preoccupavo di quanto stavo ridendo, e imparai a non giudicare chi baratta il proprio corpo con un televisore a colori, non perchè muoia dalla voglia di un televisore a colori, ma perchè muore dalla voglia di essere diverso dal vicino di casa.&lt;br /&gt;Ernesto invece, fidanzato a distanza e a gettoni con una francese di cui a volte non ricordava il nome, mi portava alle feste reggae sui tetti dell’Avana Vieja, e di colpo c’era da chiedersi cosa stesse combinando il mondo fuori da Cuba per non precipitarsi lì su due piedi nudi. Quando tornavamo a casa albeggiava ma il Malecòn, il lungomare più bello del mondo, era ancora infestato di ragazzini che vendevano noccioline e i pensionati avevano già requisito dai giornalai tutte le copie del Granma, il giornale di partito, per rivenderle per la strada al doppio del prezzo e rimpinguare così la magra pensione.  &lt;br /&gt;  E ogni mattina salivo su un taxi particular, una macchina anni ’50 che faceva un casino tale che non si riusciva a scambiare una parola con gli altri tre passeggeri, e dal Vedado arrivavo in centro e bussavo  col sacchetto del pane fresco a casa di Tania, un’anziana maestra che mi rimboccava la grammatica spagnola raccontandomi  di quando il Papa era sbarcato a Cuba, e che era rimasta innamorata tutta la vita di uno svizzero comunista che non era mai più tornato a prenderla, e che non aveva paura della morte perchè ne aveva già viste di tutti i colori, e chiamava tutti “mi vida”, anche quelli che le telefonavano perchè avevano sbagliato numero. &lt;br /&gt;E proprio per questo, per farmi chiamare mi vida da sconosciute e sconosciuti, anzichè gli autobus per turisti io prendevo quelli per cubani, anche se a noi stranieri costavano poco meno degli altri e facevano schifo e i sedili erano duri come il 3 Via Kennedy-Quarnaro di quando andavo a scuola. &lt;br /&gt;E conobbi anche una noia e una solitudine tremende, di quelle che non vedi l’ora che arrivino l’ora di pranzo e l’ora di cena, e che la cena si protragga il più possibile verso la notte,e che ci sia un posto vicino a casa per vedere la telenovela per passare mezz'ora, e che il sonno poi non tardi a chiudere la giornata. &lt;br /&gt;E anche quei momenti li riassaporo con una tenerezza e una nostalgia infinite, perchè è così, proprio così, che è iniziato tutto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-1130669044202167283?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/1130669044202167283/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/09/cera-una-volta-lavana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1130669044202167283'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1130669044202167283'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/09/cera-una-volta-lavana.html' title='C&apos;era una volta a L&apos;Avana'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-4276445066449998499</id><published>2010-09-07T10:37:00.000-07:00</published><updated>2010-09-07T10:39:17.671-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='africa'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='migranti'/><title type='text'>Alla frontiera</title><content type='html'>Al popolo più numeroso e perseguitato della storia:il popolo di quelli che si spostano.&lt;br /&gt;A chi ha saltato il cenale in un modo elegante,e chi l'ha fatto nella maniera più imbranata.&lt;br /&gt;Ai Ruandesi rifugiati in Congo, che non si decidono a tornare a casa perchè quando un ispettore chiede loro da dove vengono non se lo ricordano, e quando chiede loro dove vogliono andare, non se lo ricordano.&lt;br /&gt;Ai Congolesi rifugiati in Congo, che non saprebbero proprio da che parte iniziare a raccontare.&lt;br /&gt;A chi dice che la sua vita è una fuga, ma è pur sempre la sua vita.&lt;br /&gt;A Joseph e Hassan che, dopo aver attraversato a piedi mezzo continente, si sono inventati di essere fratelli e cuciono vestiti da festa in una striminzita stanza di Maputo, senza lamentarsi neanche per sbaglio.&lt;br /&gt;A Elizabeth, la kenyaya che varca una frontiera dopo l'altra, nella speranza che almeno una la renderà libera.&lt;br /&gt;Alle contadine mozambicane che si sono distratte e troppi anni fa hanno lasciato partire i loro uomini per le miniere sudafricane; a quegli uomini, che picconando al muro scavano i ricordi di chi ha picconato prima di loro.&lt;br /&gt;A quelli che sono partiti e a quelli che sono scappati, se qualcuno ha la stravaganza di voler fare due colonne separate.&lt;br /&gt;A Juvenal, che ripara la sua bicicletta sotto al suo baobab, chiedendosi quando Diamantino si stancherà dei soldi dei Musungo e tornerà finalmente a sposare Lucilaide.&lt;br /&gt;Alla sorella di Bukuku, che dopo averlo visto perdere tutte le rivoluzioni possibili, se n'è andata a fare la cassiera a Dubai, e quando finisce il turno va a quel galattico centro commerciale dove si vede la neve finta, che pero'non le piace mai, e delusa mette in una scatola una banconota al giorno per la prossima battaglia di Bukuku. &lt;br /&gt;A quelli che hanno saltato sperando di trovare erba e sono atterrati sulla ghiaia, e da allora vivono sognando il ricordo della loro partenza, o ricordando il sogno che doveva essere il loro approdo. Finchè l'essere stranieri diventa “nè dolore nè fatica nè fastidio, ma semplicemente l'unico modo di essere da qualche parte”.&lt;br /&gt;A quelli che sono venuti in Africa a cercare Moby Dick, e quando si sono rassegnati al fatto che non l'avrebbero mai trovata...hanno continuato a cercarla.&lt;br /&gt;Ai gorilla che, dalla sommità del loro vulcano, osservano questi umani andirivieni e inventano complicate leggende per dargli un senso purchè sia.&lt;br /&gt;All'innata, impareggiabile e struggente capacità degli esseri umani di trovare l'alba dentro all'imbrunire, e di sfruttare la lunga notte che viene dopo per seminare l'orto alla luce imperfetta della luna.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-4276445066449998499?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/4276445066449998499/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/09/alla-frontiera.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4276445066449998499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4276445066449998499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/09/alla-frontiera.html' title='Alla frontiera'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-5022820588794246721</id><published>2010-08-31T05:55:00.000-07:00</published><updated>2010-08-31T06:54:20.172-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='pioggia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ruanda'/><title type='text'>Mercì pour chanter</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TH0JMZZXyTI/AAAAAAAAADo/uvFhylURO9o/s1600/DSC_0179.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TH0JMZZXyTI/AAAAAAAAADo/uvFhylURO9o/s320/DSC_0179.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5511571627551738162" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I bambini di strada di Ruengheri ti accolgono gonfiando preservativi e strappando l'elastico dalle mutande Unicef per fabbricare fionde che disarmeranno fionde rivali.&lt;br /&gt;Ma sotto ai banani del Rwanda, si sa, l'erba non cresce .&lt;br /&gt;E nella stagione secca una polvere perenne tinge di una trasparenza rossastra le colline di Kigali, e i biciclettari che trasportano passeggeri su improvvisati portapacchi tossiscono polvere e si asciugano il sudore con fazzoletti da lord inglesi. I vecchi ingobbiti da una lunga serie di ricordi ingombranti intanto scrutano il cielo immobile oltre alle spalle dei poliziotti, che sono i più alti di tutti. &lt;br /&gt;Un giorno di fine agosto, però, arriva finalmente la pioggia. La gente esce di casa a prendersene un po' per salutarla, ognuno a modo suo, senza appariscenze- tutti con quella riservatezza che li distingue dal resto del continente. &lt;br /&gt;La lunga siccità anche quest'anno è finita. I canali d'irrigazione finalmente disegnano sorrisi nella terra intorno alle piantagioni di tè  (muschio, il tè sembra muschio!) che costeggiano la strada verso il confine con l'Uganda.&lt;br /&gt;E la mattina del giorno dopo, tutti si salutano con un'umore diverso. Non c'è bisogno di chiedersi le novità ( il saluto tradizionale: amakuro?nimesa! Novità?buone!) perchè l'indomani la buona notizia è la stessa per tutti. E' arrivata la pioggia, siamo tutti più vecchi di un anno. Persino la natura. Che si risveglia, puntuale, nell'arco di una notte.&lt;br /&gt;Il giorno dopo la prima pioggia della stagione,questo giorno di euforia collettiva, sonnecchio sull'autobus fra Kigali e Byumba, non ancora del tutto sicura di dove mi trovo. E' allora che succede- come sempre, in qualche modo succede- l'Africa mi accoglie. &lt;br /&gt;La donna sul sedile davanti al mio, la testa appoggiata al finestrino, si mette a cantare una ninna nanna infinita, con una voce che copre il frastuono dell'autobus e i clacson degli altri viandanti. Canta per almeno un'ora di fila, e quasi tutti fermano le loro parole per ascoltarla, o almeno per rispettare chi l'ascolta. O forse sono solo grati che una voce così bella prenda, senza chiedere niente in cambio, il posto delle loro. E mentre cala la sera e sulle colline intorno alla strada si accendono i fuochi dei contadini, io mi sento in mezzo agli indiani d'America prima che fossero spazzati via-addirittura  mi sembra di vederli che cantano questa stessa canzone tra fumi e tende. Saranno gli occhi chiusi. Sarà questa orgogliosa malinconia africana che pervade tutto, anche le storture che non si giustificano, anche le sconfitte plateali. Sarà questa ninna nanna e la sua vaga saggezza che cullerebbe qualsiasi essere umano del mondo. &lt;br /&gt;Mercì pour chanter, mormoro, quando il viaggio finisce e riapriamo gli occhi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-5022820588794246721?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/5022820588794246721/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/08/merci-pour-chanter.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5022820588794246721'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5022820588794246721'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/08/merci-pour-chanter.html' title='Mercì pour chanter'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TH0JMZZXyTI/AAAAAAAAADo/uvFhylURO9o/s72-c/DSC_0179.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-3274483094460245911</id><published>2010-07-13T04:11:00.000-07:00</published><updated>2010-07-13T04:19:06.871-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='rosarno'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='castelvolturno'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='migranti'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mafia'/><title type='text'>meridiane di meridione</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TDxLoK_8cWI/AAAAAAAAADY/8xTijh8pjxY/s1600/DSC_0028.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TDxLoK_8cWI/AAAAAAAAADY/8xTijh8pjxY/s320/DSC_0028.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5493348799004569954" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sembra di camminare su un marciapiede di Kampala, capitale dell’Uganda. Per strada si incrociano solo africani, le insegne dei negozi sono tutti in inglese, intorno all’immondizia che straborda dai cassonetti si formano nugoli di mosche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non è una strada di Kampala. E’ la Domitiana, strada principale di Castelvolturno, provincia di Caserta. Il comune più africano d’Italia e, contemporaneamente, la cloaca della Campania: qui, la questione rifiuti non si è mai risolta. A mala pena è mai entrata nell’ordine del giorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Castelvolturno è salita agli onori della cronaca nel settembre del 2008, quando un commando della Camorra comandato dal sanguinario Setola aprì il fuoco su sette africani fuori da una sala giochi. Era un avvertimento chiaro alla comunità africana, per presentare il potere della Camorra a chi ancora non avesse capito bene dove si trovava. Ma gli africani, di stanza qui come braccianti nei campi coltivati del casertano, si ribellarono all’intimidazione e per due giorni misero a ferro e fuoco la città, chiedendo che i responsabili finissero nelle mani della giustizia. Una lezione di cittadinanza in una delle zone più omertose e fuori controllo d’Italia, e che in cambio ha aperto le porte alla mlitarizzazione della città: polizia e carabinieri, ma anche un paio di jeep dell’esercito che pattugliano la statale Domitiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da allora, Castelvolturno è uno dei simboli dello sfruttamento del lavoro migrante e della complicità mafiosa in Sud Italia. Nonostante Setola- il camorrista mandante della strage-e i suoi siano stati arrestati, basta passeggiare per la città per capire chi comanda, chi ha sempre comandato. Questa è la base della famiglia Coppola, che vi costruì addirittura un quartiere sul mare col proprio nome (il Villaggio Coppola), simbolo dell’abusivismo edilizio, più tardi parzialmente demolito da un sindaco particolarmente coraggioso. Negli anni ’70 e ‘80 Castelvolturno era bel posto di villeggiatura, e potrebbe esserlo ancora: ma oggi la spiaggia è una discarica a cielo aperto- poche settimane fa è stato rinvenuto persino un deposito di amianto- e le seconde case che i napoletani comprarono qui trenta o quarant’anni fa per i week-end al mare oggi sono affittate in nero ai ghanesi e nigeriani che vengono a lavorare nei campi. Per quindici o venti euro al giorno, naturalmente in nero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Califu-grounds”è il nome delle rotonde su cui gli africani aspettano dalle prime luci dell’alba un lavoro a giornata. “Califu”, come gli intermediari che in Libia li portavano da una tappa a quella successiva della loro odissea verso l’Europa, talvolta imbrogliandoli, così vengono battezzati anche gli autisti campani che li caricano in macchina verso qualche frutteto, incassando in cambio del trasporto una porzione del loro già magrissimo salario. “A volte poliziotti in borghese si fingono Califus per caricarci in macchina e portarci in questura” racconta Appiah, ghanese, da poco più di un anno in Italia. “L’arma su cui contano è la nostra paura. Per questo è fondamentale che facciamo rete tra noi e che siamo ben consapevoli dei nostri diritti”. Ogni mercoledì pomeriggio all’ex Canapificio, un centro sociale di Caserta, si ritrovano per fare il punto della situazione, organizzare qualcosa di simile a uno sciopero, e soprattutto ascoltare la propria situazione dai volontari dello Sportello Legale. “Abbiamo cercato di aiutare molti a ottenere un permesso di soggiorno con un escamotage: rientrare nella sanatoria del settembre scorso per assistenti domestici. Ma molte volte il tentativo non è andato a buon fine per la scarsa collaborazione del presunto datore di lavoro. Anche quelli in buona fede sono stati intimiditi dalle nuove leggi contro il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” spiega Mimma, attivista del Centro Sociale. E aggiunge: “Eppure se non fosse per gli africani, l’economia di questa zona sarebbe completamente crollata. Senza di loro non si raccoglierebbe più la frutta nei campi, e le seconde case dei napoletani a Castelvolturno sarebbero rimaste vuote”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ora nuovi interessi gravitano intorno alla città; e come sempre, dietro a grandi progetti edilizi c’è la Camorra. “Di qui sono di stanza i Casalesi, la mafia del Mattone”spiega Filippo, un comboniano in missione qui “Presto si capirà se nella strategia della Camorra gli immigrati possono restare a raccogliere la frutta o bisogna liberarsene per permettere a Castelvolturno di diventare un polo turistico”. Sono già stati stanziati miliardi per cambiare i connotati alla darsena della città e per creare un porto da cui far partire i traghetti verso le isole. Se le quotazioni marine di Castelvolturno dovessero salire, c’è da scommettere che mafia e politica troveranno presto il modo di liberare le case e le strade della città dalle migliaia di lavoratori africani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Destinazione Rosarno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qual è il destino di un immigrato, tanto più se clandestino, in Italia? Sempre quello di fare la spola tra un’opportunità di lavoro e l’altra. Sperando di non pestare piedi invisibili come è successo qualche centinaio di chilometri più a sud di Castelvolturno, a Rosarno, nell’ultima fetta tirrenica della Calabria. Un nome che tutta Italia ha visto rimbalzare sui titoli dei giornali nel gennaio scorso, quando è esplosa la rivolta dei braccianti africani della raccolta delle arance, esausti della violenza e delle vessazioni dei giovani rosarnesi, che il 6 gennaio ferirono due di loro sparando con fucili ad aria compressa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vicenda finì con la deportazione di un centinaio di lavoratori clandestini verso i più vicini CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e la fuga di quasi tutti i regolari, spaventati dal clima d’odio e dalla presenza massiccia della polizia. “Erano quindici anni che c’era questo problema di persone costrette a vivere come bestie”spiega il parroco Don Memè. “Ma il ministero dell’Interno, anziché occuparsene, ha lasciato, o voluto, che scoppiasse il pandemonio per poi mostrare la mano pesante. A mio parere anche il casus belli è stato creato ad arte”. Oggi, tre mesi dopo i disordini, molti africani sono tornati. Non si accampano più nella Rognetta, l’ex fabbrica in cui si erano rifugiati durante il pogrom di gennaio, poi rasa al suolo dalle autorità. Alcuni vivono più stretti che possono in qualche casa in affitto, moltissimi nei casolari dei datori di lavoro, o sotto qualche albero nei campi di raccolta. Sono tornati perché altrove non hanno trovato lavoro nemmeno per i venti euro al giorno che vengono loro offerti qui. Ecco qual è, in fondo, il destino di un migrante: quello di non avere alternative. Di tornare nella bocca del leone per avere qualcosa con cui riempire la sua. Ora tutti qui a Rosarno si affrettano a dire che la ‘Ndrangheta non c’entrava. Che l’organizzazione mafiosa più potente del mondo non si interessa certo di qualche migliaio di arance raccolte per poche lire. Chissà. Certo è difficile credere che non abbia nulla a che fare col modo in cui è stata gestita la vicenda, coi ragazzini armati di fucili ad aria compressa e spediti a provocare i braccianti, che quest’anno, a causa la crisi delle fabbriche del nord, erano diventati troppi: quasi tremila. E in questo lembo di terra, dalle cui colline è ben visibile il porto di Gioia Tauro- lo scalo marittimo per eccellenza della ‘Ndrangheta, la sensazione è che nulla si muova senza il consenso della mafia, che quando non opera per raccogliere capitali lo fa per agglutinare consenso, per serrare le fila. La gente si stava stancando di tanti africani per la strada? Togliamo di mezzo quelli di troppo; gli altri torneranno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Granelli di sabbia in un ingranaggio invisibile&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco perché è così difficile- in fin dei conti eversivo di un ordine secolare- creare un’alternativa. Lo sanno quelli del Consorzio Goel, un insieme di cooperative basate nella Locride, a un tiro di schioppo da Rosarno e Gioia Tauro, dall’altra parte dell’Aspromonte, sulla costa Ionica. “Noi non entriamo in tutti i settori dell’economia da cui capiamo di potere trarre vantaggio materiale”spiega Vincenzo Linarello, presidente di Goel. “Bensì in quelli strategicamente utili all’Ndrangheta, per mostrare che fare le cose eticamente non solo è più giusto,ma funziona meglio”. Dalla moda all’agricoltura, dall’inserimento lavorativo di disabili ai collettivi di artisti. E, ultimamente, persino all’erogazione di servizi: il progetto di welfare comunitario “Aiutamondi”, partito recentemente con finanziamenti della Fondazione Sud, è un’avanguardia assai interessante per un territorio come questo. “Abbiamo iniziato proponendo a un campione delle domande su cosa mancava più di tutto nella zona, in termini di servizi”, spiega Emanuela, direttrice del Consorzio “e abbiamo ottenuto qualche sorpresa: la gente chiedeva soprattutto tutela legale rispetto all’amministrazione pubblica e l’accesso a iniziative culturali, come la possibilità di frequentare gratuitamente corsi di teatro e musica”. L’idea è di far incontrare due carenze che da queste parti creano un circolo vizioso: quella di servizi e quella di occupazione. “In Aiutamondi (in dialetto “aiutiamoci”), la gente paga il servizio di cui è utente con ciò che ha ma non riesce a mettere sul mercato: può essere una cassetta di frutta come la sua competenza di muratore, o di avvocato”. Presto, con l’aiuto delle associazioni di categoria, verrà creato un tariffario per stabilire il metro di