giovedì 3 marzo 2011

La Regina della Pioggia

Eccovi la storia della Regina della Pioggia,raccontata dalla sottoscritta e interpretata da Carla Vitantonio su Radio Kairòs. Musiche di Valentina del Greco.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-02T14_27_41-08_00


La Regina della Pioggia



Tutto questo Helena me lo raccontò mentre Joan guidava per le strade del Limpopo sudafricano, lei faceva da navigatore con la cartina in mano e io mi contorcevo sul sedile posteriore preda di dolori mestruali terrificanti. Eravamo partiti all'alba da Makhado, l'ultima città prima del confine con lo Zimbabwe, dove eravamo andati per scrivere dell’esodo degli zimbabweani in fuga dall’epidemia di colera.

Questa Makhado tra noi l’avevamo ribattezzata Makondo, come quella di Cent’Anni di Solitudine, perché il realismo magico si era fatto beffe, come al solito, della nostra ratio giornalistica. Vorrei darvene giusto un assaggio: l’ultima sera a Makhado ero andata alla stazione di polizia per denunciare il furto della mia macchina fotografica, ma alla fine ci avevo rinunciato perché il poliziotto che scriveva il verbale aveva prima cominciato a insistere per farmi conoscere un suo certo amico, poi aveva dribblato le mie resistenze spiegando: “E’ un amico speciale...è invisibile”. E mentre io guadagnavo l’uscita un po’ inquietata, aveva infine aggiunto: “Guarda che è Gesù Cristo!”

Io, Helena e Joan dormivamo nell’unico bed and breakfast della città, di quelli con una piccola piscina che si risveglia al mattino piena di foglie galleggianti, in cui sguazzavano giovani bianchi di buona famiglia con l’apparecchio per i denti.

Al tramonto, puntualmente, dal bed & breakfast andava via l’elettricità e ci si faceva luce con le candele, e noi tre dovevamo vagare per Makondo elemosinando prese elettriche in qualche bar per ricaricare computer e macchine fotografiche, finendo in una giostra di situazioni assurde a catena. Quando tornavamo al bed & breakfast ed entravamo in camera facendoci luce con lo schermo dei cellulari, avevamo la sensazione che i black out non fossero del tutto accidentali: i riccastri bianchi vagavano con le candele in mano da una stanza all’altra, e regnava un silenzio inquietante. Il mio episodio all’ufficio di polizia ci convinse definitivamente a levare le tende.

La tappa successiva distava, da quanto ci avevano detto i makondesi, più o meno due ore di auto ma noi, tra un bivio perso e l'altro, ce ne stavamo mettendo il doppio.

Eravamo diretti a un luogo che non compare sulle cartine, alla caccia di una storia di quelle che ti riempono la testa per settimane ancora prima di poter guardare negli occhi uno dei personaggi che la compongono.

Era, è una storia triste quella che ci attraeva. Una storia che non voleva saperne di essere sepolta sotto quell'abbondanza di alberi di mango, banana e papaya che nascondevano alla vista le case di fango secco intonacato, che costeggiavano la strada principale di Modjadji.

Parcheggiammo la Volkswagen e ci avvicinammo a un’anziana che riposava seduta sotto a un mango, con l'attitudine indecifrabile, priva di qualsiasi sorpresa, di chi diresti che era lì ad aspettarti. Guardava da lontano, da ben prima dei suoi occhi, da dietro lo schermo della cataratta; era vestita in abiti tradizionali e batteva le mani due volte prima di stringere la mano a degli estranei come noi, ma farle domande in inglese era inutile. Parlava solo sotho, una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Ce ne stemmo lì a sorriderle con le mani in tasca, impacciati come è sacrosanto che un bianco si senta in Africa, finché dal silenzio della casa uscì timidamente la grassottella nipote, in abbigliamento stridentemente grunge, che venne a tradurre in inglese una domanda per noi, La Domanda che sua nonna aspettava di porre a degli stranieri da chissà quanto tempo: “Vuole sapere se, da dove venite voi… la pioggia è pioggia”.