pagamento di ogni servizio a cambio di una prestazione professionale. “Quello dell’Ndrangheta è un preciso sistema che si basa sulla precarietà e quindi sulla dipendenza” dice Vincenzo. “La gente confonde i diritti con favori da ricambiare col voto”. Per spezzare questa catena, una serie di cooperative si sono unite sette anni fa in consorzio per inserire lo strumento dell’impresa sociale nella lotta contro la mafia e le massonerie deviate. Dal 2005, anno nero dell’omicidio del vicepresidente regionale Fortugno, e di una recrudescenza di attacchi e intimidazioni a danno di tutta la società civile a opera dell’Ndrangheta, il Consorzio lancia l’idea dell’Alleanza per la Locride e la Calabria: un appello a tutta Italia per fare rete, in primo luogo d’informazione e solidarietà. E che ha ricevuto adesioni oltre ogni aspettativa. “Così, a partire dal 2006, la rete si attiva in tutto il paese a ogni intimidazione. E gli attacchi hanno cambiato natura: ora, attraverso il controllo dei media locali e il beneplacito di molte istituzioni colluse, si cerca di screditarci con campagne diffamatorie condotte ad arte”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Contare sulla risonanza solidale nel resto d’Italia è linfa vitale anche per chi dall’altra parte dello Stretto di Messina cerca di fare terra bruciata intorno a mafia e sfruttamento. Altri esempi luminosi di ostinati Davide contro giganti Golia. A Cassabile, nel Siracusano, questa è la stagione della patata e, di nuovo, dello sfruttamento del lavoro migrante; anche qui, il problema a monte è quello del bassissimo prezzo pagato agli agricoltori diretti, e della speculazione degli intermediari, spesso legati a Cosa Nostra. La Rete Antirazzista Siciliana ha tirato fuori dal cilindro una proposta per i medio-piccoli agricoltori: la campagna si chiama “Io non assumo in nero” e propone agli imprenditori che assumono regolarmente i braccianti di entrare in un circuito di vendita “etico”, i Gruppi di Acquisto Solidale sparsi in tutta Italia, con tanto di trasporti assicurati da un’impresa di camion confiscata alla mafia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E se davvero l’unica alternativa praticabile fosse quella di creare un marchio ad hoc per i prodotti “etici”? Ne sa qualcosa Libera Sicilia, la famosa associazione creata da Don Ciotti per creare lavoro e produzione etica nei terreni confiscati alla mafia. Nella Piana degli Albanesi, nel Palermitano, a pochi passi dallo spiazzo di Portella delle Ginestre dove si consumò il massacro del primo maggio 1947, sorgono le cooperative Placido Rizzotto e Pio La Torre, affiliate a Libera. “Sono felice perché non ho dovuto lasciare la mia terra” dice Salvatore, presidente della Pio la Torre. “Ero disoccupato quando ho sentito parlare del concorso per diventare socio della cooperativa che poi avrebbe avuto in appalto la gestione dei terreni di Cosa Nostra confiscati nella Piana. Non ero neppure un militante antimafia: lo sono diventato negli ultimi anni”. Da quando il percorso già difficile delle cooperative ha cominciato a incappare in troppi, misteriosi incidenti di percorso: terreni bruciati, macchinari sabotati… “Noi, in queste terre, non cominciamo da zero. Ma da sottozero”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-3274483094460245911?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/3274483094460245911/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/07/meridiane-di-meridione.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3274483094460245911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3274483094460245911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/07/meridiane-di-meridione.html' title='meridiane di meridione'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/TDxLoK_8cWI/AAAAAAAAADY/8xTijh8pjxY/s72-c/DSC_0028.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-6599558298255299720</id><published>2010-03-22T10:00:00.001-07:00</published><updated>2010-03-22T10:03:16.684-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='favelas'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='rio de janeiro'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='brasile'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='policia pacificadora'/><title type='text'>Rio de janeiro senza favelas</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S6eisSzELgI/AAAAAAAAADQ/ekUwcFdJE2E/s1600-h/P1070447.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S6eisSzELgI/AAAAAAAAADQ/ekUwcFdJE2E/s320/P1070447.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5451504755799240194" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Rumori di una favela di Rio de Janeiro. Le pedine del domino che vengono schiaffate sul tavolo da due anziani. Un altoparlante appeso all’angolo di un vicolo che trasmette le minacce apocalattiche di un predicatore evangelico. Lo sferragliare del Bondie, la funicolare che si arrampica sulla collina, il morro, per portare a casa anche gli abitanti delle case più in alto, più inaccessibili e più povere- ma quelle con la vista migliore sulla baia. &lt;br /&gt;Dona Marta è una delle più storiche favelas della città. Popola dalla prima metà del secolo scorso un morro all’interno di Botafogo, uno dei quartieri chic di Rio, e che insieme a Copacabana, Ipanema e Leblon  forma la cosiddetta zona sud, quella abitata dalla classe media e ricca carioca. “Vivo da cinquant’anni nella zona migliore di Rio” si vanta Elisvaldo, un carpentiere che all’ora del tramonto si avvia verso casa per la stretta salita che taglia Dona Marta.  Ben diversa la condizione dei suoi colleghi favelados che abitano la zona nord, uno sterminato complesso di favelas lontano dal cuore ricco della city, dai suoi trasporti e servizi che funzionano, dalle sue innumerevoli opportunità di lavoro.&lt;br /&gt;Ma si può scommettere che nel giro di qualche anno Elisvaldo e tanti altri abitanti di Dona Marta andranno ad ingrossare le fila della desolata Zona Nord. Probabilmente entro il biennio d’oro 2014 – 2016, quando Rio ospiterà prima i mondiali di calcio in Brasile e poi –nientemeno- le olimpiadi. Prima di questi due avvenimenti la città che splende e che conta deve liberarsi dalle sua favelas troppo in vista e dalla reputazione che le circonda: narcotraffico e sparatorie. Come riuscirci? &lt;br /&gt;Le incursioni di guerra del Bope, il battaglione reso famoso dal film Tropa de Elite, lasciavano sull’asfalto cadaveri più o meno coinvolti col narcotraffico, che comunque trova un bacino potenzialmente infinito in questi luoghi dimenticati dall’arricchimento del paese. E con l’affermazione di Rio come città ospite delle Olimpiadi 2016, si è capito definitivamente che non c’era il tempo di prendere il narcotraffico con le cattive. E agli interventi del Bope sono subentrati quelli della “Policia Pacificadora”, un corpo che entra nelle favelas e le occupa fino alla completa ‘scomparsa dei bandidos’. Stavolta, stranamente, senza resistenza opposta dai miliziani, senza spargimenti di sangue. E stranamente, in ben otto casi su dieci, in favelas della Zona sud&lt;br /&gt;-Non è la prima volta che il governo fa un accordo di “pace armata” con una delle fazioni coinvolte nello spaccio di droga- spiega l’avvocato Joao Tancredo, presidente della Commissione Diritti Umani dell’ordine dei giurisi carioca. “Ci aveva già provato il presidente Alencar all’inizio degli anni ’90, con il divieto alla polizia di entrare nelle favelas di notte. E basta avere qualche coordinata di Rio per notare che tutte le zone in cui ora c’è la Policia Pacificadora erano, sono, quelle sotto il controllo del Comando Vermelho”. Che, secondo l’avvocato, avrebbe accettato di diminuire l’uso e la distribuzione di armi a patto che gli venga garantita la gestione dello spaccio, a sua volta in vista degli affari d’oro che si profilano nei prossimi anni.  “La presenza della Policia Pacificadora, più che altro, diventa una garanzia del fatto che una fazione rivale non cerchi di entrare nella favela”. &lt;br /&gt;Questo corpo di polizia, copiato da una strategia adottata qualche anno fa a Bogotà- e che aveva visto sì diminuire la criminalità, ma solo sul breve periodo - non è l’unica novità per gli abitanti delle favela della zona sud , che contano centinaia di migliaia di abitanti: a preparare l’esodo degli attuali abitanti partecipano anche la regolarizzazione fondiaria delle favelas e dei servizi di base, in particolare luce e acqua: progetto pilota la stessa Dona Marta, la prima a ricevere la Policia. &lt;br /&gt;Il riconoscimento di ogni abitante come proprietario regolare di una casa- e quindi soprattutto di un pezzetto di terreno – è stata giustamente salutata con favore dei favelados. Ma non è che il primo passo di un’enorme speculazione immobiliare che, lungimirante, punta a mettere le mani sui morros meglio localizzati e chegodono delle viste migliori della città.&lt;br /&gt;Rio de Janeiro è una città che non può più espandersi, stretta com’è tra la foresta della Tijuca e la Baia di Guanabara. Specialmente la sua zona più ambita, quella delle spiagge meridionali che guardano le acrobazie dei surfisti e  l’alba sul famoso Pao deAzucar, non hanno più un metro edificabile. Ecco perché la pressione sulle favelas, aumentata esponenzialmente negli ultimi mesi: riconoscere un titolo fondiario agli abitanti significa mettere quei terreni e quelle case sul mercato. Comprandole, gli speculatori potranno poi costruirvi mansioni da rivendere a cinquanta volte tanto. “Per la prima volta, quest’anno degli stranieri hanno comprato una casa nella parte bassa di Dona Marta. Per ora la usano solo durante il Carnevale”, aggiunge Elisvaldo. &lt;br /&gt;Ma come convincere in massa gli antichi abitanti a cederle? &lt;br /&gt;“Semplice: con la regolarizzazione di acqua, gas, luce elettrica”spiega Cecilia di Justiça Global, una ONG che si occupa di distribuzione delle risorse. A ruota della Policia Pacificadora, infatti, entra la LIGHT, una concessionaria di servizi elettrici che impianta un nuovo sistema di erogazione dove prima quasi tutti erano allacciati abusivamente: quasi impossibile per un favelado sostenere i costi di una bolletta ai prezzi della zona sud della cidade maravilhosa. “Ho dovuto già licenziare due dipendenti, presto immagino che dovrò chiudere” spiega Marcelo Martins, il panettiere di Dona Marta. “Ho aumentato di poco il prezzo del pane, ma non basta a equilibrare costi e benefici. E se aumento ancota il prezzo, la gente di qui non potrà più permetterselo”. &lt;br /&gt;Aumentano elettricità, acqua e pane. Molte volte questi rincari attingono dalle tasche di disoccupati a cui contemporaneamente vengono offerte alcune decine di migliaia di euro per vendere la casa e andarsene altrove, presumibilmente nella zona nord della città. “Sono già in molti a pensare di andarsene” conferma Sebastiào, un’abitante della zona alta, la più povera della favela, e a cui è stata già staccata la luce per non aver pagato in tempo. Peggio ancora sarà quando entrerà in vigore il nuovo sistema dell’acqua, con un contatore prepagato che smette di erogare acqua se non lo si ricarica. &lt;br /&gt;Dona Marta e le altre favelas della zona sud, grazie a regolarizzazione di case e servizi, diventeranno nei prossimi anni zone migliori. Ma non per le stesse persone.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-6599558298255299720?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/6599558298255299720/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/03/rio-de-janeiro-senza-favelas.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6599558298255299720'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6599558298255299720'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/03/rio-de-janeiro-senza-favelas.html' title='Rio de janeiro senza favelas'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S6eisSzELgI/AAAAAAAAADQ/ekUwcFdJE2E/s72-c/P1070447.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-6611298732992724678</id><published>2010-03-11T03:46:00.000-08:00</published><updated>2010-03-11T03:53:42.170-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='san paolo comuna urbana jandira'/><title type='text'>curve pauliste</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S5jZeKRjXgI/AAAAAAAAADI/jbvXg2aiork/s1600-h/DSC_0509.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S5jZeKRjXgI/AAAAAAAAADI/jbvXg2aiork/s320/DSC_0509.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5447342861481893378" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;San Paolo non è una città per ex fumatori. Il grigio con cui è forgiata esenta i viziati di ogni ordine ed età che, appena possono, con un pacchetto in una mano e un accendino nell'altra, danno il loro piccolo personale contributo all'inquinamento della megalopoli, espirando voluttuose volute e infarcendo d'invidia non solo chiunque abbia acceso una sigaretta in vita sua, ma anche chi vi abbia mai anche solo fantasticato, succhiando il fondo delle matite da bambino. &lt;br /&gt;Naturalmente San Paolo è molto più del suo grigiume. San Paolo è molto perchè è qualcosa di tutto. Viene il dubbio che ci siano più cose a San Paolo che in cielo e in terra. Ci si potrebbe sbizzarrire a farsi venire una voglia che non possa essere soddisfatta all'ombra di qualcuno dei suoi palazzi; se ne uscirebbe comunque rimborsati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jandira&lt;br /&gt;E tutto sommato, complice la tentazione di accendersi una sigaretta alla faccia di tutto, non è così male camminarla, essere urtata dai suoi passanti, sentirsi comprata dai suoi negozi, chiederle per favore un po' di verde, trovarlo in qualche piazza improvvisamente tropicale; perdersi nel dedalo della sua metropolitana, consolarsi con un sacchettino di paes de quiejo in miniatura (otto per novantanove centesimi!) pronunciare a mezza voce i nomi, quasi tutti tronchi, delle sue stazioni. Non è male anche perchè è cosa saputa che poi da una delle maggiori, Barra Funda - molto meno inquietante del nome che si ritrova- si prende il treno per Jandira, un municipio da cui vive e lavora da vent'anni padre Giancarlo- un prete padovano che ha avuto la vita strettamente intrecciata non solo alle sorti del Brasile... ma anche a quelle di Reggio Emilia.&lt;br /&gt; Di tutte le rivoluzioni a cui ha partecipato in vent'anni di periferia brasiliana e che mi racconta in ordine sparso, quella che vorrei qui raccontare è solo la più recente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Comuna Urbana&lt;br /&gt;I venditori ambulanti che distribuivano per qualche spicciolo sigarette e caramelle sulla linea ferroviaria Barra Funda-Itapevì misero gli occhi su una porzione di terra libera da case, che separava la ferrovia  dal torrente, nel municipio di Jandira. Si misero insieme e la occuparono, dandole un nome che non avrebbe portato troppo fortuna. Vila Esperança. &lt;br /&gt;Arrivarono centinaia di nuovi occupanti in pochi mesi. La favela si arrampicava sulle sponde di un torrente di città, di quelli che a ogni pioggia si gonfiano e allagano tutte le baracche portandosi via le più fragili. Era un aspetto cui al momento dell'occupazione nessuno aveva pensato. Dopo la prima piena si ritrovarono tutti a dormire sul tetto della stazione  dei treni, e così fu per anni, a ogni pioggia torrenziale di quelle che periodicamente funestano Sao Paolo. Perciò, ogni volta che sentiva la pioggia bussare alla finestra, Gianchi si metteva gli stivali di gomma e scendeva alla favela per andare a tirare fuori, letteralmente, la gente dall'acqua, e accogliere almeno anziani e bambini nel capannone che faceva allo stesso tempo da asilo, da chiesa e da assembleario della comunità. Finchè  il sole non tornava a seccare il fango e a far riaffiorare le bambole, sulla testa delle quali si tornava a costruire un tetto per l'ennesima volta.&lt;br /&gt;La vera calamità per Vila Esperança non fu la vicinanza del fiume,ma l'ingresso del narcotraffico e, con lui, di un autentico arsenale di guerra distribuito tra le due fazioni che presto si crearono per il controllo dello spaccio di droga. “Io abitavo nel mezzo, in una zona non controllata definitivamente dagli uni nè dagli altri” mi ha raccontato Mainha, che cresce sette nipoti nella sua baracca dopo aver cresciuto sette figli, dei quali alcuni sono morti complice alcool e il narcotraffico. “Abbiamo vissuto per anni schivando pallottole vaganti. Una volta sono tornata a casa dal mercato e ho trovato un bandito che, per scappare ai rivali o alla polizia, mi si era nascosto sotto al letto”. Erano tre o quattro la settimana i cadaveri che, buttati nel torrente, si incastravano nelle palafitte più in basso. Le due fazioni del narcotraffico, protagoniste di una carneficina senza quartiere, trovarono un accordo solo su due cose: pagare la dovuta propina alla polizia per stare alla larga, e proibire a Giancarlo di andare a  tenere la messa nella favela e di predicare contro di loro, convincendo gli abitanti a lottare per il diritto a un pezzo di terra in condizioni migliori e libero dal narcotraffico. &lt;br /&gt;Tutto sembrava destinato a restare così a tempo indeterminato: le piene del fiume. Le pallottole vaganti. La droga. La precarietà. Ma un nuovo personaggio era destinato a entrare nella storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rejeanie &lt;br /&gt;Rejeanie è una donna tra i trenta o i quarant'anni. Non è bellissima, eppure se un regista volesse girare un film sulla sua storia, dovrebbe scegliere per interpretarla qualcuna un po' all'Angelina Jolie. Mi viene incontro per raccontarmi 'la sua versione dei fatti' in un giorno di pioggia, al cantiere dove sorgerà la nuova Comuna Urbana. Capelli lunghi e fradici, braghe militari, camminata da uomo. Zigomi pronunciati, sorriso inaspettatamente fragile. Quattro figlie a carico. Un marito in galera. Alle spalle tredici anni da tenente del PCC, il Primero Comando da Capital, la mafia più potente di Sao Paulo. E un presente da militante dei Sem Terra e da leader comunitaria.&lt;br /&gt;“Io non ero un abitante di Vila Esperança. Frequentavo la favela solo per organizzare il lavoro dei nostri spacciatori, anche se nessuna delle fazioni che si scannavano là dentro era affiliata al Comando. Non importava: nessuno avrebbe provato a metterci i bastoni tra le ruote.Fra un affare e l'altro, diventai amica di una donna della favela. E' inutile spiegare perchè e come due donne diventano amiche. Attraverso i suoi occhi vidi la violenza di ogni giorno, la paura, la peggiore delle torture. Così, convinsi i miei superiori a comprare la favela. Semplicemente, la comprammo alle due fazioni e le mandammo via. E io mi ci trasferii.&lt;br /&gt; Fine delle pallottole vaganti. Il Comando aveva il controllo assoluto e, così, garantiva la sicurezza a tutti. Pian piano, la gente cominciò a chiedermi quello che  desiderava, e una delle cose era il ritorno di questo padre Giancarlo. Andai a casa sua, gli dissi che ero del Comando, e che la gente voleva che tornasse a dire la messa. E che noi non avevamo niente in contrario. Lui si grattò la barba, cercando di capire se era una trappola. Alle fine disse: d'accordo, dì a tutti che domenica sarò lì. Non mancò nessuno”. &lt;br /&gt; Gianchi naturalmente non si accontentò di tornare a celebrar messa. Bisognava guardare avanti, riallacciare la corrente della lotta per una vita libera dal narcotraffico. Si fece vivo con l'MST, il movimento dei sem terra che sentiva  vicino da sempre e con cui collaborava già per altre comunità, e con loro iniziò la lotta di Vila Esperança per il diritto a una casa dignitosa. Elaborarono un progetto per farsi finanziare la costruzione di un nuovo quartiere alla periferia della città, nel quadro di un programma del governo Lula. Ma il regolamento per chi avesse voluto avanzare la richiesta era chiaro: niente spaccio e niente armi. Sarebbe stata, e sarà, la prima Comuna Urbana del Movimento dei Sem Terra.&lt;br /&gt;La favela si ruppe. Da una parte chi seguiva il prete e l'MST, dall'altra chi dava a ragione a Rejeanie: “Io dicevo, niente cazzate. Non esistono favelas senza il narcotraffico. E' meglio stabilire da subito chi comanderà ed evitare stragi”. I due diventarono acerrimi avversari nella guerra per il futuro di Vila Esperança. &lt;br /&gt;E poi, la vita di Rejeanie iniziò a cambiare. Così dice. O forse fu lei a cambiare, e la vita cambiò con lei. &lt;br /&gt;Si accorse che ogni volta che metteva piede fuori dalla favela, doveva corrompere la polizia per fare qualche metro. Che questo succedeva regolarmente davanti agli occhi delle sue bambine, che stavano diventando ragazze. Che forse avrebbe partecipato ai funerali dei loro fidanzatini, ammazzati da qualche pallottola del narcotraffico o dal crack che lei faceva circolare. Poi, anche se lei era sempre riuscita a maneggiare droga senza usarla, non era sicura che loro avrebbero saputo fare lo stesso. &lt;br /&gt;Si rese conto che forse molte famiglie sarebbero riuscite a entrare nel nuovo progetto, e la favela sarebbe scomparsa, e lei sarebbe finita semplicemente a fare la stessa cosa altrove, pedina di una gerarchia che, infondo, non le interessava scalare. &lt;br /&gt;E poi c'erano i discorsi dei Sem Terra. Doveva remare contro di loro ma, ascoltandoli, una parte di lei cominciò ad allentare la resistenza a quella corrente, a quella esperança. &lt;br /&gt;“Che bisogna fare per passare dalla sua parte?” chiese un giorno a Gianchi, col suo solito modo indifferente, da dura, sorprendendolo alla fine di una riunione. Come se fosse una donna tra le tante. Ma sapevano entrambi che un cambiamento di fronte della Rejeanie avrebbe rotto l'impasse. &lt;br /&gt;Il giorno dopo affidò a un corriere il messaggio: fai sapere agli alti gradi del Comando che voglio uscire, costi quel che costi. In genere dentro al traffico si rimane fino a quando...fino a quando. Ma siccome era una donna e, a quanto pareva, qualcuno dall'interno la teneva in grande considerazione, non la condannarono a morte, bensì a pagare fino all'ultimo spicciolo che aveva. Per cui Rejeanie, la regina della favela, la Cleopatra di Vila Esperança, si ritrovò miserabile tra i poveri. &lt;br /&gt;Però ha un lavoro, nella cooperativa che sta costruendo la nuova Comuna Urbana. Il suo lavoro consiste nel costruire la casa in cui, a partire da ottobre, abiterà con le sue figlie, al posto della baracca di plastica e lamiera di oggi. Lavora con ogni tempo e temperatura, tanto che la gente della favela l'ha eletta fra i coordinatori del progetto. E una volta che il quartiere sarà vivo e abitato, avrà un altro impiego, stavolta nella Panetteria Comunitaria. Non solo: “già per il prossimo carnevale le mie ragazze faranno sbavare i maschi sculettando nell' Unidos da Lona Preta”, la scuola di samba della favela. &lt;br /&gt;“Cammino ogni giorno su un muro, indecisa su da che parte lasciarmi cadere” ammette, a modo suo tranquilla. “Non fingo di essere un'eroina del bene. Sapevo di avere davanti, in un modo o nell'altro, un sacrificio. Ho scelto questo. So anche che non passerò mai inosservata, e che per molti rimarrò sempre una tenente del Comando, perciò forse tanto varrebbe tornare a esserlo. Invece sono di nuovo al fronte, ma come Sem Terra”. &lt;br /&gt;Il destino di certe persone è di essere davanti, sempre davanti. Nel bene e nel male.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-6611298732992724678?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/6611298732992724678/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/03/curve-pauliste.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6611298732992724678'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6611298732992724678'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/03/curve-pauliste.html' title='curve pauliste'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S5jZeKRjXgI/AAAAAAAAADI/jbvXg2aiork/s72-c/DSC_0509.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-4866021042303499199</id><published>2010-02-27T15:29:00.000-08:00</published><updated>2010-02-27T15:41:54.531-08:00</updated><title type='text'>L'Amazzonia che non scuoce</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S4msMOOlUII/AAAAAAAAADA/o2NXc5bJ8SU/s1600-h/DSC_0056.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S4msMOOlUII/AAAAAAAAADA/o2NXc5bJ8SU/s320/DSC_0056.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5443070950631624834" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;E' il cuore dell'America del Sud, la congiunzione dell'Amazzonia di tre paesi: Bolivia, Perù e Brasile. Porto Velho, capitale della Rondonia: arrivava qui la ferrovia proveniente dalla Bolivia che gli inglesi costruirono in cambio della cessione dell'Acre al Brasile, alle fine della guerra Araguaia del 1910. Oggi il trasporto su strada ha soppiantato quello su binari, ma lo scopo è sempre lo stesso: imbarcare materie prima sul fiume Madeira, che nasce sulla Ande boliviane e costeggia Porto Velho per sfociare nel Rio delle Amazzoni, sul quale i carichi navigheranno fino a Belèm e da lì oltreoceano. &lt;br /&gt;Anche la natura del carico è cambiata nel tempo. I minerali della Bolivia hanno lasciato il posto alla gomma dell'albero di seringa e al legno pregiato da inviare nel nord del mondo. &lt;br /&gt;Ma il via vai non è mai stato intenso come per il carico del nuovo millennio. La BR 364, strada statale che congiunge la Rondonia al sudest del paese, è una via vai di camion da lunedì a lunedì. Pare ne arrivino circa milletrecento al giorno: trasportano quasi tutti soia. La piantina alta meno di mezzo metro che ha già reso deserti verdi il Mato grosso e il Mato grosso do Sul, i due stati che più si sono votati alla monocoltivazione intensiva per la produzione del boidiesel. Sarebbe un tragitto più breve  dirigerli verso est, e imbarcarli dal porto di Niteroi o dallo Stato di Sao Paulo. Ma la transamazzonica fluviale è decisamente meno costosa: il Brasile ha reso la propria parte di foresta una rampa di lancia per l'export. Pur di seguire questo percorso, alcuni camionisti aspettano tre giorni per poter finalmente scaricare la soia su una chiatta diretta a Belèm. Intanto, ammazzano il tempo in questa città asfissiante e senza molto da dire, senz'anima come tutte le città cresciute vorticosamente intorno a un business che devasta il contesto in cui si sviluppa. Porto Velho non è  altro che un'appendice storpia del business rappresentato dal suo fiume. Tant'è vero che ne sta essendo schiacciata: presto il porto non sarà più l'unica ragione dell'andirivieni in città. &lt;br /&gt;Se in pochi anni la città è passata da cinquecentomila a un milione e mezzo di abitanti, è per la costruzione di un opera faraonica di produzione di energia idroelettrica sul fiume Madeira, nientemeno che il maggior affluente del Rio delle Amazzoni. Che si è già trasformato in un enorme cantiere: sconfitta l'opposizione di movimenti sociali e comunità di base, si  concretizza il Complexo Rio Madeira, un faraonico progetto all'interno dell'Integrazione di Infra Struttura Regionale Sud Americana IIRSA. Quattro centrali idroelettriche, di cui due in Brasile, uno in Bolivia e una quarta binazionale per un totale di seimila Megawatt prodotti; due laghi artificiali in corrispondenza delle centrali brasiliane, una linea di trasmissione energetica fino a San Paolo, un'autostrada (promette la compagnia Oderbrecht, che guida il consorzio dei costruttori) che perforerà le Ande diretta ai porti del Perù sull'oceano Pacifico. Un costo di cinquanta miliardi di euro, quasi tutti di denaro pubblico (il principale finanziatore è il BNDES). Ma mentre le imprese che compongono il consorzio avranno l'energia disponibile a prezzo di costo, quella che rivenderanno al pubblico sarà a prezzo di mercato, con un lucro inestimabile e destinato a lievitare negli anni. “La battaglia contro la realizzazione del Progetto è stata persa” ammette Orcelio del movimento dei danneggiati dalle dighe (MaB). “Ora bisogna combattere quella per il diritto a giuste indennizzi”. Chi è in contrattazione con le piccole comunità che verranno sommerse dopo la costruzione delle dighe, però, sono le stesse imprese (come la franco-belga Suez Tractebel), che propongono aut-aut inaccettabili e costruiscono in alternativa le cosiddette “agrovilas”, quartieri dormitorio lontani dal fiume di cui i riberinhos erano abituati a vivere. Come Mutumparanà, una comunità di pescatori e garimpeiros (i cercatori di minerali sul letto del fiume) che vivono in palafitte sulla riva del fiume duecento chilometri a ovest di Porto Velho. E che, accettino o no gli indennizzi, saranno sommersi nel giro di due anni. Così le decine di comunità di indigeni Caripuna e Caritiana, alcune delle quali vivono  senza aver avuto contatti con la nostra civiltà. &lt;br /&gt;Al di là delle migliaia di ribeirinhos minacciati dalla costruzione delle dighe, il Complexo Rio Madeira rappresenta in toto l'applicazione di un modello che mette a repentaglio l'intero biosistema amazzonico: ecco perchè nella primavera del 2008 ha provocato le dimissioni di Marina Silva, la compagna di lotte di Chico Mendes, acriana come lui e ministra dell'Ambiente dal primo governo Lula, e che si candiderà col Partito Verde alle presidenziali di ottobre.  &lt;br /&gt;Del resto, per mantenere il ritmo di crescita accelerata mantenuta negli ultimi anni, il Brasile ha sempre più bisogno di energia. E qual'è la frontiera di espansione energetica più a buon mercato, se non la stessa Amazzonia che, con i suoi fiumi, offre un potenziale immenso sotto forma di energia idroelettrica? L'Amazzonia non scuoce mai. E' sempre buona da mangiare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-4866021042303499199?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/4866021042303499199/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/02/lamazzonia-che-non-scuoce.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4866021042303499199'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4866021042303499199'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/02/lamazzonia-che-non-scuoce.html' title='L&apos;Amazzonia che non scuoce'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S4msMOOlUII/AAAAAAAAADA/o2NXc5bJ8SU/s72-c/DSC_0056.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-7622645506839374412</id><published>2010-02-20T07:10:00.000-08:00</published><updated>2010-02-20T07:17:20.628-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='amazzonia'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='viaggio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='brasile'/><title type='text'>sao paulo-porto velho</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S3_8pprGDJI/AAAAAAAAAC4/0hkQCs9tx8k/s1600-h/DSC_0018.JPG"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S3_8pprGDJI/AAAAAAAAAC4/0hkQCs9tx8k/s320/DSC_0018.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5440344667378289810" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Brasile si è già iniziata a combattere la futura guerra mondiale tra razionalità e irrazionalità. Tutti contro tutti. Sono razionali i mega investimenti per rubare acqua e cuore all' amazzonia. Sono razionali i deserti delle monocoltivazioni. E' irrazionale il venditore ambulante di pamuya, lo squisito e rovente impasto di mais, formaggio e carne avvolto da foglie di pannocchia. E' irrazionale l'arcobaleno doppio che alimenta il narcisismo del cielo dopo la pioggia, a Riberào Preto, poche ore prima del tramonto.&lt;br /&gt;Riberao Preto è una delle prima fermate dell'autobus da San Paolo a Porto Velho, dopo mezza dozzina di ore di viaggio. Mi capita come compagno di viaggio il signor Joao- di nuovo un Joao dai capelli bianchi, come da Moçimboa da Praia a Pemba, Mozambico.&lt;br /&gt; Nato nello stato di Minais Gerais quarantacinque anni fa e trasferitosi nell'amazzonia quasi disabitata in cerca di terra e lavoro, Joao ha intrapreso questo viaggio a ritroso col figlio minore, Cleito, quattordicenne, per andare a trovare la madre di Cleito, nel frattempo trasferitasi a San Paolo. Anche se ci conosciamo da pochi minuti, mi dice che non vede l'ex moglie da quando si sono separati e che, per quanto avrebbe voluto risposarsi, non ha trovato ancora una donna da amare altrettanto. &lt;br /&gt;Poco dopo di noi sale sull'autobus la passeggera che movimenterà i due giorni d'autobus: Maria, vestito verde, zeppe fosferescenti e sintomi di nanismo (primo tra tutti, mi arriva all'ombelico). Si fa notare subito cantando a squarciagola inni evangelici. Poi attacca bottone con Joao facendo domande assassine sulla sua fede. In pochi minuti Joao scopre di essere condannato alle fiamme eterne; cerca disperatamente di scrollarsi di dosso l'inferno brandendo una bibbia che porta con sè e citando quel che ricorda del catechismo. Ma Maria, forte dell'elezione che Dio le avrebbe concesso salvandola dalla tragedia del volo della Gol del 1983 (di cui sostiene di essere stata una dei quattro superstiti) gli toglie ogni speranza. A meno che, naturalmente, si converta alla fede evangelica, entrando in una qualsiasi delle circa diciannovemila congregazioni nate in Brasile negli ultimi vent'anni, e abbandoni la troppo blanda fede cattolica, che lo lascerebbe fuori dalla Nuova Gerusalemme. &lt;br /&gt;Naturalmente è piuttosto surreale assistere a una discussione di questo tenore, per lo più tra due  perfetti estranei. Ma in Brasile, Dio, a ragione o torto, per fede o per business, è sulla bocca di tutti. &lt;br /&gt;E' irrazionale discutere di queste cose, ma in qualche modo i civili dovranno pur difendersi, in questa guerra. E intanto che ci difendiamo, attraversiamo cinquantadue ore del campo di battaglia: dall'industriale San Paulo, ai pascoli malinconici di Minas Gerais, agli altipiani a singhiozzo della Goias, ai campi di soia transgenica del Mato Grosso,deserti verdi in cui non compare anima viva, tranne gli uomini volanti che sganciano pesticidi dagli aeroplanini che ci ronzano sulla testa. E anche nei loro getti a mezz'aria vediamo formarsi l'arcobaleno. Ma questo, si sa è il paese delle contraddizioni. &lt;br /&gt;In Amazzonia,quella sua branchia detta Rondonia, si entra infine di notte, di soppiatto, per non disturbare ciò che è già sconvolto. La Rondonia orientale, la prima che si incontra, è una foresta spelacchiata e che si aggrappa alla stagione delle piogge per rievocare il verde violento che il progresso ha risparmiato solo come idea.  Ma avvicinandoci a Porto Velho, sulla strada verso l'Acre, la foresta trova una sorta di -temporanea- rivincita.&lt;br /&gt;Continua...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-7622645506839374412?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/7622645506839374412/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/02/sao-paulo-porto-velho.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/7622645506839374412'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/7622645506839374412'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2010/02/sao-paulo-porto-velho.html' title='sao paulo-porto velho'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/S3_8pprGDJI/AAAAAAAAAC4/0hkQCs9tx8k/s72-c/DSC_0018.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-3119333610115196264</id><published>2009-10-31T05:26:00.001-07:00</published><updated>2009-10-31T05:45:16.589-07:00</updated><title type='text'>johannesburg, donne e cartapesta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SuwuFGKufvI/AAAAAAAAACM/4VksJbJDj5g/s1600-h/DSC_0539.JPG"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SuwuFGKufvI/AAAAAAAAACM/4VksJbJDj5g/s320/DSC_0539.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5398740718400208626" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'ultimo capitolo delle mie incursioni africane è sempre Johannesburg (o, come direbbe chi ne sa, JoanElensburg). &lt;br /&gt;Si chiude a johannesburg perchè da qui i voli costano poco. E perchè da qui costano poco? Perchè questa è la capitale di un continente intero. Piaccia o no, tutto passa da questa metropoli grigiofumo che ti fa sentire a New York per le sue infinite possibilità sfavillanti ma anche per i suoi infiniti bronx, per i suoi edifici anni 30 con le scale antincendio e per quella specie di sax di sottofondo mentre la cammini circospetta- circospetta tu e circospetta lei. &lt;br /&gt;Curioso - o ovvio?- che la capitale dell'Africa sia forse la sua metropoli meno africana, cuore del paese che il meno africano lo è sicuramente, anche se nella sua storia conserva marcato a fuoco un destino in cui, in maniera forse indelebile, sono passati quasi tutti i paesi dell'Africa australe. &lt;br /&gt;Il mail &amp; guardian, un ottimo settimanale sudafricano, ha appena dedicato un numero al tema del razzismo che ancora permea la società. Riassunto fattomi da Clara che vive qui da un anno e mezzo: i neri fanno la parte dei buoni, i bianchi fanno la parte dei vaghi. E quando possono si evitano con eguale e simmetrico piacere. &lt;br /&gt;La Commissione per la Verità e la Riconciliazione presieduta dal grande Desmond Tutu ha incarnato sulla terra una capacità di perdono che, per chi conosce anche solo vagamente le atrocità dell'apartheid, ha del divino. &lt;br /&gt;Ma alla catarsi collettiva non hanno corrisposto le milioni di individuali, altrettanto necessarie. Tanto più che la stragrande maggioranza dei neri continua a vivere confinata in baraccopoli senza accesso ai servizi che le erano preclusi per legge durante l'apartheid. Molto spesso questo dà luogo ad angoscianti guerre tra poveri, com'è successo nel maggio 2008 durante gli attacchi xenofobici contro mozambicani e zimbabweani bruciati vivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppur, si muove. Oggi ho visitato una cooperativa di donne,la Twanano Paper Making, in una delle aree più povere di Ivory Park, una storica township di Johannesburg. La cooperativa si occupa di costruire oggetti col materiale di recupero fornito da un'ombrello più ampio di cooperative di raccolta e riciclaggio di spazzatura. &lt;br /&gt;Gloria, quella che aveva l'aria di tirare un po' le fila, aveva uno sguardo da dura e il sorriso stanco. Giorni fa Gloria ha partecipato, invitata da Clara, a una conferenza sulle cooperative in cui ha raccontato i nove anni di vita della sua. Prima di andarsene si è presa tutte le caramelle del tavolo dei relatori (...me la immagino, con quello sguardo duro) e ha tenuto a mo' di trofeo il cavaliere col suo nome da relatrice. Virginia, invece, è una di quei donnoni con fare materno e risata dietro l'angolo. E' stata lei a spiegarci quasi tutto il processo infilando le manone nei secchi di riciclato, di fibra e di tinta per fare la cartapesta.  Con loro si era fermata ad aspettarci una terza socia, che non parlava una parola di inglese ma sorrideva orgogliosa. Nella cooperativa regnava l'odore buono dei libri vecchi ma non polverosi, e fuori, al sole, la township continuava la sua vita producendo spazzatura  e accatastandola ai bordi delle strade, pronta per essere riciclata e fornire reddito alle volenterose con le mani in pasta. Un pezzo di paese riproducibile mille volte. Volendo.&lt;br /&gt; E se il Sudafrica si desse una seconda possibilità per rendere umano un sogno che ha avuto del divino?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-3119333610115196264?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/3119333610115196264/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/johannesburg-donne-e-cartapesta_31.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3119333610115196264'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3119333610115196264'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/johannesburg-donne-e-cartapesta_31.html' title='johannesburg, donne e cartapesta'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SuwuFGKufvI/AAAAAAAAACM/4VksJbJDj5g/s72-c/DSC_0539.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-4524203607048599477</id><published>2009-10-27T07:39:00.000-07:00</published><updated>2009-10-27T07:46:07.802-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mia couto mozambico elezioni africa'/><title type='text'>mozambico, elezioni:intervista a mia couto</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SucHZ8cMhDI/AAAAAAAAACE/ghvnavGYGY8/s1600-h/P1060710.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 214px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SucHZ8cMhDI/AAAAAAAAACE/ghvnavGYGY8/s320/P1060710.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5397290820729340978" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Mia Couto è certamente il più noto scrittore mozambicano e fra i più apprezzati scrittori viventi di lingua portoghese (il suo Terra Sonnambula ha vinto numerosi premi africani e intercontinentali). Figlio di portoghesi, ha lottato come mozambicano per l'indipendenza dalle madrepatria e negli anni '80 è stato direttore dell'agenzia nazionale di informazione, prima di tornare alla professione per cui ha studiato ,quella di biologo, che oggi esercita in uno studio nel centro di Maputo e dal quale mi risponde mentre mi sbrodolo del te' che mi ha offerto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nei suoi libri, il passato “non smette mai di passare”, continuamente elaborato e ricostruito dal presente. Che rapporto ha il Mozambico col suo tormentato passato?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Beh,una relazione degna di questo tormento. Il Mozambico è un caso unico: il passato è ancora più recente del presente. Succede alle cose molto giovani e ansiose di crescere : infondo il paese ha appena trentatrè anni, tanti ne sono passati dall'indipendenza. Io sono più vecchio di lui! Come per avanzare rapidamente nel tempo, è in atto un esercizio di oblio collettivo di quello che più ha distinto la nostra storia: le guerre. Prima quella contro il Portogallo, poi quella civile. Entrambe oggi sono state trasportate “al di là della memoria”: se si chiede a un mozambicano di ricordare quei tempi, preferirà cambiare argomento. Ma l'esercizio dell'oblio è sempre una gravidanza di bugie. Possiamo dimenticare il passato, ma non dimenticare che stiamo dimenticando. &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A cosa è funzionale questo colpo di spugna sul passato&lt;/strong&gt;?