Questa è la storia dell’ultima Regina della Pioggia, nata e morta a Modjadji, nel Limpopo sudafricano.

L’ultimo pezzo dell'unica strada che conduce Modjadi, cuore e capitale del popolo dei Balobedu, attraversa una terra verdissima, baciata dalla fortuna- vale a dire, in un clima secco come quello del Limpopo, dalla pioggia. E' anche così' che si capisce di essere finalmente arrivati a destinazione, oltre che per la strada asfaltata realizzata su ordine di Nelson Mandela, che nel 2003 era atterrato nel vicino aeroporto di Polokwane per assistere all’incoronazione dell’ultima Regina della Pioggia.

Qualcun altro aveva guidato centinaia di chilometri per non perdersi l’evento, ma ai più, milioni e milioni di sudafricani, bastò accendere la televisione. Grazie alle telecamere piovute nell’autunno di Modjadji, tutti poterono vedere quella ragazza di venticinque anni, coi capelli corti e l’aria sbarazzina, che fino a quel momento rispondeva al nome di Makobo Modjadji, diventare la rain queen, Regina della Pioggia, massima autorità del popolo dei Balobedu.

I Balobedu, sudditi della Regina, sono quasi mezzo milione. Vivono a Modjadj, la città che prende il nome dalla dinastia reale, e in tutta la vallata circostante. Al potere tramandato di madre in figlia, quello di invocare la pioggia, si raccomandano da tempo incalcolabile per avere la garanzia di un raccolto abbondante; e in una regione secca come il Limpopo, una vallata verde come quella che circonda Modjadj ha davvero un che di prodigioso.

La memoria dei più anziani non basta a fissare un ricordo, ancorchè tramandato, dell’origine della dinastia dei Modjadji. Tutto è troppo lontano: generazioni, secoli indietro, trame di leggende che si mescolano a tracce di realtà inoppugnabile. Un punto d’inizio qualche antropologo l'ha fissato intorno al 1500, quando Mambo, figlio di Monotapa, sovrano dello Zimbabwe, ingravidò la sorella Dguzini. Il re Monotapa avrebbe voluto bruciar vivo il colpevole, ma Dugvanizi non rivelò mai che si trattava del fratello. Per ringraziarla di aver salvato la vita al suo unico figlio maschio la regina madre rubò al marito il potere di chiamare la pioggia, lo trasmise alla figlia e le ordinò di fuggire a sud per dare origine a un nuovo popolo. Dguzini scelse una conca fra le montagne del Limpopo, nord dell’odierno Sudafrica, per partorire il frutto dell’incesto e dar vita al popolo del Balobedu.

Alla propria morte, Dguzini passò la corona al primo figlio maschio, e questi a sua volta al primogenito e così via per circa 200 anni, finchè, intorno al 1800, re Magodo si innamorò dell’unica figlia femmina e nominò futura rain queen la bambina che ebbero insieme. La nuova linea di successione di madre in figlia non significò mai che la regina, malgrado la sua autorità tradizionale su tutti i Balobedu, potesse scegliere l’uomo accoppiandosi col quale avrebbe rinnovato la stirpe: per mantenere puro il sangue, la regina poteva concepire solo con un altro membro della famiglia reale.

Così avrebbe dovuto fare anche Makobo, ma lei, l’ultima rain queen, prima del Sudafrica post-Apartheid, classe 1978, aveva deciso di infischiarsene delle leggi tradizionali. Racconta la gente di Modjajdi che Makobo amava vestirsi da uomo e non tenere mai i capelli più lunghi di due dita; che adorava andare a divertirsi fino alle prime ore del mattino e che prendeva parte alle proteste popolari per il diritto alla salute e alla casa. Nemmeno dopo l'incoronazione accettò di tenere la bocca cucita, le gambe chiuse, la fronte aggrottata come sarebbe stato adeguato al suo status.

Si innamorò di un attivista politico,un uomo che non era nemmeno un Balobedu: David Mohale. Lo invitò a vivere con lei nel palazzo reale dei Modjadji, trasgredendo la regola che impediva a qualunque uomo di trascorrere una notte intera con la regina. E, per l’orrore dei suoi fratelli e cugini, concepì con lui, anziché con un altro membro della famiglia reale, la futura rain queen: la piccola Masalanabo, che venne alla luce alla fine del 2004.

Ma appena sette mesi dopo la nascita della bambina, le telecamere che avevano ripreso l’incoronazione di Makobo tornarono a Modjadji per il suo funerale. Makobo era stata ricoverata tre giorni prima in una piccola clinica per una presunta meningite che risultò fatale nel giro di ventiquattr’ore.

Un finale da copione per un corpo indebolito: per questo è una morte piuttosto comune in zone devastate dall’Aids come il Limpopo. L’ipotesi che Makobo sia morta di Aids è dunque quella diffusa ufficialmente, e alla domanda “come è morta la Regina della Pioggia?” rivolta agli abitanti di Modjadji, questi rispondono, mestamente e invariabilmente: di malattia.

Eppure David Mohale, fidanzato di Makobo e padre di sua figlia, non ci crede. E dice che non dovremmo crederci neppure noi. Nega persino che Makobo sia mai stata malata, e accusa i fratelli di averla avvelenata a due scopi: quello di liberarsi di una regina poco osservante dei costumi tradizionali e, soprattutto, di fare ritorno a una linea di successione maschile. Poco dopo la morte di Makobo, dopo aver dimostrato che né lui né la bambina erano sieropositivi, Mohale è sparito nel nulla. Ogni tanto un giornalista riesce a intervistarlo per farsi ripetere la sua versione dei fatti e le sue accuse alla famiglia Modjadji; ma la bambina è nascosta e in salvo.

Se l’idea di una regina assassinata dai suoi famigliari per risolvere una disputa di potere rievoca storie d’altri tempi, è pur vero che il fratello di Makobo, John Modjadji, è riuscito in seguito alla morte della sorella a farsi affidare la reggenza del potere reale. E' con lui che io, Helena e Joan avremmo dovuto parlare, ma all'ora e al giorno stabiliti il reggente non si fece trovare a Modjadji, lasciandoci nelle mani della vecchia sotto al mango, che ci fregò stabilendo subito che era lei, quel giorno, quella che faceva le domande difficili.

Ed è probabile che negli anni John diventi abbastanza temuto e rispettato da far dimenticare l’esistenza, da qualche parte, della legittima, per ora minuscola, erede al trono.

La versione della storia che invece racconta di una giovane regina che si lascia consumare dall’Aids forse non è altrettanto romanzante, ma dice molto del Sudafrica moderno. Decidete voi cosa volete credere, ma sappiate che se Makobo era malata, è probabile che non lo sapesse nemmeno; che avesse scelto di ignorare rischi e conseguenze, o addirittura che credesse di scongiurare il contagio evitando l'uso del preservativo, com'è opinione diffusa nelle zone rurali del paese. Infine, se invece era malata e lo sapeva, era comunque impensabile che proprio lei, regina della pioggia da poco incoronata, provasse a combatterla con le medicine dei bianchi.




Di questo parlammo rimettendoci alla guida, io e miei due compagni d'avventure sudafricane, sulla strada di ritorno verso la grigia Johannesburg. Finché si fece buio e dopo un po' rimanemmo tutti e tre zitti, incantati dalla solita e rassicurante linea bianca illuminata dai fari, ciascuno incapace di smettere di npensare a una ragazza nera e sudata coi capelli corti che balla senza ritegno, che grida alla guida di una manifestazione, che guarda un po' stupita la sua bambina appena nata, che impreca sbattendo una porta; che nasconde la sua corona sotto al letto. Che si sveglia nel cuore della notte e sente piovere il mondo intero sulle finestre del palazzo reale, e si rannicchia intimorita contro il suo uomo perché ha paura dei tuoni. Anche se anche quella pioggia l’ha invocata lei.