&lt;br /&gt;Come tutte le ricostruzioni storiche, agli interessi sociali dominanti. Sembra che il ricordo della guerra sia a loro pannaggio esclusivo. &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qual'è il ruolo del processo elettorale in questa fase della vita del paese?&lt;/strong&gt;Le elezioni sono sempre un passo verso un comune sentire e un comune denominatore : il Mozambico. In generale il ruolo storico del governo seguito al colonialismo, quello della Frelimo, è stato quello di mettere l'identità nazionale mozambicana sopra a tutte le altre, di concretizzare un progetto di nazione comune contemporaneamente a tutte quelle preesistenti, di natura etnica- il che non significa in conflitto tra loro. Aggiungo, in conflitto non lo sono tuttora. Ecco perchè vanno a vuoto i tentativi di certi politici di dare un colore partitario alle etnie.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lei è anche professore. Come vede i giovani mozambicani?&lt;/strong&gt;Mi sembra che siano stanchi di essere visti e trattati dal mondo intero come vittime. Rispetto alla generazione dei loro padri, hanno decisamente rinunciato all'abitudine di incolpare il colonialismo di tutti i mali del presente;semmai hanno una visione abbastanza globale da cercare la radice di problemi locali nei sistemi mondiali. &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E' ottimista sul futuro del Mozambico?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ci vuole tempo. Nessuno, a cominciare da noi stessi, dovrebbe pretendere che risolviamo in pochi anni questioni- come lo shock della guerra- che in Europa hanno richiesto decenni.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A proposito di Europa, lei è uno dei pochi scrittori africani che continuano a vivere in Africa... &lt;/strong&gt;Una volta, a una conferenza di scrittori africani,io ero l'unico che viveva ancora in Africa... e anche l'unico bianco. Le due cose fanno parte dello stesso paradosso, ovviamente. Io non ho scelto di portare l'occidente nel sangue, ma posso scegliere dove vivere. Non ho bisogno di scoprire l'Europa per sapere che voglio vivere in Africa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-4524203607048599477?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/4524203607048599477/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/mia-couto-e-certamente-il-piu-noto.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4524203607048599477'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4524203607048599477'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/mia-couto-e-certamente-il-piu-noto.html' title='mozambico, elezioni:intervista a mia couto'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SucHZ8cMhDI/AAAAAAAAACE/ghvnavGYGY8/s72-c/P1060710.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-8354246613021569421</id><published>2009-10-16T11:32:00.000-07:00</published><updated>2009-10-21T02:39:23.695-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mozambico profughi'/><title type='text'>incontri in un campo profughi</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/St7V4hwCLcI/AAAAAAAAAB8/NiCCVFzEKpE/s1600-h/Picture+016.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/St7V4hwCLcI/AAAAAAAAAB8/NiCCVFzEKpE/s320/Picture+016.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394984570745662914" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Arrivare a Maratane non è facile. Certo che non lo è, se sei un rwandese o un congolese o un kenyano o un sudanese che dovrà camminare sotto il sole africano- o sperare che rallenti un camion, o che un sacco di farina ti lasci spazio sul tetto di qualche autobus- attraverso tutta la Tanzania e il nord del Mozambico. &lt;br /&gt;Ma non è uno scherzo neanche se vuoi arrivare a Maratane non come rifugiato, ma come testimone, come forestiera che vorrebbe scrivere della diaspora dei popoli di grandi laghi per l'Africa. Prima è necessario procurarsi un colloquio con quelli dell'INAR, l'istituto nazionale di aiuto al rifugiato. Io sono stata fortunata e ci sono arrivata da due buone parole diverse: quella di un padre scalabriniano da tre anni in Mozambico, e quella del Mlal(Movimento Laici per L'America Latina, che qui lavorano sui diritti umani nelle carceri) di cui ero ospite e che sono, per un puro caso africano, vicini di casa di un tecnico dell'INAR. Naturalmente il colloquio con l'INAR non è risolutivo: a quel punto è necessario fare una richiesta scritta all'Eccellentissimo Delegato Provinciale dell'UNHCR, l'organismo dell'ONU per i rifugiati politici. Quando sono tornata a vedere com'era andata la mia richiesta, ho avuto la sensazione che non fosse mai arrivata nelle mani di nessun delegato, che forse non esisteva nessun delegato, ma che fosse la stessa segretaria dell'INAR a timbrare favorevolmente tutte le richieste, sbadigliando. Magie della democrazia (lapsus, volevo scrivere burocrazia). &lt;br /&gt;Maratane è immerso in uno scenario meraviglioso. Se non fosse per il caldo invincibile e per le specie di serpenti che infestano questa parte di savana, tutta la zona intorno a Nampula sarebbe da esplorare in lungo e in largo. I trenta chilometri che la separano dal campo di  Maratane si percorrono su una carraia rossastra circondata da montagne che spuntano dalla pianura come bulbi rocciosi di forme che, con l'aiuto del caldo, stimolano l'immaginazione (ma una è sicuramente  la faccia di un vecchio disteso bocconi; infatti appena più a ovest ce n'è un'altra che è chiaramente la sua pancia con una birra appoggiata sopra). &lt;br /&gt;Il campo profughi, in cui vivono circa 5000 persone (più della metà congolesi, quasi tutti gli altri rwandesi e burundesi e una piccola parte di kenyani e sudanesi) è più che altro un grande villaggio, un'enclave kiswahili nel cuore del nord mozambicano. Di fatto è aperto, i suoi abitanti sono liberi di lasciarlo quando vogliono. Ma per andare dove? Dice Said, diciassette anni, arrivato qui da solo dal  Burundi cinque mesi fa. Maglietta consunta dello sporting lisboa, mi racconta della sua fuga dalle milizie in cui non voleva finire arruolato. Siamo nella semioscurità rovente del transference centre, la parte più miserabile del campo, quella dove rimangono i nuovi arrivi per qualche mese, prima che gli venga assegnata una baracca (o uno spazio su cui costruirne una) nel campo. Sono casermoni di fango con un tetto di lamiera ondulata divisi in stanze di sei metri per sei, senza letti e senza finestre (a parte un pertugiolo di venti centimetri per quaranta, provvisto di zanzariera, ridicola dal momento che non c'è neanche la porta e le zanzare fanno la spola fra una malaria e l'altra). Said è contento di raccontare la sua storia, perchè è arrivato dove voleva arrivare: al sicuro. Non gli dispiace affatto l'idea di rimanere qui per sempre.&lt;br /&gt;Mentre finisco di scrivere quello che mi ha detto, arriva da me una signora con le treccine dritte in testa, l'aria piuttosto sciatta e un sorriso indimenticabile. Mi inizia a parlare in inglese quando ancora sto finendo di scrivere tanta è l'urgenza che si porta dentro; perdo l'inizio, poi, lentamente, inizio ad afferrare il senso e dimentico tutto il resto - la penna, le pareti, Maratane, l'INAR, L'Africa, l'Europa.  &lt;br /&gt;Elizabeth è kenyana, di una zona nell'interno del paese. Da una vita intera scappa, ma la sua fuga non ha destinazione perchè la sua persecuzione non ha il nome di un'etnia nè quella di un credo politico. &lt;br /&gt;Elizabeth non vuole stare con uomini e per questo, in ogni luogo in cui arriva, la sua libertà ha i giorni contati. Ha cercato appoggio da parenti e amici prima in altri luoghi del Kenya, poi in Tanzania.Ma ben presto questa nuova arrivata senza un uomo (e senza voglia di averne uno) desta perplessità, poi sospetti. Infine inizia l'organizzazione di una comunità intera per mettere in piedi un matrimonio che Elizabeth non vuole. Allora deve ricominciare la sua lunga marcia verso il Sudafrica, dove -si augura- certi diritti sono più riconosciuti. “Perchè non è naturale” conclude con gli occhi spalancati, un fiume in piena che incontra un mare di determinazione: “Non è naturale essere costrette”. Sceglie, rovesciandolo, proprio questo concetto -non è naturale- lo stesso che devono averle buttato addosso da quando Elizabeth ha coscienza di Elizabeth. &lt;br /&gt;Non è venuta a parlare con una giornalista, è venuta a parlare con una donna. Una che non si aggiunga alla sua persecuzione come ha visto succedere fino a oggi. Sopraffatta, le ho risposto la cosa che, in quel momento, mi sembra la più definitiva, l'unica che le riassumeva tutte: sono d'accordo con te.&lt;br /&gt;Lei mi ha fatto un largo sorriso e se ne è andata. Ci ho messo un po' a dominare un senso di impotenza quasi vertiginoso, poi in qualche modo ho reagito, ho piantato in asso quello che stavo facendo per tornare a cercarla e le ho detto che avrei cercato di metterla in contatto con WLSA, un movimento di donne attivo in Mozambico. “Ti farebbe piacere?”  “Definitely!” ha risposto entusiasta. “Ci provo”. Mentre scrivo, le leader di Maputo di cui avevo il numero stanno cercando di attivare le loro colleghe di Nampula. Spero che almeno una di loro parli inglese.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-8354246613021569421?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/8354246613021569421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/incontri-in-un-campo-profughi.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8354246613021569421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8354246613021569421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/incontri-in-un-campo-profughi.html' title='incontri in un campo profughi'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/St7V4hwCLcI/AAAAAAAAAB8/NiCCVFzEKpE/s72-c/Picture+016.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-2872968864814128760</id><published>2009-10-11T10:38:00.000-07:00</published><updated>2009-10-18T23:54:39.809-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mozambico viaggi isola'/><title type='text'>mozambico, l'isola</title><content type='html'>&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwMLXsJxdI/AAAAAAAAABk/lWwU0rK8V0U/s1600-h/P1060648.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwMLXsJxdI/AAAAAAAAABk/lWwU0rK8V0U/s400/P1060648.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394199843160311250" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;A circa 180 chilometri da Nampula, ma a quattro ore di sudatissima chapa e al di là di un ponte a una corsia sola, si trova un mondo a parte che è, al tempo stesso, riassunto del paese.Ilha de Moçambique, isola di mozambico. Esiste davvero? Per assicurarsene, è bene andarci. &lt;br /&gt;Ci si ritroverà a passeggiare in una cittadina che ricorda quelle del nostro profondo sud: una Ostuni che ha sognato di diventare l'Avana e si è risvegliata madida si sudore, con il cuore di paglia e le strade di sabbia. Prigioniera del mare e nera come il carbone. Nell'ora del silenzio, che ne dura venti (le altre quattro sono quelle che separano il tramonto dal sonno) è una città fantasma. Le donne si affacciano quando sentono passi sulla sabbia, non per scoprire nuovi segreti ma per mettere al sicuro i propri. I vecchi si affacciano per vedere cosa c'è oggi sul menù a parte la morte. I bambini si affacciano per vedere se è proprio vero, altrimenti torneranno a dormire; e al di là dei loro corpi per metà nascosti dalla soglia, dall'altra parte delle loro case trafitte, si intravede di nuovo il mare, come una punizione. Sulle pareti scrostate si leggono storie di Mia Couto e si sente il profumo impregnato dell'olio di cocco in cui si frigge tutto. E' evidente che tempo e spazio sono misteri svelati, qui; senza più senso di fornire interrogativi. I portoghesi la scelsero come capitale del loro impero due secoli prima di esserne cacciati per sempre: è una porta verso l'India, ma anche verso il canale di Suez, degna di fare concorrenza alla sua sorella maggiore Zanzibar. Che però si è tradita lasciandosi conoscere e svelare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-2872968864814128760?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/2872968864814128760/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/mozambico-lisola.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2872968864814128760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/2872968864814128760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/mozambico-lisola.html' title='mozambico, l&apos;isola'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwMLXsJxdI/AAAAAAAAABk/lWwU0rK8V0U/s72-c/P1060648.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-8585331655357856745</id><published>2009-10-11T10:30:00.001-07:00</published><updated>2009-10-19T00:02:48.889-07:00</updated><title type='text'>bukuku, una storia africana</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwN9cWAZEI/AAAAAAAAABs/vD6tMqXQFmg/s1600-h/P1060513.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 240px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwN9cWAZEI/AAAAAAAAABs/vD6tMqXQFmg/s320/P1060513.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5394201802914686018" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dar Es Salaam.&lt;br /&gt; “Trentotto anni”, sorride infine, tra l'imbarazzo di ammetterli e l'orgoglio di non dimostrarli.&lt;br /&gt;Nelle sue prime rughe Bukuku porta non solo le pieghe di un passato recente e collettivo-quello del suo paese e di una fetta del suo continente- ma anche la visione incerta di un presente mancato. Bukuku è un po' la Tanzania, l'east africa che avrebbe potuto essere. Profondamente africano nel dna ma aperto a contaminazioni “con criterio”, fiero della sua storia senza considerarla però un capitolo chiuso, attivista politico senza diventare burocrate di partito e di professione. Figlio d'arte, figlio della storia su cui a sua volta avrebbe tentato di incidere: suo padre era un sindacalista congolese seguace di Lumumba, sua madre una ugandese figlio di pescatori. I due si incontrarono da qualche parte sul lago Tangaika alla fine degli anno '60 e decisero di venirsene  a Dar Es Salaam a cavallo del sogno di Nyerere e della sua Ujamaa, la via africana al socialismo. “Mio padre morì di infarto nel 1991, io ero ancora un ragazzo. Per fortuna non era più qui nel 1992 quando il presidente  Mwiniy fece la famosa dichiarazione di Zanzibar con cui lanciava la via liberista allo sviluppo della Tanzania”. La dichiarazione di Zanzibar avvenne esattamente venticinque anni dopo quella di Arusha nel 1967, quando Nyerere, leader dell'indipendenza, lanciò l'ujamaa. “L'ujama aveva molti problemi, è vero, non ultimo quello di doversi muovere nella trappola della guerra fredda e dei suoi equilibrismi. Ma nello spirito di reciprocità e comunione interna e di autosufficienza dall'estero era sacrosanta: vicina alla filosofia bantu, quindi africana in senso radicale”. &lt;br /&gt;Ammesso che la strategia di Nyerere fosse ispirata più alla reale cultura tradizionale che a ideali importati da nord, oggi il gioco di catarsi collettiva in un paese totalmente privatizzato e venduto al miglior offerente consiste nell'idolatrare gli anni dell'ujamaa: i politici al governo,membri  dello stesso partito al potere dal '67, la CCM( Chama Cha Mapinduzi, partito della rivoluzione), non ne parlano come di un fallimento, ne parlano anzi con devozione mentre applicano politiche diametralmente opposte.  Mostrarsi come fedeli eredi dell'indipendenza è il modo migliore di annullare gli sforzi da parte di una piccola società civile attiva di allargare i propri consensi criticando il partito. Un gioco che Bukuku subì già negli anni di Scienze Politiche all'università, quando un'imponente mobilitazione studentesca nella metà degli anni '90 venne presto cooptata e assorbita  dall'ala giovanile della CCM. &lt;br /&gt;Deluso, fa appello al sogno del Panafricanismo e nel '97 si tuffa nell'avventura congolese al fianco dell'allora tenente ribelle Kabila. Presto venne considerato più utile come quadro politico e mandato a sbrogliare il garbuglio della provincia dell'Ituri, al confine con l'Uganda: un conflitto tra l'etnia Hene Gegere (pastori) e quella dei Lendu (agricoltori), supportati da parti diverse dell'esercito ugandese per mantenere il caos nella regione. &lt;br /&gt;Per anni Bukuku fece la spola tra Ituri e Kampala, dove giorno dopo giorno perde le speranze di venirne a capo : “ mi svegliavo col mal di testa ogni giorno. La situazione era come un dopo sbronza infinito”. Sentì come una vittoria anche propria l'ascesa al potere di Kabila in Congo, anche se poi “come tutti quelli che prendono il potere, ha cambiato indirizzo”. La situazione nell'Ituri, nel Katanga e nel Kivu, inoltre, era ben lontana da una soluzione. Ma Bukuku gli aveva già dato tutto quello che poteva e se ne ritirò stremato. &lt;br /&gt;Fino al 2005 rimase comunque a Kampala ad occupare un posto presso la segreteria locale del movimento panafricano, finchè “Museveni usò il movimento panafricano per la sua campagna per cambiare la costituzione e poter essere rieletto”. Deluso ancora una volta dal potere, Bukuku tornò nella sua Tanzania, prima un anno a Mtwara (al confine col Mozambico), dove un fratellastro gli procurò un lavoro come consulente, poi di nuovo a Dar Es Salaam, dove tornò a praticare l'arte  dell'arrangiarsi, nel migliore dei casi infilandosi “in qualche studio sugli obbiettivi del millennio, cose così” -sintetizza con scarso interesse e palese voglia di cambiare argomento. &lt;br /&gt;Nel frattempo in Tanzania il panafricanismo è diventato roba da accademici, talora discussione da bar. Come il suo, il Mnazimoja (albero di cocco), dove i vecchi amici del quartiere l'hanno accolto con affetto e ora cercano di convincerlo a candidarsi come consigliere di quartiere con un partito alla sinistra di quello di governo,  il Chadema.  Forse davvero la cosa da fare è ricominciare dal piccolo, dal locale, dal tornare al tessere un tessuto come quello che rese possibile l'indipendenza “ che da qualche parte gli scampoli sono vivi, ma stanchi e isolati”; dal ridare lavoro e speranza ai giovani in un paese in cui la disoccupazione giovanile sfiora il 74% e l'indice di sieropositività è uno dei più alti del continente. “L'unica variabile veramente incognita nel futuro africano è l'irruzione della nuova generazione”, afferma con uno sguardo che brilla di nuovo. Una pentola a pressione. Sono stati loro a guidare le rivolte della fame del febbraio e marzo 2008 contro il rincaro dei generi alimentari. Ma sono anche loro, quasi sempre,ad andarsene: qualcuno tenta la fortuna con la F maiuscola verso l'Europa (via Uganda-Sudan -Egitto) , qualcun'altro attraversa il Mozambico per approdare in Sudafrica, “ma sempre di più trovano un lavoro a Dubai, il nuovo eldorado”. Ormai esistono vere e proprie agenzie che recluatano lavoratori di ogni tipo per Dubai, città senza un'identità propria, mosaico di immigrazione bicontinetali. Così ha fatto sua sorella minore che fra un mese partirà per fare la cassiera in un supermercato di Dubai: trecento euro al mese invece degli 80 che guadagna qui. Ma un'altra giovane che se ne va. Ancora negli anni '80, dice, l'aspirazione di un giovane era quella di avere un posto sicuro come marinaio in una delle tante navi cargo che salpano dal porto di Dar. Un  modo di girare il mondo e avere sempre qualcosa nel portafogli. Poi, “hanno cominciato a entrare quantità industriali di droga. Tanti della mia generazione hanno sostituito il sogno del marinaio con quello dello spacciatore, 'è solo per un periodo' , 'è solo per questa volta'; quanti amici si sono imbarcati per la thailandia o l'india per fare i corrieri...e non se ne è saputo mai più niente”.   Bukuku si fa avanti sulla sedia: “ La perdita della speranza  in cui siamo sprofondati, al di là delle promesse di un futuro roseo, si sta trasformando in una specie di malattia mentale. Conduce al cinismo, a una paralisi delle anime, delle loro volontà”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-8585331655357856745?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/8585331655357856745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/bukuku-una-storia-africana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8585331655357856745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8585331655357856745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/bukuku-una-storia-africana.html' title='bukuku, una storia africana'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/StwN9cWAZEI/AAAAAAAAABs/vD6tMqXQFmg/s72-c/P1060513.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-267308919723221043</id><published>2009-10-05T03:52:00.000-07:00</published><updated>2009-10-06T07:39:02.281-07:00</updated><title type='text'>Dar Es Salaam-Pemba, via terra</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SstWX_J7XvI/AAAAAAAAABc/6JgAxXlAqZU/s1600-h/P1060525.