Guidavo io, e i dolori mestruali erano spariti. Ma non c'erano misteri in proposito. Era bastato un antidolorifico di Helena che, da brava figlia di medico, porta sempre con sé una farmacia intera.

mercoledì 23 febbraio 2011

LA FAMIGLIA DI HELENA, a volte con H a volte senza

Per ascoltare e scaricare il podcast di "La Famiglia di Helena.A volte con H e a volte senza" andato in onda su Radio Kairos con la voce di Carla Vitantonio,copiate questo indirizzo.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-22T14_10_28-08_00


Testo:


Villalbino è un minuscolo paese fra la Galizia e la Castilla, nel nord della Spagna, di quei paesini che ancora d'inverno rimangono isolati dal resto del mondo per via della neve. In uno dei boschi che la circondano, nel pieno della stagione delle castagne che legittima il resto della vita del paese, nacque a metà degli anni quaranta l'amore che dà origine alla nostra storia: quello fra la giovane Balbina ed il non più così giovane Daniel. Lei buona e cattolica, lui cattolico e fascista.

Balbina e Daniel ebbero, tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50, quattro figli: Elena, la più vecchia, seguita dai gemelli Daniel e Jesùs e infine dalla piccola Maria Victoria. Daniel non ha compiuto gesta degna delle nostre cronache, quanto a Jesùs sappiamo solo che cadde in bici a otto anni, battè la fronte, andò a dormire con la testa dolorante e non si svegliò mai più.

Della maggiore, Elena, bisogna sapere che si fidanzò e si sposò per corrispondenza con il figlio meglio riuscito di una famiglia notabile del paese. Il tizio era partito anni prima per Valencia dove ora lavorava come ingegnere: è questo un dettaglio importante per il futuro di quella che per ora ci interessa davvero, la piccola Maria Victoria, a cui suo padre, sebbene cattolico e fascista, impedì di far subito la suora, come lei sognava sin da bambina, poiché pretendeva che prima si laureasse in lettere, come aveva fatto lui prima di diventare Il Maestro dell'unica scuola di Villablino. La mandò quindi a studiare dall'altra parte del paese, a Valencia, a casa della figlia maggiore già felicemente maritata.

La piccola Maria Victoria in realtà avrebbe preferito medicina, per essere spedita, a voti fatti, missionaria in Africa; fu così che studiò contemporaneamente per essere medico e professoressa, e quando fu il momento iniziò il tirocinio all'ospedale di Valencia.

Entriamo ora nel vivo dei fatti. Maria Victoria in corsia conosce la pasionaria Maria del Carmen, soprannominata “la Rossa”: sono gli ultimi anni del franchismo, si vive il fermento di una transizione ormai prossima, ma non per questo darsi da fare contro la dittatura è cosa immune da rischi.

Eppure anche Maria Victoria si convince che bisogna farlo. Sulla scia dell'amica entra prima nel sindacato, poi nella JOC, la gioventù operaia cattolica, dalla quale poi passa a un gruppo clandestino di sabotaggio diretto, in cui adotta il nome di battaglia di Paloma, colomba. Si racconta di lei che fosse la più spericolata, ma anche la più scaltra quando si trattava di togliersi d’impiccio.

Intanto le riunioni della Gioventù Cattolica, nonostante siano di base cattolica o forse proprio per questo, danno origine a passioni carnali travolgenti. Una è quella tra la nostra Maria Victoria e lo schivo Francisco, detto Paco,il fratello della sua amica Maria del Carmen. Un'altra esplode tra la stessa Maria del Carmen e il prete Gabriel, una relazione già ampiamente consumata quando Gabriel celebra il matrimonio tra Maria Victoria e il suo futuro cognato, Paco.

E’ doverosa quindi una parentesi su Gabriel, che alla fine, per i nostri sospiri sollevati e un po’ invidiosi, lascia le vesti per sposare Maria del Carmen e, non contento, finisce anche per diventare un anticlericale convinto, in barba ai suoi genitori che ancor'oggi, trent'anni dopo, non perdonano a Maria del Carmen di averlo fatto uscire di senno e dagli abiti monastici. Abiti che d’altra parte Gabriel ritira fuori dall’armadio solo per carnevale e per far ridere il figlio Guillermino: tant’è che all'inizio degli anni '80 il padre di Gabriel porta il nipotino ad assistere alla visita del Papa a Valencia, e se lo carica sulle spalle per fargli vedere meglio la sfilata di Santo Padre e annessi. Se non che, vedendoli, il piccolo li indica gridando: “ Vestiti come papà!Vestiti come papà!”, e il nonno è costretto a rimetterlo a terra cercando di farlo tacere mentre la folla attorno li osserva incuriosita.

A differenza del solidissimo matrimonio tra l'ex prete Gabriel e la Rossa Maria del Carmen, quello tra Paco e Maria Victoria finisce una decina di anni dopo essere stato celebrato. Fra i due litiganti, c'è la nostra testimone dei fatti, la piccola Helena, talvolta con H talvolta senza, con grandi occhioni neri e una voglia a forma di Africa sulla coscia sinistra, venuta al mondo per quella volta che Maria Victoria aveva dimenticato la pillola nella concitazione delle manifestazioni per il ritorno alla democrazia, nel '73.

Grazie democrazia in Spagna, vera o presunta come tutte le democrazie, per averci dato Helena, che trentacinque anni dopo mi racconta la storia della sua famiglia guidando una Volkwagen Chico nel Limpopo Sudafricano, sulle tracce della Regina della Pioggia. Io, lei e il suo fidanzato Joan ci siamo da poco conosciuti a Maputo, in Mozambico, per seguire da pseudo-giornalisti militanti una Conferenza Mondiale di movimenti contadini. Quasi subito è venuto fuori che quasi un anno prima Joan, senza ancora conoscermi di persona, mi aveva scritto per chiedermi un articolo per un giornale di Barcellona- la Directa- avvertito delle mie scorribande in Paraguay da un altro giornale di movimento spagnolo, il Diagonal. Ed eccoci lì a conoscerci a quattr’occhi, in Africa e per caso, stupefatti dalla piccolezza del mondo, che per quanto si confermi e sottoscriva non smette di stupire; con l’aggiunta impagabile di Helena e della sua macchina fotografica pronta a immortalare frammenti di rivoluzione ovunque se ne presentino. L’inizio di una grande amicizia a tre.

Ma torniamo ai convulsi primi anni di democrazia spagnola. Otto anni dopo la nascita di Helena, Paco e Maria Victoria vivono insieme l'ultima notte di passione: è il 23 febbraio del 1981, l'esercito occupa il Parlamento spagnolo fresco di democrazia e fa sapere che le redini del paese saranno impugnate di lì a poco da un alto carico militare. Il golpe fallirà in poche ore e in nessuna città farà in tempo a scatenare il caos, tranne in quella che ci interessa, Valencia, dove i carri armati invadono le strade facendo temere il peggio. Maria Victoria e Paco, noti militanti di sinistra, caricano in macchina la bambina e per sicurezza decidono di dividersi: lui nascosto in casa di qualche amico insospettabile, lei con Helena verso la Galicia dei suoi genitori. E' una separazione che dura una notte sola, dettata dalla paura, che precederà di poco quella definitiva dettata dalla fine dell'amore (quest'ultima, naturalmente, non è che una supposizione: l’amore finisce da qualche parte? Dove va?).

A parte i doverosi colloqui a causa della bambina, le strade dei due si dividono drasticamente. Paco passerà i successivi sedici anni a parlare male di Maria Victoria, con l'acredine del mollato, nonostante il fatto che appena un anno dopo incontri Maritere, una coetanea che Helena descrive come “la donna più festaiola che io abbia mai conosciuto, capace di mettere al tappeto gente con vent'anni di meno”. Le due resteranno molto legate anche dopo la rottura tra Maritere e Paco, verso la fine degli anni novanta, dieci anni dopo la quale Maritere andrà a trovare Helena a Johannesburg, nella casa luminosa dove lei e Joan hanno ospitato anche me.