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 240px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SstWX_J7XvI/AAAAAAAAABc/6JgAxXlAqZU/s320/P1060525.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5389496349168983794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;TAPPA 1 Dar es Salaam-Mtwara (il tramonto)&lt;br /&gt;Qualcuno vende i giornali di ieri, qualcun altro chiodi sfusi. Qualcuno ha da vendere un oggetto solo e questo oggetto è una maglietta bianca: qualcuno, ci si creda o no, gliela compra. Ubungo, il terminal degli autobus di Dar Es Salaam, è una polveriera di polvere che già nel buio diguno che precede l'alba reclama migliaia di passeggeri sacrificali che batteranno ore e ore d'asfalto su strade assolate. E quando mancherà il sole mancheranno anche loro perchè a certe latitudini di notte non si viaggia- di notte ci si forma un giaciglio per elaborare la distanza che ci si è messi alle spalle, per abituare il corpo e la mente a quello che naso e occhi pensano di avere già capito; di notte non si viaggia perchè le strade sono piene di buchi che, complice il buio, potrebbero inghiottire noi e le nostre destinazioni. Di notte si adegua la schiena alla curva del mondo, quella che allontanandosi dall'equatore dovrebbe essere sempre e comunque in discesa, allora perchè andiamo così piano? Tappa prima, Dar Es Salaam-Mtwara. Due città di frontiera , ciascuno a modo suo: fra oceano e terra, tra animismo e islam, tra africano nero e arabo viadimezzo la prima; frontiera fra Tanzania e Mozambico la seconda, fra inglese e portoghese, fra due lotte per l'indipendenza chiuse con un rimescolamento di carte che ha lasciato i vincitori intontiti e dimentichi di riscuotere la loro vittoria. &lt;br /&gt;Il viaggio dovrebbe durare otto ore tra le sei di mattina e le due di pomeriggio. Ma l'autobus della compagnia Tafuku Mwa Byana (una qualunque della giungla di nomi in swahili), si rompe tre volte  in un'ora e alle cinque di pomeriggio siamo ancora nell'estrema periferia di Dar, tra viavia di venditori, poliziotti che sbadigliano e due meccanici improvvisati sdraiati sotto il motore. Ho voglia  di Mozambico e nell'attesa inerte che col sole tramonti la speranza mi sembra di sentire l'agognata frontiera che si allontana. Per consolarmi scrivo e compro pomodori da mandare giù così, senza sale, con un'idea di basilico fissa tra un sopracciglio e l'altro (io che ne ho due) . &lt;br /&gt;C'è stato un momento, prima del terzo e definitivo guasto, in cui è scoppiata una lite furibonda sull'autobus. Naturalmente qui si litiga in swahili e io  dai toni credevo c'entrassero politica o donne. Invece alla fine qualcuno mi ha tradotto una sintesi: mettere su musica religiosa o hip hop locale? L'autobus era spaccato in due. Nemmeno quando invece a spaccarsi è stato il motore li ho visti accalorarsi tanto. Regola numero 56674453, mai misurare le rabbie di altre genti con criteri propri. Ma mentre lo scrivo ho la sensazione che la biro si ribelli, stremata quanto me, e mi si sciolga tra le mani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TAPPA 2 Mtwara-  Moçimboa da Praia (l'alba)&lt;br /&gt;Cosa significa essere veramente stremati, tuttavia, lo avrei imparato ventiquattr'ore più tardi.&lt;br /&gt;Alla fine l'autobus entrò a Mtwara, l'ultima città prima del confine mozambicano, alle tre del mattino  dopo, con tredici ore di ritardo su otto di percorso. I primi daladala (i trasporti locali...a cui dedicare un capitolo a parte) per la frontiera partono solo due ore dopo, alle cinque. Inutile andare a letto per un'ora, così, con quattro ore di sonno in valigia negli ultimi due giorni, riparto in direzione sud. &lt;br /&gt;Mi aspettava una traversata durissima fisicamente ma capace di compensare tutta l'esasperazione del giorno prima. A dividere i due paese è il grande fiume Ruvuma, ma nelle stagioni secche come queste c'è troppa poca acqua per far funzionare il traghetto. Così per cambiare nazione io e i miei compagni di daladala attraversiamo circa due chilometri di delta a piedi, con l'acqua in certi punti fino alle cosce( mentre scatto foto affascinata, Bukuku, compagno di viaggio angloparlante, mi fa presente che potrebbero esserci coccodrilli; allungo il passo anche se sono quasi sicura che mi stia pigliando per il culo), e solo per l'ultima tratto di fiume, il più profondo, si trova in attesa una canoa per portarci dall'altra parte. Durante la traversata incrociamo diverse barche di pescatori e qualche anima pia mi indica due sagome di ippopotamo non lontani da noi. (forse sono trecento metri, ma nello stato ipnotico da prolungata veglia mi sembra di essere in una dimensione onirica in cui metri e misure sono saltati). Inutile dirlo, è un luogo meraviglioso. L'idea che questa bellezza sia divisa fra due nazionalità sfuma tra le dita. Impossibile distinguere mozambicani e tanzaniani: tutti parlano swahili e si salutano sventolando pesce, quello dell'oceano indiano, spinto nel fiume dalla potenza del mostro. &lt;br /&gt;Scesi dalla canoa ci fanno montare in sedici sul retro di un pick up che si inerpica per un sentiero disastrato fino all'ufficio dell'immigrazione mozambicana (una casa di fango con dei manifesti appesi che invitano i cittadini a fatturare la prestazioni e i servizi per far avanzare il paese). Poi ci restano altre quattro ore di pick up, mischiate e indivisibili le membra dell'uno con quelle dell'altro, gomiti del vicino nei fianchi a ogni buca e battute che non capisco (ma molte mi riguardano perchè colgo la parola Msungo, come in swahili vengono chiamati i bianchi) col sole che brucia la mia pelle bianca e riempie di goccioline le loro nere, prima di arrivare a Moçimboa da Praia. &lt;br /&gt;Mi fermo qui, stremata ma sentendomi a casa. C'è una pensioncina che ispira simpatia e il proprietario appena gli dico che sono italiana mi fa : “Reggio Emilia, comitato de amisissia con mozambiche!” Quasi commossa gli dico che sono proprio di Reggio, cosa che naturalmente non lo stupisce perchè è l'unica cosa che conoscono dell'Italia . Non capisco se se la immaginano come la capitale o come una sorta di città stato in cui tutti, misteriosamente, parlano portoghese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TAPPA 3, Moçimboa da Praia- Pemba (l'arrivo).&lt;br /&gt;Terza alba africana in tre giorni. Il machimbombo (sono apostrofati così gli autobus anziani, suppongo con gusto onomatopeico) parte da Moçimboa alle quattro del mattino. Mentre lo aspetto mi godo la luna piena e mi faccio cullare dai discorsi in porto-swahili delle tre donne che aspettano con me, interrotti dalla tosse e dagli sputi della più vecchia.&lt;br /&gt; A bordo ho la fortuna di avere come compagno di sedile Joao, settant'anni mozambicani sul groppone, occhi spessi per via della cataratta, mani nodose (rare da queste parti com'è rara la vecchiaia...), barba di riccioli bianchi come minuscoli fili del telefono appesi alle guance ebano. Il portoghese glielo hanno insegnato negli anni '50 suore italiane di stanza a Mueda, una cittadina che allora era un villaggio e in cui oggi prendono i telefonini di ben due compagnie diverse. Chiaccheriamo un po' di questo paese, io e Joao. Ma i suoi discorsi quasi sempre vanno a parare sul fatto che, “adesso, la guerra è finita” sempre preceduto da “la Guerra è Guerra”- chissà cosa ha visto accadere, cosa gli hanno fatto fare, di certo degli otto figli che ha concepito è già sopravvissuto a quattro. Ne parla come di un tributo ineluttabile, comunque grato di essere stato testimone di un così lungo segmento della storia . Mi stringe la mano prima di scendere, all'entrata di Pemba, nella strada alta da cui si vede tutta la baia. Rimasta sola, guardo ancora per qualche minuto la città scorrere sotto i miei occhi dal finestrino .Mi dico a mezza voce: “sono arrivata".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-267308919723221043?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/267308919723221043/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/dar-es-salaam-pemba-via-terra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/267308919723221043'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/267308919723221043'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/10/dar-es-salaam-pemba-via-terra.html' title='Dar Es Salaam-Pemba, via terra'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SstWX_J7XvI/AAAAAAAAABc/6JgAxXlAqZU/s72-c/P1060525.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-6526807346511071626</id><published>2009-06-05T01:45:00.000-07:00</published><updated>2009-06-08T06:27:49.940-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sudafica zuma ANC elezioni'/><title type='text'>sudafrica, l'arcobaleno tenue</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/Si0RtUlWNQI/AAAAAAAAABU/uHEbZvTaNCs/s1600-h/Immagine+034.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/Si0RtUlWNQI/AAAAAAAAABU/uHEbZvTaNCs/s400/Immagine+034.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5344947803075785986" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(testo e foto S.Corsi)&lt;br /&gt;Jacob Zuma,l'uomo che mercoledì sarà eletto a furor di popolo terzo presidente del Sudafrica post-apartheid, è il tipo di politico che scatena passioni contrastanti. Dalla sinistra intellettuale il cui tentativo di demolirlo è andato clamorosamente a vuoto, ai giovani delle township che sarebbero pronti, testualmente “ a uccidere e morire per lui”.&lt;br /&gt;Sopravvissuto a una controversa bagarre giudiziaria che ha finito per rafforzare la sua immagine di paladino dei poveri ostacolato dall'elite nella sua ascesa al potere,  Zuma è certamente il politico più popolare dai tempi di Nelson Mandela.  Ma la sua parabola politica e  personale è molto diversa a quella di Mandela. Forse nella stessa misura  in cui il Sudafrica di oggi, e lo spirito collettivo che lo anima, sono molto diversi da quelli del Sudafrica che quindici anni fa sognò di diventare una “nazione arcobaleno” libera dall'apartheid ma anche dalle rivalità etniche che portava in seno.&lt;br /&gt;Oggi più che i colori dell'arcobaleno a fare da simbolo e metafora del paese potrebbero essere i ghirigori disegnati dai chilometri e chilometri di filo spinato che in tutte le metropoli sudafricane segnano il confine della nuova apartheid: quella che esclude dai nuovi canali di ricchezza la maggioranza dei sudafricani, che hanno continuato a vivere nelle township e nelle baraccopoli senza luce nè acqua corrente, che ogni giorno lottano contro le carenze del sistema scolastico e sanitario, contro una disoccupazione intorno al 40%, che si  organizzano per avere diritto ai farmaci antiretrovirali per l'aids, che colpisce nientemeno che un sudafricano ogni otto. Ma sono anche quelli che, “cascasse il mondo, continueranno a votare Anc”: lo dice rassegnato Trevor, un attivista del Soweto electricity commettee, un comitato che a Soweto si occupa di riallacciare abusivamente la corrente a quelli a cui è stata tagliata. Ma l'affezione emotiva e tradizionale al partito della lotta contro l'apartheid spiega solo in parte la Zumania, come viene chiamato il culto della personalità che si sta formando intorno alla figura del futuro presidente. “E' che, con Zuma, finalmente sappiamo di cosa si sta parlando” esclama Alexandra, una giovane pendolare sul treno fra Cape Town e Khaylicia, la township in cui vive. Già, perchè su una cosa non c'è dubbio: Zuma, parlando per proclami e lasciando i tecnicismi economici ai suoi futuri ministri, è riuscito a riavvicinare la gente alla politica. Per farlo ha scaltramente cavalcato il revival tribale snobbati dai politici dell'ANC negli ultimi anni come i canti e le danze zulu in cui si esibisce durante i suoi rally, le adunate oceaniche a cui arriva in elicottero, scendendo sulla folla dall'alto come un Messia.&lt;br /&gt;Dall'altra parte del filo spinato sudafricano c'è quell'elite rampante, ora in gran parte nera, che partecipa con grande profitto dell'ascesa del paese a indiscussa potenza economica del continente.  Sono i nuovi inquilini di Sandton, il lussuoso distretto a nord di Johannesburg in cui si trasferirono in massa i bianchi dopo la fine dell'apartheid. Guidano auto di lusso di cui non abbassano mai i finestrini, contagiati dalla psicosi del crimine che una volta riguardava solo i  bianchi. &lt;br /&gt;    Sono i beneficiari del BEE (Black Economic Empowerment)un sistema che privilegia l'accesso ai neri nei posti di lavoro sia pubblici che privati. Ineccepibile negli intenti, il BEE si è trasformato in un sistema clientelare di controllo delle assunzioni che ha legato strettamente il potere economico a quello amministrativo. Lungi dall'appoggiare in massa il Cope, un partito scissionista nato da una costola dell'Anc nell'ottobre scorso (come in un primo momento sembrava avrebbero fatto) molti figli del Bee hanno poi riaffermato la propria fedeltà alla linea lanciando a marzo la Black Business Organization, un'associazione commerciale nera che ha reso subito noto il suo finanziamento alla campagna elettorale di Zuma. Che presumibilmente non tarderà a ricompensarli.&lt;br /&gt;Il futuro presidente dovrà anche vedersela con la crisi economica che anche da queste parti non ha mancato di farsi sentire : gia' dodicimila sono i posti di lavoro persi nell'industria automobilistica cui potrebbero seguire fra i quaranta e i cinquantamila licenziamenti nel settore minerario quest'anno. Il  Partito Comunista e il sindacato Cosatu, alleati storici dell'Anc, sperano che la crisi orienti un new deal economico che faccia dimenticare il liberismo selvaggio dell'era Mbeki. In questo senso la riforma più attesa è certamente quella della terra: il programma di Zuma si ripropone di riprendere in mano quel processo di redistribuzione della terra su base razziale -tuttora un quinto dei farmer padroni di latifondio paese sono bianchi, grosso modo come durante la'apartheid. Ma oltre a rimanere sulla carta come è stato fino a oggi, la riforma agraria nelle mani di un populista come Zuma corre un altro rischio: che la terra,come è successo nello Zimbabwe di Mugabe, passi semplicemente dalle mani dell' elite bianca a quella nera, scavando il fossato che divide queste due dal resto dei sudafricani.&lt;br /&gt; Tenace avversario di Zuma è Desmond Tutu, l'arcivescovo anglicano di Cape Town premio nobel per la pace dell'84, simbolo della lotta contro l'apartheid e presidente della Truth and Reconciliation Commission, la commissione che raccolse le testimonianze di vittime e carnefici di quarantaquattro anni di apartheid. Ma il Sudafrica, salta agli occhi, è un paese tutt'altro che riconciliato. Anche se nessuno sembra aver chiaro con chi non vuole riconciliarsi: l'esplosione di xenofobia che si scatenò nelle township un anno fa, e che lasciò sull'asfalto una sessantina fra zimbabweani e mozambicani-molti dei quali bruciati vivi- venuti in Sudafrica a cercare lavoro, fu uno shock per il mondo intero. Soprattutto per chi, saltando i capitoli intermedi, pensava ancora al Sudafrica come alla nazione arcobaleno. “Conquistare la libertà non significa trovare una bacchetta magica” sospira Tutu, che oggi guarda con preoccupazione ai toni sessisti di Zuma, alla sua forte e rivendicata identità etnica zulu, alle esacerbazioni che genera coi suoi “con me o contro di me” cui la gioventu'di partito, prima ancora del verdetto in tribunale, aveva risposto “Corrotto o no, vogliamo Zuma” lasciando pochi dubbi e molto sgomento  sullo spazio che occupa la questione morale in questa campagna elettorale.&lt;br /&gt; Con l'elezione alla presidenza di un populista come Zuma rischia di concretizzarsi quella “rivoluzione fallita” di cui il poeta B. Breytenbrach ha parlato meno di un anno fa in un'amara lettera indirizzata a Nelson Mandela. La rivoluzione fallita di una nazione che fece sognare un continente intero e capace di darsi la costituzione piu' avanzata del mondo,ma che ora si avvia nella direzione presa da tanti altri stati africani, in cui elites diverse per interesse e razza trovano un accordo per arginare le pressioni della maggioranza esclusa dal benessere. Che dal canto suo rimane caparbiamente fedele ai leader politici eredi della liberazione, mentre scivola in una violenza e in una povertà sempre più endemiche e apparentemente senza ritorno.(l'Espresso,17 aprile 2009)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-6526807346511071626?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/6526807346511071626/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-larcobaleno-tenue.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6526807346511071626'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/6526807346511071626'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-larcobaleno-tenue.html' title='sudafrica, l&apos;arcobaleno tenue'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/Si0RtUlWNQI/AAAAAAAAABU/uHEbZvTaNCs/s72-c/Immagine+034.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-1189077922936925287</id><published>2009-06-05T01:11:00.000-07:00</published><updated>2009-06-05T01:57:45.253-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='zimbabwe colera mugabe'/><title type='text'>zimbabwe, si torna a vivere</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SijU8x40itI/AAAAAAAAABE/fkE-S2a7yJ0/s1600-h/DSC_0750.JPG"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 266px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SijU8x40itI/AAAAAAAAABE/fkE-S2a7yJ0/s400/DSC_0750.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343755098523994834" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(testo e foto s.corsi)&lt;br /&gt;Harare non sembra la città appena uscita da un incubo che ti aspetteresti. Le strade, piuttosto pulite, pullulano di automobili  e di vita; i benzinai distribuiscono regolarmente il carburante, i negozi espongono i loro prodotti in bella vista,e nel parco centrale fra le aiuole curate i venditori ambulanti di giornali esauriscono le loro copie prima del tramonto. Altri segnali di convalescenza percorrono la città: le file davanti alle banche non sono più chilometriche anche perchè il mese scorso una parte degli impiegati pubblici, fra cui gli insegnanti, hanno di nuovo ricevuoto lo stipendio dopo mesi. Ecco perchè sui marciapiedi si vedono frotte di bambini con l'uniforme scolastica che, dopo un anno andato perduto, sono entusiasti di tornare sui banchi di scuola.      &lt;br /&gt;Eppure, per la maggior parte degli zimbabweani l'economia è ancora una questione di sopravvivere alla giornata. Su un big taxi, i pulmini volksvagen che fanno da trasporto collettivo in città, una signora conta i zimba, i dollari zimbabweani che le occorrono per pagare l'autista, e finisce per allungare una fascio con una cinquantina di banconote da cinquecento milioni di dollari. Storture dell'iperinflazione che a fine 2008 ha toccato il record storico dei due milioni percentuali, costringendo la Reserve Bank a una prassi delirante: stampare ogni settimana uno nuova banconota arricchita di zeri, saturare il paese con carta da monopoli. “vietato tirare dollari zimbabweani e altri oggetti” recitano da qualche tempo i cartelli nelle toilette pubbliche. Anche se la moneta è ancora ufficialmente valida- nei display delle banche lampeggiano ancora i folli tassi di cambio- per tutta l'economia formale del paese il zimba è ormai carta da monopoli. I prezzi nei negozi sono tutti in dollari statunitensi o in rand, la moneta sudafricana. “Finalmente si respira...ci stiamo riprendendo” sostengono Evenmore e Louis, una coppia di Harare che vive in una lussuosa casa di Avondale, il quartiere di chic della città. I due, durante le settimane in cui gli scaffali dei supermercati di Harare erano vuoti, guidavano il migliaio di chilometri fino alla frontiera sudafricana per rifornirsi di cibo e prodotti di prima necessità. Ora, sono fra i primi a godere del nuovo corso monetario in dollari americani che ha restituito un valore concreto ai prodotti e, pertanto, tornato a riempire i supermercati.  Ma non tutti hanno accesso alla moneta straniera. Evenmore lo sa bene perchè, prima che il marito cominciasse a fare affari d'oro con la sua ditta di autotrasporti, viveva con la famiglia a Mabvoko, nella periferia povera a est della città. Un luogo dignitoso ma in cui luce e acqua vanno e vengono, e con uno scorcio che rappresenta bene la caduta del paese: enormi cisterne d'acqua in disuso e, ai loro piedi, pozzi a pompa manuale che la gente ha costruito in fretta  durante l'esplosione di colera. &lt;br /&gt;Così, in questo momento nel paese di transizione sopravvive una seconda economia informale, parallela a quella dollarizzata di Evenmore e il marito: è quella dei big taxi o dei venditori ambulanti di frutta e verdura, che continuano a far circolare la patata bollente del zimba. Chiunque speran di avere il resto in dollari o rands e di liberarsi dei chili di banconote locali prima che il loro valore sia definitivamente nullo. &lt;br /&gt;I più fortunati sono quelli che ricevono valuta straniera dai parenti all'estero. Che d'altra parte sono moltissimi: su circa dodici milioni di zimbabweani,tre e mezzo sono quelli che compongono la diaspora, quasi tutta distribuita fra sudafrica ed inghiliterra. Dalla vicina nazione arcobaleno si è  organizzata in questi anni l'opposizione al regime. “ Tutti noi vorremmo tornare nel nostro paese, nel quale non saremmo vittime della xenofobia sudafricana” esclama Janice, una giovane oppositrice a Mugabe che fa adepti presso l'università di Durban, una delle più attive ad organizzare incontri e conferenze sulla situazione zimbabweana.