Paco, mollato una decina d’anni dopo anche da Maritere, la ripone nel cassetto dell'odio dove fino a quel momento aveva lasciato Maria Victoria. Si convince che resterà solo, compra una casa in campagna e si mette a coltivare le famose arance di Valencia. Nulla gli interessa più, ha smesso da tempo di seguire la politica, tende alla misantropia, è un uomo di cinquant'anni prossimo alla depressione. Probabilmente nessuna donna potrebbe innamorarsi di lui in queste condizioni. Se non una che lo ha amato in tempi migliori, e poi l'ha perso di vista: Mercedes, la sua fidanzatina di quando avevano diciassette anni. Merce viene da un matrimonio finito negli anni in cui Paco amava la festaiola Maritere, ma quando viene a sapere che lui si è separato anche dalla seconda moglie, lo chiama e lo invita a prendere un caffè.

Per un po' è una cauta amicizia. L'amore tra i due tarda a ingranare. Questo almeno è quanto dice lo scettico e stitico Paco parlando con la sua confessora più spietata- l'amore più duraturo, l'amica invincibile: la figlia Helena, che intanto ha ventiquattro anni, e sempre grandi occhioni neri, una voglia sulla coscia sinistra e un amore alle prime armi con la fotografia. Però una volta, quasi sovrappensiero, aggiunge : “Ora mi ha regalato anche un libro, sai...ma non so se lo leggerò, sembra piuttosto lungo”. Che libro è? chiede lei. “ Uno di Marquez...si chiama L'Amore ai Tempi del Colera”.

Helena spalanca gli occhioni, prende fiato, apre la bocca poi la richiude. Alla fine dice solo: “Leggilo in fretta, papà”. Da quel momento smette di preoccuparsi per lui. E ora, sessantenni, Paco e Mercedes coltivano insieme le famose arance di Valencia.

E nel frattempo Maria Victoria, la quasi suora, l'infermiera, la militante, la madre di Helena, che fa? “Sostituisce la passione per la politica con quella per la montagna”, dice la nostra testimone. Ci mette un bel po' a trovarsi un uomo dopo la fine della storia con Paco. Sono già passati diversi anni quando comincia a uscire con un aviatore inglese, ma ci si dedica piuttosto distrattamente, presa dai preparativi della mitica spedizione spagnola sull'Everest del 1992, anno delle controverse Olimpiadi di Barcellona, cui ha deciso di partecipare come medico. Ci rimane due mesi, affidando a chi scende a valle le lettere da spedire via fax alla sedicenne Helena a Valencia. Nelle lettere però non scrive delle vette raggiunte nella travolgente passione esplosa tra lei e Moises, un altro alpinista della spedizione, nove anni più giovane di lei. Quando tornano a casa, all'aviatore inglese viene presto dato il benservito, ma la convivenza con Moisès è rimandata perché ormai siamo in autunno inoltrato e verranno a trascorrere l'inverno nella tiepida Valencia i due Adamo ed Eva di Villablino, Balbina e Daniel, che nonostante siano passati più di dieci anni dalla separazione fra Maria Victoria e Paco, non sono pronti per essere messi a parte della presenza di un nuovo concubino. Così, il povero Moises si trova un lavoro a Valencia ma se ne va in una stanza in affitto, e Maria Victoria ogni sera aspetta che gli anziani genitori vadano a letto per uscire di nascosto e visitarlo fino all'alba. Forse è grazie a questo periodo di adolescente clandestinità che l'amore fra i due dura ancora oggi. “Certo che non ci sono molti uomini che si innamorano e poi rimangono tutta la vita appreso una donna di dieci anni più vecchia” ho detto io a Helena una volta, mentre mi riaccompagnava all'aeroporto di Valencia. Lei ci ha pensato un po', poi ha risposto: “Suppongo che non ci siano molte donne che scalano l'Everest”.