“Se non fosse per i rands che mando ai miei figli, non so di che avrebbero vissuto” racconta Valery. “ Io sono tornata in Zim per natale. LAggiù, due mesi fa, era l'inferno”. Si riferisce al punto più basso toccato dallo zimbabwe nella sua interminabile crisi: l'epidemia di colera che ha ucciso quattromila persone fra dicembre e gennaio. Altri cinquantamila contagiati  si sono salvati accedendo a uno dei CTC (Cholera Treatment Center) allestiti da Medici Senza Frontiera o varcando il confine sudafricano a Musina, dove per l'emergenza era sorto un campo profughi. Dell'esodo verso il sudafrica e del dramma del colera parla Dependence, uno spettacolo teatrale andato in scena per mesi ad Harare, che in qualche modo- anche attraverso lo sforzo dei giovani attori di continuare a lavorare gratis durante la crisi- invitava i connazionali a non andarsene in Sudafrica ma a rimboccarsi le maniche per cambiare le sorti del paese. Un messaggio coraggioso, ma è impossibile biasimare i tanti che non l'hanno colto: gli ospedali zimbabweani, sprovvisti di acqua potabile, energie e medicine, furono pressochè inservibili durante tutta l'epidemia. Ma ora che l'insufficienza di risorse è parzialmente risolta, rimane da colmare il gravissimo gap di personale di quello che una volta era il miglior sistema sanitario d'Africa. Mentre la spirale si stringeva in cerchi sempre più piccoli asfissiando l'economia, migliai di professionisti fra medici e infermieri sono andati a trovare lavoro qualificato- ed adeguatamente pagato- nel vicino Sudafrica. Secondo stime non ufficiali ( d'altronde impossibili da reperire visto il caos in cui versano ancora gli uffici pubblici) nel paese oggi non rimarrebbero che poche centinaia di medici, di cui almeno un terzo cubani. “ L'ospedale di Harare, saturo ma completamente inefficiente durante l'epidemia, adesso è un luogo fantasma: ormai la gente ha rinunciato ad andarci” racconta Luciano, un catanese specialista in malattie infettive che lavora in zimbabwe a periodi alterni da nove anni. Parlare di malattie infettive in Zimbabwe è, naturalmente, parlare di aids. Nel 2003 il tasso di sieropositività era del 25% . “Ma in Zimbabwe non si muore di aids” specifica Luciano. “In Zimbabwe si muore di fame”. E' stato, di fatto, il mancato accesso ai farmaci e la malnutrizione che ha colpito la popolazione negli ultimi anni a mietere vittime. &lt;br /&gt;Gli ultimi dati disponibili si riferiscono all'anno 2006, nel corso del quale più di un milione di persone- un decimo della popolazione- è morto di fame o malattie. L'aspettativa di vita, che ancora negli anni '90 si aggirava intorno ai 60 anni, oggi è di 43. Ma cosa ha provocato il tracollo di quella che veniva considerata la Svizzera d'Africa?&lt;br /&gt;“Sicuramente il malgoverno” spiega T. un'attivista della società civile che preferisce rimanere anonima. “Ma è sbagliato far iniziare tutto con la riforma agraria del 2000. La confisca delle terra non fece altro che velocizzare un processo con cui anni di corruzione selvaggia e clientelismo avevano già condannato lo Zimbabwe al collasso”. &lt;br /&gt;Il punto di non ritorno infatti precede di tre anni la controversa riforma agraria del 2000, ed è il “venerdì nero” del settembre 1997. Già da anni militari e veterani di guerra- una vera e propria casta nel paese- reclamava dal governo onerosi indennizzi. Ma le casse dello Stato non erano in grado di sopportare una spesa del genere. Ansioso di non perdere l'appoggio dei suoi alleati militari, Mugabe ordinò alla banca centrale di stampare dal nulla tutto il denaro occorrente e di distribuirlo ai veterani. Come naturale conseguenza economica il giorno dopo, venerdì -----, il dollaro zimbabweano aveva perso il 70% del suo valore.  &lt;br /&gt;  Lo scontento del governo si faceva sempre più diffuso. Ma le elezioni erano regolarmente falsate dalla spada di damocle dei militari del JOC (Joint Operational Command) la cupola militare del paese. &lt;br /&gt;Nonostante tutto, gli zimbabweani nel 2000 sbatterono la porta in faccia a Mugabe bocciando una riforma costituzionale che lo stesso Mugabe aveva sottoposto a referendum. Fu allora che il padre-padrone della patria lanciò il demagogico programma di riforma agraria che confiscò buona parte delle farms ai bianchi eredi dell'ex Rhodesia ma, anzichè distribuirle alla gente  insieme agli strumenti necessari per continuare a coltivarla, affidò i latifondi all'elite del governo. In molti casi,le gigantesche farms che avevano contribito a rendere il paese il granaio dell'africa meridionale si trasformavano nella casa delle vacanze di qualche notabile dello Zanu-Pf, il partito di Mugabe, o dell'esercito. “Da due anni non produciamo più nulla” dice ----di Nango, un ombrello di associazioni zimbabweane. “I piccoli proprietari non hanno avuto accesso nè a semi nè a fertilizzanti”. Chi coltivava per la sussistenza, quest'anno non ha avuto modo di scambiare il minimo di surplus con altri generi alimentari: complice la scarsità di carburante e l'iperinflazione, spostarsi dalle campagne era divenuto quasi impossibile. Secondo Medici senza Frontiere, cinque milioni di zimbabweani sono a rischio carestia a partire da maggio, perchè la stagione del raccolto di marzo aprile, sempre più scarsa negli ultimi anni, stavolta sarà pressochè nulla.&lt;br /&gt; Eppure, colpisce la capacità di questo popolo di resistere con dignità ai contraccolpi della crisi. Nel  Mashonaland est questa è la stagione della tradizionale festa dei girasoli: ogni comunità elegge la famiglia che è riuscita a ottenere il miglior campo di girasoli. Ben e Twania sono i vincitori di una piccola comunità vicino alla città di Mutoko, e in quanto vincitori ora dovranno ospitare la festa a cui parteciperà il resto del villaggio. Spiegano che, in assenza di fertilizzanti chimici, hanno usato l'acqua in cui bollivano il pesce per rinvigorire la terra, ripescando dal cilindro una vecchia conoscenza shona (l'etnia maggioritaria del paese). Gli altri prendono appunti e poi offrono danze e musica per dare vita alla festa all'ombra di un gigantesco baobab.&lt;br /&gt;Colpisce anche la ferma volontà degli zimbabweani dii non trasformare il paese in una giungla in cui il crimine e la violenza stabiliscono la scala sociale- come succede nelle aree più degradate del vicino Sudafrica, socialmente devastato da una violenza endemica senza fine. “Siamo molto più istruiti dei nostri coetanei sudafricani”: spiega così la relativa assenza di delinquenza Nathalie, un'ex parrucchiera che oggi viaggia in autobus verso Johannesburg per andare a trovare la figlia che ha trovato lavoro là. E' vero: fra i tanti errori del regime di Mugabe, bisogna comunque riconoscere che per anni lo Zimbabwe offrì ai suoi cittadini un sistema scolastico ed educativo di tutto rispetto. Insieme a Nathalie viaggiano sull'autobus diversi zimbabweani che col Sudafrica intrattengono qualche tipo di commercio più o meno formale. “Ma oggi a passare la frontiera ci vorrà al massimo un'ora...non più le sette o le otto ore che impiegavamo in gennaio” assicura Evenmore, che ha vissuto in prima persona il drammatico esodo verso il Sudafrica dei mesi scorsi.&lt;br /&gt;L'esodo non era dovuto solo alla paura del colera. Ancora prima dell'esplosione dell'epidemia, fra marzo e dicembre, il paese fu scosso da una campagna di terrore scatenata dai mastini di Mugabe contro i membri dell'opposizione, ma anche contro le famiglie accusate di averla votata. La campagna prese il nome di “where did you put your cross”e la sua fase più cruenta fu quella che seguì il primo turno elettoriale di marzo, vinto dall'opposizione. Centinaia fra morti, torturati e rapiti convinsero Tsvangirai, leader dell'opposizione, a ritirarsi dal secondo turno di giugno, vinto da Mugabe in assenza di avversari. Mary, una fisioterapista di un'ospedale del Mashonaland, dovette fuggire in Sudafrica col marito, un noto militante del MDC (Movimento democratico per il Cambio) per diversi mesi. “Fuggimo appena in tempo” racconta Mary. “Hanno ucciso un suo caro collega e amico e un conoscente comune ci avvertì che il prossimo sarebbe stato lui”. Mary è tornata al lavoro, ma il marito è ancora nascosto presso amici ad Harare: ancora troppo pericoloso tornare a casa. “Mancano ancora all'appello 40 militanti del MDC” esclama l'avvocato specializzato in diritti umani----.&lt;br /&gt;Eppure ora l'MDC e i suoi militanti non dovrebbero più essere perseguitati, tanto meno come membri dell'opposizione, visto che il loro partito è al governo: il  13 febbraio infatti, dopo un anno di caos sociale ed istituzionale, Tsvangirai e Mugabe hanno firmato un accordo di governo di unità nazionale. Tsvangirai primo ministro, Mugabe presidente della Repubblica e i ministeri più importanti equamente divisi. Riusciranno i due avversari storici  a lavorare spalla spalla?La maggior parte degli zimbabweani, anche quelli che dagli uomini di Mugabe hanno subito ogni sorta di vessazioni, vogliono essere ottimisti. Mary invece scuota la testa mentre legge il giornale sull'auto dell'ospedale che da Harare la riporta al lavoro. Mary spera di sbagliarsi ma anche la comunità internazionale è scettica. E scettici sono anche i donatori internazionali e le grandi istituzioni di credito come FMI e Banca Mondiale, dai cui prestiti in tempi rapidi dipende il futuro prossimo del paese e la sopravvivenza – letterale- di milioni di zimbabweani. &lt;br /&gt;Nessun vede di buon occhio l'accordo di governo perchè tutti avrebbero preferito liberarsi di Mugabe, presumibilmente più per la vicinanza che questi ha dimostrato nei confronti della Cina che per le violazioni dei diritti umani di cui si è macchiato. La Cina è l'unica grande potenza che ha continuato a investire direttamente nel paese, mentre UE e Regno Unito facevano la voce grossa contro Mugabe per poi permettere alle proprie compagnie di continaure a speculare sulle estrazioni minerarie di granito nero, platino, mercurio e diamanti.       &lt;br /&gt;Già, perchè gli zimbabweani condividono la stessa sfortuna di altri popoli africani, come quello del Congo o della Sierra Leone: calpestare una terra estremamente ricca di minerali. Il desiderio di vederli luccicare fra le proprie mani, e la competizione che si scatena fra compagnie straniere disposte a tutte per accaparrarsi i proventi di questa o quella miniera, drammatizza la corruzione e la violenza del governo.(pubblicato sul mensile Galatea)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-1189077922936925287?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/1189077922936925287/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-si-torna-vivere.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1189077922936925287'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/1189077922936925287'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-si-torna-vivere.html' title='zimbabwe, si torna a vivere'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SijU8x40itI/AAAAAAAAABE/fkE-S2a7yJ0/s72-c/DSC_0750.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-3306314539127445948</id><published>2009-06-03T06:24:00.000-07:00</published><updated>2009-06-05T01:58:44.347-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mozambico terra'/><title type='text'>mozambico, la questione della terra</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ6TWkBR8I/AAAAAAAAAA8/q8XGhucQHT4/s1600-h/IMG_0720.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ6TWkBR8I/AAAAAAAAAA8/q8XGhucQHT4/s320/IMG_0720.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343092480814434242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(testo e foto s.corsi)&lt;br /&gt;Una donna mozambicana va da un curandero a chiedergli che fine hanno fatto i sette milioni di meticais che lo Stato aveva promesso al suo distretto. “Ma che ne sanno gli spiriti? Vada a chiederlo all’amministratore!” esclama,  irritato, lo sciamano.&lt;br /&gt;Questo sketch teatrale, che ha fatto il giro del paese,  (1) riflette uno degli aspetti più interessanti dell’attualità mozambicana: il lento processo per la formazione di una cittadinanza critica, non più disposta ad accettare come un’inesorabile volontà della natura la gestione della cosa pubblica da parte di una classe dirigente che si riproduce  dal 1975. &lt;br /&gt;I mozambicani escono recentemente da una lunghissima storia di autoritarismo : al  lungo dominio coloniale portoghese, che aveva strutturato la società in un ordine gerarchia quasi feudale, è seguito dall’indipendenza nel 1975 il governo della Frelimo (2), che tentò di stabilire un’amministrazione e un governo rurale uniformi su tutto il territorio (3), al prezzo di un accentramento amministrativo di fatto e dal sistema politico del partito unico. &lt;br /&gt;D’altra parte uno stato appena nato non avrebbe avuto speranze di vivere se non avesse trovato il modo, ancorchè coircitivo e spesso in chiave anti-tribale, di espandere velocemente il suo potere nelle campagne, soprattutto laddove, dal 1976, operava la guerriglia anti-socialista della Renamo. &lt;br /&gt;Tantomeno era pensabile che ai mozambicani venisse in mente durante la guerra civile, probabilmente la più cruenta dell’epoca post-independenza africana, che sfilacciò le reti famigliari e sociali tradizionali provocando quattro milioni di sfollati interni e un milioni e mezzo di rifugiati in Sudafrica, Tanzania e Zimbabwe. &lt;br /&gt;Le prime elezioni multipartitiche nel 1994, seguite all’accordo di pace firmato a Roma nel 1992, non hanno significato di fatto l’abbandono da parte del partito-stato Frelimo delle chiavi del potere politico ed economico del paese, nonché del controllo dei principali mezzi d’informazione- anche se è vero che i toni paternalisti e propagandistici della stampa si sono diluiti col tempo e i pochi giornali critici nei confronti el governo pubblicano liberamente senza subire persecuzione alcuna. &lt;br /&gt;Sarà anche che la Frelimo non corre seriamente il pericolo di perdere le elezioni dell’anno prossimo : l’opposizione non offre alcuna alternativa programmatica ed è lacerata da un’antica lotta intestina. Inoltre, la Frelimo gode del tacito appoggio internazionale grazie alla continuità che rappresenta e per la fedeltà a programmi economici liberisti suggeriti dal finire degli anni ’80 da FMI e Banca Mondiale . La guerra civile, infatti, non significò una sospensione della democrazia solo perché allontanò le persone dalle opportunità del fare politica, ma anche in un senso strettamente istituzionale, perché se la Frelimo abbandonò sul finire degli anni ‘80l’impostazione marxista-leninista e abbraccò le prescrizioni delle istituzioni finanziarie internazionali, fu in buona parte per facilitare la fine della guerra prima (4), e poi per avere accesso ai crediti internazionali necessari per ricostruire un paese devastato.    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le chiavi della terra &lt;br /&gt; Fu così che il Mozambico si trasformò nella “donors doll”, la “bambola dei donatori”: nel 2000 fu,secondo solo  alla Sierra Leone, il paese più dipendente del mondo. (5)&lt;br /&gt;Per riflettere su chi decide cosa in Mozambico, è bene sapere che tuttora il 50% del suo bilancio consiste negli introiti dei prestiti e dei finanziamenti della cooperazioni internazionale. &lt;br /&gt;La contropartita consiste in un programma di privatizzazioni che in pochi anni ha lasciato lo Stato orfano di tutte le imprese e le risorse che aveva amministrato nel periodo socialista(6). Tutte , tranne una: la terra. La costituzione dell’indipendenza  aveva stabilito che la terra sarebbe appartenuta solo allo Stato fino alla fine dei tempi, ma non chiariva come e chi poteva usufruirne per coltivarla temporaneamente. Il ritorno dall’esodo della guerra prima, la virata liberista e l’alleanza delle elite nazionali con quelle estere poi , crearono una grande pressione sul legislatore affinchè questi si dotasse di un quadro giuridico più completo sui diritti agrari. &lt;br /&gt;La legge che ne scaturì Lei Terra ’97 , che confermò la proprietà pubblica della terra e il diritto prioritario a coltivarla da parte delle comunità tradizioanli, fu da un lato il colpo di coda “socialista” dell’ala sinistra della Frelimo, dall’altra il battesimo di fuoco della UNAC, la Uniao Nacional de Camponeses, che si fece largo come unica  forza endogena, ed autenticamente contadina, nella galassia di ONG che organizzarono la campagna. “La nostra Lei de Terra è, tuttora, un’avanguardia cui si ispirano centinaia di movimenti contadini” spiega Ismael Ousseman, fondatore della UNAC. “Il problema è che le forze del capitale e dell’investimento estero sono più forti di una legge africana…e oggi la lotta si è spostata sull’implementazione della legge”. La Lei de Terra infatti stabilisce tre modi di acquisizione del diritto d’uso: permanente, per comunità che la abitassero tradizionalmente  e per cittadini mozambicani che l’abbiano lavorata per almeno dieci anni; di cinquanta anni per imprese straniere, previo processo di consultazione con le comunità locali che vivessero nella zona. “Quest’ultima possibilità sta costituendo, di fatto, la contro riforma agraria nel mio paese”continua Ousseman. Perchè assai spesso questo processo di partecipazione comunitaria si trasforma in un banale atto di corruzione dell’autorità locale, così come ad altre autorità locali è richiesta la capacità (leggi, volontà) di far rispettare la legge e salvaguardare la terra dall svendita. Qui entra in gioco un altro criterio indispensabile al mozambico per ottenere i crediti internazionali,cioè l’altra l’altra grande questione di governance mozambicana: la decentralizzazione del potere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I miraggi della ‘good governance’ &lt;br /&gt;Il governo del Mozambico cominciò a discutere di decentralizzaizone già nel 1994, ma la Legge sulle Municipalità del ‘97 (contemporanea, guardacaso, alla Lei de Terra) tradì lo spirito originario della proposta, stabilendo che tutti i distretti del paese eccetto 33 centri urbani (7) sarebbe stata sì governata da autorità locali…ma nominate dal potere centrale di Maputo,secondo uno schema assai simile a quello collaudato in epoca coloniale e post-coloniale. Il “local empowerment”rimase così solo nella retorica dei programmi di sviluppo con cui l’abile elite mozambicana otteneva finanziamenti :il risultato perciò  non fu affatto decentralizzazione dei processi decisionali, ma piuttosto una sorta di cooptazione delle autorità locali e tradizionali, che per di più sono tradizionali sì, ma in senso culturale e quasi mai atavico: gran parte delle comunità che arrogano il diritto d’uso a un certo pezzo di terra in Mozambico si sono formate dopo, e non prima, dell’esodo dovuto alla guerra civile. Spesso, non è che lo stato abbia incontrato e riconosciuto una autorità, ma bensì “creato” una comunità intorno a un’autorità che ha scelto per convenienza di riconoscere(8). &lt;br /&gt;Di fatto, a livello locale si ripercuotono a cascata le indicazioni politiche di Maputo.E in un contesto politico internazionale (a cui come abbiamo visto il governo mozambicano ha deciso per convenienza di non sottrarsi) che spinge decisamente verso la privatizzazione della terra e la sua disponibilità per monoculture intensive, questo siginifica un’enorme minaccia sui milioni di famiglie e piccole cooperative mozambicane. Nonostante queste coinvolgano nel complesso due terzi della popolazione, appena il 4% del bilancio statale è destinato all’agricoltura, che senza finanziamenti statali è destinata a rimanere di mera sussistenza. Diventa così gioco facile per l’elite economica mozambicana, (formata in gran misura da ex politici della frelimo passati a condurre le imprese privatizzate) denunciare la scarsa efficienza della piccola agricoltura e reclamare la privatizzazione della terra per favorire l’ingresso di investimenti esteri. &lt;br /&gt;Lo dice senza termini Joao Pereira , sociologo e presidente del Masc : “La pressione per la privatizzazione de facto è aumentata in questi anni, e gli investimenti per i biocombustibili sono destinati a portare la questione al suo punto di ebollizione”. Guardacaso, di biocombustibili hanno parlato a metà ottobre il presidente mozambicane Guebuza e il suo omologo brasiliano Lula, giunto in visita ufficiale a Maputo.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rivoluzione verde e biocombustibili ,il cocktail mozambicano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 19 ottobre, inaugurando la Quinta Conferenza Internazionale della Via Campesina (v. riquadro), il presidente Guebuza ha mantenuto un difficile equilibro fra la necessità di compiacere la platea assicurando lunga vita all’agricoltura su piccola scala, e al tempo di difendere la politica agraria del governo orientata alla privatizzazione di fatto e alla concessione di grandi estensioni a imprese private, spesso straniere. “Sostenere le famiglie e promuovere la rivoluzione verde in Mozambico, al fine dell’esportazione dei nostri prodotti”(9). Rivoluzione Verde: un programma di finanziamento all’agricoltura finalizzato all’aumento della produzione per l’esportazione. La prossima regina delle esportazioni agricole è già stata incoronata : si tratta della Jetropha, una pianta utile alla produzione di biocombustibili . Da metà 2007 il governo va convincendo i contadini a convertire  le proprie coltivazioni in jatropha, come primo passo della tanto propagandata rivoluzione verde (10).Ma questa significherà alcun sostegno alla piccola agricoltura, o è  l’ennesima imposizione resa necessaria dalle contingenze del mercato mondiale, e venduta come manna per il popolo mozambicano?&lt;br /&gt; “Forse non è la stessa Rivoluzione Verde che negli anni ’60 rovinò India e Messico; formalmente ,il governo si oppone all’invasione di agrotossici. Ma noi siamo molto vigili, perché è ancora dall’estero che ci viene chiesto di implementare questa politica” dice Diamantino dell’UNAC. &lt;br /&gt;Non esistendo un’opposizione istituzionale contraria a questa politica, starà alla giovane società civile mozambicana a difendere la terra : come seggerisce lo sketch teatrale della signora dallo sciamano, i mozambicani dovranno saper chiedere conto ai propri amministratori del destino delle proprie risorse, naturali e finanziarie .&lt;br /&gt;A partire dalle prime, già comincia a diffondersi la buona abitudine di denunciare pubblicamente le responsabilità politiche : nel gennaio scorso a Manhiça, un distretto cerealico dove sono sorti conflitti fra cooperative agricole e MANAGRA( un’impresa  produttrice di canna da zucchero), i contadini hanno rifiutato per la prima volta le bandiere del partito di governo nella propria manifestazione. “La responsabile provinciale dell’agricoltura è uscita poche settimane fa in televisione a dire che bisogna togliere la terra ai contadini che la coltivano improduttivamente. Ma cosa ha fatto il governo per aiutare i contadini a coltivare in maniera efficiente?” sbotta Funzano,  presidente di una piccola associazione agricola di Chokwue , nel sud del paese.  “Ci sentiamo minacciati e presi in trappola da queste dichiarazioni. Ma noi abbiamo solo la terra: niente da perdere”.&lt;br /&gt;(pubblicato su Le Monde Diplomatique, ed Cono Sud, dicembre 2008)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1)Campagna prodotta dal MASC(Mecanismo de Apoio à Sociedade Civil)&lt;br /&gt;(2)Frente de Libertaçao do Mozambique, il gruppo armato  di ispirazione socialista che gli esuli mozambicani organizzarono dalla Tanzania governata da Julius Nyerere e che, in seguito all’indipendenza, assunse il potere.&lt;br /&gt;(3)C.Tornimbeni, Sviluppo decentrato in Mozambico. Dalle politiche coloniali alla good governance, afriche e Orienti, Bologna, anno 2001.&lt;br /&gt;(4)La guerriglia della Renamo era appoggiata e in buona parte finanziata dalle potenze occidentali avverse al il regime socialista di Maputo. Uno dei suoi finanziatori è un professore sudafricano, Thomasausen, e lo stesso Sudafrica , come ammesso recentemente dall’ex ministro della difesa Pik Botha, offriva alla Renamo logistica e mezzi.&lt;br /&gt;(5)South African Migration Project, On Borders:Perspectives on International Migration in South africa, Cape town, 2000&lt;br /&gt;(6)C.Kramer, Privatisation and Adjustment in Mozambique, Journal of South African Studies, 2001&lt;br /&gt;(7) il 65% della popolazione mozambicana vive in aree rurali,v. op. cit&lt;br /&gt;(9) Davide Caliandro, Universita’ di Bologna, luglio 2008.&lt;br /&gt;(10) Progetti-pilota di coltivazioni intensive di jatropha sono già attivi nelle provincie centro-settentrionali di Inhambane, Manica, Zambezia, e Nampula, mentre a sud sembra si stia diffondendo più rapidamente la canna da zucchero.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-3306314539127445948?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/3306314539127445948/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/mozambico-la-questione-della-terra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3306314539127445948'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/3306314539127445948'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/mozambico-la-questione-della-terra.html' title='mozambico, la questione della terra'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ6TWkBR8I/AAAAAAAAAA8/q8XGhucQHT4/s72-c/IMG_0720.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-5553467585252746294</id><published>2009-06-03T06:09:00.000-07:00</published><updated>2009-06-05T01:59:45.694-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sudafrica mondiali'/><title type='text'>sudafrica, presi a calcio dal calcio</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ3NNshOdI/AAAAAAAAAA0/nlyPPys_fv8/s1600-h/obrero_estadio002.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ3NNshOdI/AAAAAAAAAA0/nlyPPys_fv8/s320/obrero_estadio002.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343089076820064722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(foto e.olcina, testo s.corsi)&lt;br /&gt;Quando nel 2004 la Fifa annunciò che i mondiali di calcio del 2010 si sarebbero tenuti in Sudafrica, molti protagonisti dell'epoca avranno pensato all'eredità simbolica del mitico campionato di calcio a Robben Island, tanto più che quasi subito venne deciso che l'inaugurazione del torneo si sarebbe tenuta nella storica township di Soweto, a Johannesburg.&lt;br /&gt;Ma se molte cose si possono raccontare della storia sudafricana attraverso il gioco del pallone, altrettante possono dirsene sul suo controverso presente. &lt;br /&gt;Per rispettare le promesse fatte alla Fifa quandoil Sudafrica era candidato a ospitare i mondiali 2010, il governo Mbeki aveva inizialmente previsto un investimento di 18 miliardi di rands (circa 1.5 miliardi di euro), metà delle quali destinato alla costruzione di tre nuovi stadi. &lt;br /&gt;Una cifra che però non smette di lievitare, trascinata dalle colossali spese per costruire i tre principali impianti a Johannesburg, Durban e Cape Town. Specialmente su questo di Città del Capo susseguono le richieste di ampliamenti e migliorie estetiche, in un perfezionismo che sta dissanguando le casse sudafricane: da 3 miliardi iniziali, a meta' dell'opera sono già 5. &lt;br /&gt;L'unico dettaglio che non sembra preoccupare gli ispettori Fifa riguardo i fiammanti impianti sportivi sono le condizioni di lavoro degli operai che ci lavorono. Stanchi di lavorare dieci ore al giorno per 60 dollari al mese, al soldo di una ditta sub-sub-sub-contrattata dal vincitore originale dell'appalto, gli operai sindacalizzati sono continuamente in sciopero. Gli altri, spesso mozambicani o congolesi, continuano a lavorare contenti di lavorare, non importa quanto sfruttati, alla costruzione in tempo record di queste moderne piramidi sportive. Che resteranno in buona parte inutilizzate dopo luglio 2010: in Sudafrica il calcio è lo sport dei neri delle township, che non hanno molto da spendere in intrattenimento . Per farsi un'idea, il massimo derby del campionato fra Orlando Pirates e Kaiser Chiefs, totalizza a malapena 30 mila spettatori, quando per riempire uno dei nuovi stadi ce ne vorranno almeno 70 mila.&lt;br /&gt;Ma l'aspetto più lontano dallo spirito del campionato che si giocava a Robben Island riguarda la necessità di ripulire le città che ospiteranno i mondiali. In uno dei paesi più pericolosi del mondo, come garantire la sicurezza degli spettatori? André Prius, alto commissario della sicurezza, ha spiegato che a questo proposito il modello da seguire sarà quello dei Giochi panamericani tenutesi a Rio de Janeiro nel luglio 2007. Non è una buona notizia per i difensori dei diritti umani: per ripulire Rio, le favelas delle città furonoinvase da squadre speciali che per arrestare una pugno di narcos lasciarono sull'asfalto decine di morti.&lt;br /&gt;La sfida sudafricana sembra fare un passo ulteriore, ponendosi il problema di come evitare che qualche telecamera delle centinaia che inquadreranno il paese si posi sbadatamente su un informal settlement, le baraccopoli della rainbow nation.&lt;br /&gt;Durban è forse la città che offre le rispose più incontrovertibili a queste domande. Capitale del Kwa Zulu-Natal, roccaforte dell'ANC e terra natale del futuro presidente Zuma, è governata da Jonathan Sutcliff, un bianco ribattezzato «white shark», lo squalo bianco. Il soprannome gli viene dall'applicazione dello Slums Clearence Bill, un decreto di «pulizia» delle baraccopoli. Incapace di liberarsene offrendo ai suoi abitanti opportunità e condizioni di vita più dignitose, il nuovo Sudafrica deve intanto preoccuparsi di nasconderli alla vista in tempo di mondiali.&lt;br /&gt;Così lo Slums Clearence Bill elimina la necessità di un mandato per procedere a uno sgombero, a cui la polizia procede quasi sempre con la forza e senza che il municipio suggerisca soluzione alternativa alcuna. &lt;br /&gt;Gli abitanti degli slums più centrali, o troppo vicini agli stadi, o dalle principali autostrade, vengono cacciati verso altre baraccopoli lontane dagli occhi indiscreti dei tifosi che verranno. «E' una logica di segregazione simile a quella dell' apartheid», dice Orlean, una sudafricana di origine indiana insegnante universataria e attvista dell' Anti Eviction Campaing, la campagna contro gli sfratti. «Non solo i poveri urbani non avranno alcun beneficio dall'enorme business dei mondiali; molti di loro saranno tenuti lontani dallo show con ogni mezzo». &lt;br /&gt;Destino amaro anche per i «commercianti informali», i circa trentamila venditori ambulanti della città. Non solo sarà loro proibito dal vendere qualunque materiale inerente al mondiale, ma dovranno stare alla larga dalla zona centrale per tutto il mese delle partite - anche coloro che da anni pagano l'affitto di un gazebo e che sono regolarmente registrati. Mentre l'enorme English Market, epicentro del commercio popolare della città, che ospita fra l'altro il mercato delle erbe tradizionali, sarà raso al suolo per fare spazio all'ennesimo centro commerciale.&lt;br /&gt;«Il 75% dell'attività commerciale in Sudafrica è già in mano a cinque compagnie di centri commerciali», spiega Gabi di Streetnet, una rete internazionale di venditori ambulanti che ha qui a Durban uno dei suoi nodi africani. «E' così che il governo pensa di sconfiggere il crimine entro il 2010? Sgomberando slums e cacciando i venditori ambulanti? Tutte queste persone di qualcosa dovranno pur sopravvivere...». &lt;br /&gt;Nel marzo 2007, Streetnet, sindacati urbani di muratori e associazioni di prostitute hanno dato vita alla campagna World Class Cities... for All, Città di classe mondiale...per tutti», che rivendica un approccio non elitista e più partecipativo all'organizzazione dei mondiali di calcio. Ma quasi tutte le rivendicazioni della campagna sono finora cadute nel vuoto, e lo scenario che si prepara vede sfruttamento del lavoro nei cantieri e della prostituzione, repressione dei venditori ambulanti e cacciata degli abitanti degli slums. Molti di loro, preoccupati dalla battaglia quotidiana per sbarcare il lunario, non sapevano neanche che lo Slums Clearence Bill è nato in seno alle politiche urbane in vista dei mondiali: a Crossmore, uno slum a quasi un'ora del centro della città, si trova ora un centinaio di famiglie sfrattate da una baraccopoli più centrale. Grazie alla pressione dell' Anti Eviction Campaign, il municipio ha fornito loro tendoni da circo gialli e blu, ripescati da qualche magazzino comunale, per non farli dormire sotto le stelle mentre rimediano il materiale per costruirsi un'altra baracca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Quel campionato a Robben Island: la palla più efficace di una bomba&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt; Negli anni '60 nel carcere in cui erano detenuti Mandela e gli altri combattenti anti-apartheid fu consentito il football: fu un errore Quante cose si possono raccontare della storia sudafricana attraverso la lente del football, dagli anni dell'apartheid a giorni nostri. &lt;br /&gt;Un battesimo d'eccezione il bel gioco da queste parti lo ebbe con la fondazione del leggendario MFA (Matyeni Football Association), il campionato di calcio dei detenuti di Robben Island, l'isola-prigione davanti alla baia di Città del Capo in cui venivano spediti gli oppositori dell'apartheid. Sarà per quello che in Sudafrica il calcio è associato nell'immaginario popolare con i neri e il rugby con i bianchi afrikaaner.&lt;br /&gt;Nel 1963 era ancora impensabile che l'autorità carceraria desse vinta ai detenuti la battaglia che portavano avanti per giocare a pallone durante l'ora d'aria. Ma una visita al carcere della Croce rossa internazionale quell'anno convinse il regime segregazionista ad approfittare dell'occasione per mostrare al mondo che le condizioni di detenzione nell'isola non erano poi così raccapriccianti: la macchina repressiva non poteva immaginare di quale straordinario strumento di resistenza stesse per dotare le sue vittime. &lt;br /&gt;I prigionieri ottennero così il loro primo pallone da calcio e si riunirono per organizzare il torneo . &lt;br /&gt;I detenuti non si accontentarono di fare due tiri nell'ora d'aria, ma decisero di organizzare un vero e proprio campionato secondo le regole internazionali della Fifa. Divisero tutti gli «ospiti» della prigione in dieci squadre, ciascuna rappresentata in tre categorie (la serie A per i semi professionisti, la serie B per le schiappe e la serie C per i detenuti anziani). &lt;br /&gt;Chi non poteva giocare, veniva iscritto alla Referees Union, la lega arbitri, e sollecitato a leggersi per filo e per segno il manuale della Fifa.&lt;br /&gt;Fu deciso anche che la formazione delle squadre avrebbe trasceso qualunque criterio politico: ogni team doveva contare nelle proprie file componenti di ogni movimento della galassia anti-apartheid . &lt;br /&gt;Iniziò così la fine della faida interna che aveva indebolito il movimento di liberazione dal potere bianco e si aprì la strada alla futura confluenza di quasi tutti i partiti minori dentro l'African National Ccongress di Nelson Mandela. Negli autobus di ritorno dalle cave dei lavori forzati (le Matyeni da cui, con un tocco d'ironia, prendeva nome l'associazione calcistica) si scambiavano di posto per raggiungere ciascuno il braccio in cui erano reclusi gli altri membri della propria squadra. &lt;br /&gt;Il sabato mattina, quando si giocavano le partite delle partite di serie A, era l'evento più esaltante della vita dei detenuti.&lt;br /&gt;Fu rendendo il campionato di calcio di Robben Island il più serio ed egualitario possibile che futuri leader del Congresso Nazionale Africano impararono a organizzare ed ispirare gli uomini che li circondavano. &lt;br /&gt;In pochi sanno ad esempio che il soprannome «Terror» di Joshua Lekota, l'attuale leader del Cope (il Congress of the People nato recentemente dopo la scissione dall'ANC fra i seguaci dell'ex-presidente della repubblica Thabo Mbeki e il presidente dell' African National Congress Jacob Zuma), non gli viene dagli anni della lotta armata ma da quelli in cui era il capocannoniere dei Rangers di Robben Island e il terrore dei portieri avversari.&lt;br /&gt;(pubblicato su "il manifesto" del 28/11/2008)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-5553467585252746294?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/5553467585252746294/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-presi-calcio-dal-calcio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5553467585252746294'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5553467585252746294'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-presi-calcio-dal-calcio.html' title='sudafrica, presi a calcio dal calcio'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ3NNshOdI/AAAAAAAAAA0/nlyPPys_fv8/s72-c/obrero_estadio002.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-5410923952453947740</id><published>2009-06-03T06:02:00.001-07:00</published><updated>2009-06-05T02:00:31.533-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sudafrica aids'/><title type='text'>sudafrica, la regina della pioggia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ1EM3qnpI/AAAAAAAAAAs/qSg5zJ5Ys_M/s1600-h/004RainQueen_dona80anys.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 235px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ1EM3qnpI/AAAAAAAAAAs/qSg5zJ5Ys_M/s320/004RainQueen_dona80anys.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343086722956304018" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Quando la Regina della Pioggia sarà un uomo&lt;br /&gt;(teso s.corsi foto e.olcina)&lt;br /&gt;Ci vogliono circa cinque ore di guida per arrivare a Modjadji da Johannesburg. L’ultimo pezzo di strada attraversa una terra verdissima, baciata dalla fortuna- vale a dire, dalla pioggia. Alberi di mango, banana e papaya nascondono alla vista le case, qualcuna in muratura, la maggior parte di fango secco intonacato, e i rispettivi cortili. In uno di questi, seduta sotto le abbonadnati fronde di un mango, riposa un'anziana . E’ vestita in abiti tradizionali e batte le mani due volte prima di stringere la mano a degli estranei e cominciare una conversazione. Peccato parli solo sotho, una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Ma da dentro la casa esce finalmente la giovane nipote che viene a tradurre in inglese una domanda che la nonna aspettava di porre a degli stranieri da chissà quanto tempo: “Vuole sapere se, da dove venite voi… la pioggia è pioggia”.     &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto il Sudafrica assistette all’incoronazione dell’ultima Regina della Pioggia, nell’aprile 2003. Persino Nelson Mandela volle presenziarvi, dopo essere atterrato nel vicino aeroporto di Polokwane, capoluogo del Limpopo. Qualcun altro guidò centinaia di chilometri per non perdersi l’evento. Ma ai più bastò accendere la televisione: grazie alle telecamere piovute nell’autunno di Modjadji, tutti poterono vedere quella ragazza di venticinque anni coi capelli corti e l’aria sbarazzina, e che fino a quel momento rispondeva al nome di Makobo Modjadji, diventare la prima rain queen  del nuovo millennio nonché del Sudafrica post-apartheid. &lt;br /&gt;Oggi i suoi sudditi, il popolo dei balobedu -circa quattrocentomila anime- scrutano il cielo con una certa inquietudine: per la prima volta, non c’è una regina della pioggia a governare sulla salute delle piantagioni. Makobo è morta all’improvviso, a ventisette anni, in una notte di giugno di tre anni fa. Un giallo, nelle cui righe si dipanano molti tormenti del Sudafrica odierno, circonda la sua morte.  &lt;br /&gt;Makobo, l’ultima rain queen, classe 1978, aveva deciso di infischiarsene delle leggi tradizionali. Racconta la gente di Modjajdikloof che Makobo amava vestirsi da uomo e non tenere mai i capelli più lunghi di due dita; che adorava andare a divertirsi fino alle prime ore del mattino e che prendeva parte alle proteste popolari per il diritto alla salute e alla casa. &lt;br /&gt;Si innamorò di un attivista politico, un uomo che non era nemmeno un Balobedu: David Mohale. Lo invitò a vivere con lei nel palazzo reale dei Modjadji, trasgredendo la regola che impediva a qualunque uomo di trascorrere una notte intera con la regina. E , per l’orrore dei suoi fratelli e cugini, concepì con lui, anziché con un altro membro della famiflia reale, la futura rain queen: la piccola Masalanabo, che venne alla luce alla fine del 2004.      &lt;br /&gt;Nel giugno del 2005, le telecamere che avevano ripreso l’incoronazione di Makobo tornarono a Modjadjikloof per il suo funerale. Makobo era stata ricoverata tre giorni prima in una piccola clinica per una presunta meningite che risultò fatale nel giro di  ventiquattr’ore. La meningite risulta spesso fatale in organismi con un debole sistema immunitario: per questo è una morte piuttosto comune in zone devastate dall’Aids come il Limpopo. L’ipotesi che Makobo sia morta di Aids è quella diffusa ufficialmente, e alla domanda “come è morta la Regina della Pioggia?” rivolta agli abitanti di Modjadji, questi rispondono, mestamente e invariabilmente: di malattia. &lt;br /&gt;Eppure David Mohale, fidanzato di Makobo e padre di sua figlia, rifiuta questa versione. Nega persino che Makobo sia mai stata malata, e accusa i fratelli di averla avvelenata. A due scopi: quello di liberarsi di una regina poco osservante dei costumi tradizionali e, soprattutto, di fare ritorno a una linea di successione maschile. Alla morte di Makobo, dopo aver dimostrato che né lui né la bambina erano sieropositivi , sparì nel nulla. Ogni tanto un giornalista riesce a intervistarlo per farsi ripetere la sua versione dei fatti e le sue accuse alla famiglia Modjadji, mentre la bambina, pare, viene allevata da una famiglia di amici lontani da politica e riflettori. &lt;br /&gt;Se l’idea di una regina assassinata dai suoi famigliari nell’ambito di una disputa per il potere rievoca storie d’altri tempi, è pur vero che di fatto il fratello di Makobo, John Modjadji, è riuscito, in seguito alla morte della sorella, a farsi affidare la reggenza del potere reale. Al contrario di Makobo, John è un rigido osservatore delle norme tradizionali ed è probabile che negli anni diventi abbastanza temuto e rispettato da far dimenticare l’esistenza , da qualche parte, della legittima erede al trono.&lt;br /&gt;La versione della storia che invece racconta di una giovane regina che si lascia consumare dall’aids forse è meno adatta a un romanzo  ma dice molto del Sudafrica moderno. Della sua piaga latente, di cui si parla relativamente poco considerando che il virus ha già colpito un sudafricano su dieci. Di un ritardo decennale in fatto di politiche governative sulla malattia che continua a dilagare nelle zone più povere delle città e nelle aree rurali, zigzagando fra false credenze sulla sua diffusione. Da anni ONG e associazioni per il diritto alle cure lottano per convincere i sudafricani delle aree rurali che il  preservativo non contiene il virus, e che anzi indossarlo scongiura un lungo calvario, e alla lunga la morte; che gli antiretrovirali siano realmente efficaci per contenere gli effetti della malattia- cosa a lungo messa in dubbio dallo stesso ex presidente Thabo Mbeki, all'epoca preoccupato all'idea di svenare le casse pubbliche per fornire antiretrovirali a milioni di malati in un momento in cui il Sudafrica doveva affermarsi come tigre economica del continente.&lt;br /&gt; Tuttora, il rapporto con l'aids nel paese  è misurato dallo stigma sociale che porta con sè – impossibile quantificare il numero reale dei malati, poichè sono relativamente pochi quelli che accettano di affrontare il test- e in qualche modo dal suo farsi simbolo di una modernità desiderata e odiata allo stesso tempo: non solo per la convinzione che il virus sia stato portato in Africa dall'occidente proprio attraverso la diffusione del preservativo, ma anche per l'idea secondo cui chi accetta di assumere farmaci antiretrovirali  è da emarginare dalla comunità, per averli preferiti ai metodi della medicina tradizionale. Tant'è che talvolta chi lo fa, lo fa in segreto,   per poi ringraziare in pubblico il curandero della comunità e aumentare così la confusione sull'efficacia delle cure.  &lt;br /&gt;La dicotomia tra medicina tradizionale e occidentale dunque gioca su questo campo una partita senza sconti, generatrice di ulteriori sofferenze. Se Makobo era malata, è probabile che non lo sapesse nemmeno; che avesse scelto di ignorare il rischio e le conseguenze, o addirittura che credesse a sua volta di evitare la malattia rinunciando all'uso del preservativo. Se invece era malata, e lo sapeva, era comunque impensabile che proprio lei, regina della pioggia da poco incoronata, combattesse con le medicine dei bianchi una malattia di cui i bianchi stessi sono sospettati di essere in  qualche modo artefici e portatori.&lt;br /&gt;                         &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Balobedu&lt;br /&gt;Sono circa quattrocentomila i balobedu,sudditi della regina della pioggia. Vivono a Modjadjkloof, la città che prende il  nome dalla dinastia reale dei Modjadji, e in tutta la vallata circostante. &lt;br /&gt; Al potere tramandato di madre in figlia della dinastia reale, quello di chiamare la pioggia, i balobedu si raccomandano da tempo incalcolabile per avere la garanzia di un raccolto abbondante; e in una regione secca come il Limpopo, una vallata verde come quella che circonda Modjadjkloof ha di fatto un che di prodigioso. &lt;br /&gt; Due antropologi inglesi, J e D. Kridge, intorno agli anni 50 del secolo scorso si appassionarono alla tradizione delle rain queen e tirarono le fila del mito fissando un punto d’inizio  intorno al 1500, quando Mambo, figlio di Monotapa, sovrano dello Zimbabwe, ingravidò la sorella Dguzini. Quando la gravidanza di Dguzjni fu manifesta,  re Monotapa avrebbe voluto bruciar vivo il colpevole, ma Dugvanizi non rivelò mai che si trattava del fratello. Per ringraziarla del suo silenzio la regina madre rubò al marito il potere di chiamare la pioggia, lo trasmise alla figlia e le ordinò di fuggire a sud per dare origine a un nuovo popolo. Dguzini scelse una conca fra le montagne del Limpopo, nel nord dell’odierno Sudafrica, per partorire il frutto dell’incesto e dar vita al popolo del Balobedu.&lt;br /&gt;Alla propria morte, Dguzini trasmise la corona e il potere di chiamare la pioggia al primo figlio maschio, questi a sua volta al primogenito e così via per circa 200 anni, finchè, intorno al 1800, re Magodo si innamorò dell’unica figlia femmina e nominò futura rain queen la bambina che ebbero insieme. La nuova linea di successione matriarcale proseguì fino ai giorni nostri, ma non significò mai che la regina, malgrado la sua autorità tradizionale su tutti i Balobedu, potesse scegliere l’uomo accoppiandosi col quale avrebbe rinnovato la stirpe. Per mantenere puro il sangue, la rain queen poteva concepire solo con un altro membro della famiglia reale .(pubblicato su "IlManifesto"del 16/03/2009&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-5410923952453947740?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/5410923952453947740/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-la-regina-della-pioggia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5410923952453947740'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/5410923952453947740'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/sudafrica-la-regina-della-pioggia.html' title='sudafrica, la regina della pioggia'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZ1EM3qnpI/AAAAAAAAAAs/qSg5zJ5Ys_M/s72-c/004RainQueen_dona80anys.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-8364472569367931299</id><published>2009-06-03T05:47:00.000-07:00</published><updated>2009-06-05T02:01:20.073-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='zimbabwe'/><title type='text'>zimbabwe, affari sporchi e miniere di sangue</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZxgiUdZdI/AAAAAAAAAAk/lAJsA4AgKL0/s1600-h/DSC_0692.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZxgiUdZdI/AAAAAAAAAAk/lAJsA4AgKL0/s320/DSC_0692.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343082811704042962" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(testo e foto s.corsi)&lt;br /&gt;“Fino a poco tempo fa, i salari dei nostri minatori erano stabiliti dal governo, ed erano così bassi che, per noi, farne lavorare venti o sessanta era uguale”. A vantarsi di aver offerto briciole a quaranta zimbabweani più del necessario è E., italianissimo uomo d'affari che si muove fra Madagascar, Sudafrica e Zimbabwe per una società di esportazione di materiali preziosi, ora è di passaggio ad Harare per seguire il destino di una miniera di granito nero nel Mashonaland da cui  estrae per una società veronese. E. non si preoccupa troppo di ricalcare il clichè dell'uomo d'affari all'estero: anellone al dito, quando non è al telefono descrive indignato la corruzione dilagante dello Zimbabwe - colpevole in particolare di rallentare il trasporto ferroviario del granito verso il porto di Maputo in Mozambico- senza peraltro far mistero di come si è allungato di zeri il profitto suo e dei suoi colleghi sotto il regime di Mugabe. Che decretava salari bassissimi per i minatori, mentre le royalties pagate dalle compagnie finivano direttamente nelle tasche dei funzionari con la tessera di partito. &lt;br /&gt;Per sfortuna degli zimbabweani, il paese è ricco di risorse del sottosuolo. Oro, platino, mercurio che da qualche anno hanno attirato anche i cinesi, la cui presenza deve aver cambiato parecchie delle carte in mano alla concorrenza. Che però non ha mollato l'osso: capofila la Lonrho(London and Rhodesian Company) compagnia inglese fondata quando lo Zimbabwe era la Rhodesia di Ian  Smith, così limpida che l'ex premier inglese Heat  la definì “la faccia inaccettabile del capitalismo”, e che meno di un anno fa per bocca del suo presidente fa riduceva il collasso zimbabweano a“un problema passeggero”, sui cui dettagli non voleva entrare perchè il punto forte della compagnia era sempre stata “la sua apolicità”.Del resto il magnate della compagnia fino al ’97, Tyni Rowlands, offrì a Mugabe la tristemente famosa Antilope Mine,una miniera in disuso sul confine col Botswana,  per nascondervi i cadaveri del massacro dell’83. In cambio, ha assicurato alla compagnia la presenza nel paese vita natural durante.&lt;br /&gt;  Così, mentre UE e USA  tuonavano contro il regime di Mugabe, compagnie americane ed europee hanno fatto indisturbate affari d’oro, facendo leva proprio sulla corruzione del governo e rifornendosi del materiale estratto per due soldi dai minatori zimbabweani. &lt;br /&gt;Anche i diamanti, scoperti nella zona di Marange, verso il confine mozambicano, hanno  contribuito ad intorbidire le acque. A metà gennaio scorso la polizia nazionale ha annunciato l'arresto di 24.480 persone legate al traffico illegale di diamanti, ma naturalmente non si trattava di notabili zimbabweani o stranieri, bensì di un esercito di pesci piccoli che, sparsasi la voce dei diamanti, è arrivata a Marange a cercare fortuna e guai. Con il risultato che adesso la zona pullula di posti di blocco impossibili da oltrepassare senza un'autorizzazione e, in tutto il paese, sulle miniere di diamanti e sul commercio delle famose pietre vige una sorta di segreto di stato.&lt;br /&gt; Eppure ogni tanto qualcosa trapela, come lo scandalo esploso a metà marzo che vedrebbe coinvolti nel trasporto di diamanti oltre la frontiera sudafricana alcuni pezzi del governo e alcuni veicoli intestati all'UNDP (il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite). Probabilmente si trattava di diamanti  classificati come blood diamond, diamanti di sangue, dal Kimberly Process, l’organismo nato nel 2000 per certificare la provenienza dei diamanti ed evitare che arrivino sul mercato quelli provenienti da zone di guerra . Come il martoriato Congo in cui lo stesso Mugabe mandò i suoi soldati  nella guerra panafricana del 1998-2003 per non rimanere fuori dalla colossale spartizione delle ricchezze delle miniere del Katanga e del Kivu.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-8364472569367931299?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/8364472569367931299/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-affari-sporchi-e-miniere-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8364472569367931299'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/8364472569367931299'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-affari-sporchi-e-miniere-di.html' title='zimbabwe, affari sporchi e miniere di sangue'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZxgiUdZdI/AAAAAAAAAAk/lAJsA4AgKL0/s72-c/DSC_0692.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-5443731789239832890.post-4327154205075122703</id><published>2009-06-03T05:36:00.001-07:00</published><updated>2009-06-03T05:47:15.969-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='zimbabwe'/><title type='text'>zimbabwe , ipocrisie occidentali</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZwMYer3PI/AAAAAAAAAAc/KR_ltPb9mGU/s1600-h/DSC_0674.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZwMYer3PI/AAAAAAAAAAc/KR_ltPb9mGU/s320/DSC_0674.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5343081365953567986" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ogni anno di questa stagione nel Mashonaland, la regione a nordest di Harare, si tiene, villaggio per villaggio, la festa dei girasoli: ogni comunità sceglie la famiglia che ha il campo di girasoli più bello. Ben e Twania sono fra i vincitori di un villaggio non lontano dalla città di Mutoko e, sotto un impietoso sole zimbabweano di metà mattinata, spiegano al resto della comunità venuta a festeggiarli come hanno ottenuto un raccolto così buono. Probabilmente, oltre a quello che servirà loro per cucinare le salse con cui accompagnare la sadza- la polenta zimbabweana- gli resterà un po’ di olio da vendere.  &lt;br /&gt;Ben e Twania sono artefici di un piccolo miracolo: estraendo dal cilindro antiche conoscenze agricole, sono riusciti a coltivare i girasoli senza l'aiuto dei fertilizzanti che avrebbero dovuto essere stati distribuiti dal governo ma la cui assenza durante tutto il 2008 oggi condanna il paese a un magrissimo raccolto. Lo spettro della carestia, dopo l'epidemia di colera che ha mietuto in pochi mesi più di quattromila vittime, si addensa come una nuvola nera sullo zimbabwe: “Abbiamo calcolato che, su dodici milioni di zimbabweani, cinque dipenderanno nei prossimi mesi dagli aiuti internazionali per non morire di fame” spiega Kamuri della Nango, un ombrello che raccolglie Ong e associazioni locali. Gli aiuti internazionali però sono bloccati dallo scetticismo della comunità internazionale verso l'accordo di governo tra il partito di Mugabe, padre-padrone dello zimbabwe post-liberazione, e quello di Morgan Tsvangirai, ex sindacalista e capo dell'opposizione. L'accordo è arrivato a metà febbraio, quasi un anno dopo le controverse elezioni del marzo 2008 cui  sono seguiti undici mesi di caos istituzionale e sociale, epidemie, miseria. Eppure, camminando per Harare si percepisce ancora l'orgoglio di un città che era abituata a vivere più che dignitosamente e che ha vissuto quasi con incredulità la lenta e lunga discesa. Il 2000 fu un giro di boa per il paese che solo un decennio prima era il più ricco d’Africa. Fu l'anno in cui Mugabe perse il favore incondizionato dei suoi e fu sconfitto nel referendum costituzionale: molti zimbabweani erano sfiniti dalla corruzione del partito al potere, mentre l'elite bianca era ormai venuta ai ferri corti con quella nera  legata al partito di Mugabe e sperava in nuovo corso se la neonata opposizione l'avesse sconfitto alle successive presidenziali. Per riconquistare il voto popolare, Mugabe lanciò allora il programma di riforma agraria che, nelle parole, avrebbe dovuto redistribuire le terre a favore della massa che fino a quel momento l'aveva lavorata come bracciante. In realtà, le più grosse farm finirono nelle mani dei veterani di guerra e di membri del Joc (Joint Operational Command, l'oscura cupula militare che tira le fila del paese), che si limitarono a speculare sul latifondo abbandonando la produzione agricola. Ai diseredati che venivano pomposamente caricati su camion e portati nelle farms non venivano dati nè i crediti nè gli strumenti necessari a coltivare la terra. “Da due anni non produciamo più nulla” dice ancora Kamuri.In un solo anno la produzione di mais crollò del 60%;destino simile per quella di tabacco, leva dell'economia. Sulla strada fra Harare e Nyamapanda enormi silos spezzano l'orizzonte ondulato delle colline. Sono vuoti. In  questo modo Mugabe e la sua cricca hanno finito per dare argomenti ai nostalgici dell'apartheid economico della Rhodesia di Ian Smith, e creato un precedente odioso per tutti i paese africani che cerchino di affrontare il problema della riforma agraria.Oggi lo Zimbabwe è un paese in emergenza umanitaria cronica : una persona su cinque è sieropositiva e sette su dieci vivono sotto la linea di povertà. Dal primo gennaio al 31 dicembre 2006  un milione e mezzo di persone sono morte di fame e malattie: un decimo della popolazione. Dati del governo, che nel 2007 e 2008 non ha avuto neanche più i mezzi per tenere censita la situazione.La lenta discesa del paese negli inferi è stata inversamente proporzionale ai guadagni delle compagnie straniere, soprattutto minerarie, che nella corruzione del governo hanno trovato invece una gallina dalle uova d’oro. Perchè solo quando Mugabe ha smesso di essere un alleato sottobanco il resto del mondo ha cominciato finalmente a parlare di lui per ciò che era da un pezzo: un capo di stato corrotto e disposto a tutto pur di restare al potere. Peccato perché il sistema scolastico lanciato da Mugabe subito dopo la liberazione e durante gli anni '80 fu uno dei migliori d'Africa, quello sanitario per certi aspetti era più all'avanguardia di quelli europei. Ma nel frattempo le maglie della corruzione si allargavano, il marxismo di facciata lasciava il posto a un liberismo di fatto e si gettavano le basi per uno stato di polizia: non è un caso che il  punto di riferimento ideale ed economico di Mugabe fosse già, da decenni, la Cina. Altra ragione per cui è stato trasformato in un bersaglio dei paladini dei diritti umani solo recentemente, con vent'anni di ritardo rispetto alla più grave violazione di cui si sia macchiato: il massacro degli Ndebele, guidati dall'oppositore socialista  Nkomo, nel 1983.  Ventimila vittime che però, sul palcoscenico internazionale, non costarono a Mugabe quanto il peccato capitale di aver confiscato le farms all'elite bianca per regalarle all'elite nera Vittima di questo giochi di potere un popolo oggi in ginocchio, che si arrabatta coltivando con pochi mezzi girasoli, canna di zucchero e mais, e soprattutto contando sulle rimesse dall'estero . Dei dodici milioni di zimbabweani, tre e mezzo sono all'estero, quasi tutti fra Sudafrica, Inghilterra ed Australia, e oggi è proprio grazie alle rimesse della diaspora che la crisi non è stata devastante come avrebbe potuto. Fino a due mesi fa, questo era l'inferno” racconta Jacob. “Colera, ospedali senza luce e acqua, niente cibo nei negozi, niente benzina ai distributori”. Poi, l'accordo di governo che, se non altro, ha subito abolito il monopolio di stato sulla moneta e sui tassi di cambio: lo Zimbabwe si è dollarizzato dalla sera alla mattina, anche se non ufficialmente. Nelle banche continuano a lampeggiare sui display le cifre folli dell'iperinflazione, ma i cassieri scoppiano a ridere all'idea di scambiare dollari statunitense con quelli zimbabweani, trasformati  in carta da monopoli. L'ultima banconota stampata- da dieci  di dollari zimbabweani- dà un'idea della follia raggiunta dalla Reserve Bank e dal suo governatore Gono negli ultimi mesi del 2008. Oggi i prezzi nei supermercati sono tutti in dollari, la merce quasi tutta importata dal Sudafrica. Risultato?Costo della vita quasi europeo. “Non ci resta che sperare nell'accordo di governo” sospira, esprimendo una speranza che sa di mancanza d’alternative,  un'attivista della società civile oppositrice di Mugabe che preferisce restare anonima, memore delle sparizioni e delle vittime  della campagna “where did you put your cross?” (“dove hai messo la tua croce?”), la purga seguita alle elezioni di marzo e messa in atto dai vertici militari ai danni dell'opposizione. Opinione diffusa è che sia proprio la cupola militare a impedire l'uscita di scena di Mugabe: teme di essere processata e incriminata per i massacri del passato se il potere passasse completamente nelle mani del MDC di Tsvangirai. Per questo, la società civile che si oppone a Mugabe sa che l'accordo di governo è, per ora, l'unica strada percorribile. Agli occhi di un osservatore esterno sembra improbabile due avversari storici come Tsvangirai e Mugabe possano riuscire a lavorare spalla a spalla, attuare lo Sherp (Short Term Recovery Program, il programma d'emergenza di risanamento economico ) e soprattutto scrivere una nuova Costituzione. Ma quello che l'accordo di governo fallisca non è l'unico rischio. Gettando uno sguardo aldilà dell'emergenza se ne intravede un altro: quello che, al contrario, la condivisione di poteri funzioni troppo bene . E che il nuovo esecutivo decida di restare in carica ben oltre l'anno e mezzo che si è dato per uscire dal pantano della crisi, e di rimandare a chissà quando la stesura di una vera costituzione e delle elezioni che dovrebbero seguirla.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/5443731789239832890-4327154205075122703?l=venividiraccontai.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/feeds/4327154205075122703/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-ipocrisie-occidentali.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4327154205075122703'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/5443731789239832890/posts/default/4327154205075122703'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://venividiraccontai.blogspot.com/2009/06/zimbabwe-ipocrisie-occidentali.html' title='zimbabwe , ipocrisie occidentali'/><author><name>sere corsi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16337327516010287892</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_8FcpNACLo88/SiZwMYer3PI/AAAAAAAAAAc/KR_ltPb9mGU/s72-c/DSC_0674.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