Quella volta in macchina con noi c'era anche Balbina, che io avevo voluto conoscere a tutti i costi dopo averne sentito parlare come della nonna mitica che non si perde una messa da novantatrè anni, a costo di alzarsi e risedersi davanti a quelle trasmesse dalla televisione; eppure va al matrimonio dei vicini gay con una gigantesca torta fatta da lei, la stessa alle castagne che porta quando i due la invitano a pranzo. Balbina vota Partido Popular alle elezioni nazionali per abitudine e fedeltà al marito morto, e Izquierda Unida a quelle locali perché vi è candidato, appunto, uno degli adorati vicini gay. Quasi completamente sorda, dialoga più che altro per intuizione: “Ho conosciuto Serena in Africa” le diceva Helena. “Torni già in Africa?!” gridava allora Balbina. “No, dicevo che Serena l'ho conosciuta in Africa!” “ Beh, anche tu sei una ragazza sveglia, nipote!” e così via.

L'incredibile Balbina. Da quando è rimasta vedova e si è trasferita a Valencia con Maria Victoria e Moises (che adora e difende sempre quando la figlia lo rimprovera di qualcosa), diventa ogni giorno più buona. Gobba a novanta gradi, cucina comunque senza sosta. E' il suo modo di amare: anzichè dire, vi amo, dice, mangiate!

Le ultime notizie che abbiamo di lei è che quest'anno punta a morire. Da qualche tempo perde esattamente cinque chili all'anno, e siccome ora ne pesa trentacinque, gliene resterebbero sette. Ma, dico, una vecchia che muore scomparendo cinque chili all'anno, fino all'ultimo grammo... non c'era già da qualche parte, Garcia Marquez, in questa storia?

mercoledì 16 febbraio 2011

La stagione delle cicogne a Istanbul

Per ascoltare il podcast del mio racconto sulla storia di Demet Demir, intitolato "La stagione delle cicogne a Istanbul" e letto e interpretato da Carla Vitantonio su Radio Kairos all'interno de "I racconti di Lucilla",copiate come indirizzo questo link:

lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-16T05_03_20-08_00

venerdì 17 dicembre 2010

la mia risposta a Saviano

Caro Roberto,
scrivo perchè ho una passione in comune con te: quella di raccontare storie. Nel mio piccolo, da quando ho finito l’università quattro anni fa, non ho quasi fatto altro che girare il mondo alla ricerca di storie da raccontare. Storie individuali e, quindi, storie di popoli interi. Storie piccole che, sviluppate con l’ingranditore nella camera oscura della ragione, diventano la Storia intera, quella dell’umanità.
So che anche tu hai questa bussola innestata da quale parte dentro, e sei infinitamente bravo a seguirla. Sei bravo a raccontare storie, svelare verità nascoste, spogliare gli uomini degli orpelli di cui si conciano per sembrare migliori. Per questo è grande il tuo errore a non averla tenuta d’occhio anche martedì 14 dicembre, quella bussola, e aver preteso che la tua lettura fosse importante comunque, aver preteso di conoscere una Storia indipendente dalle storie. Nell’elevarti a interprete delle lotte di movimento degli ultimi trent’anni hai peccato di presunzione e di giudizio, due peccati mortali per chi vive della passione del racconto. Perchè le storie, quelle di carne e ossa, le hai tralasciate tutte, hai voluto non vederle, le hai relegate nel luogo da cui quelli con la nostra passione dovrebbero tirarle fuori- l’oblio, l’indifferenza; il bianco o nero.
C’è la mia storia, cominciata politicamente a Genova, lo spartiacque della mia vita. Vuoi una storia nella storia? A un certo punto, martedì, si è sparsa in uno spezzone del corteo la voce che la fiducia non fosse passata: scene di giubilo, abbracci, applausi. Durate pochi secondi, il tempo sufficiente a ricordarmi una scena simile di nove anni prima, quando allo stadio Carlini si sparse la voce- subito smentita- che il G8 fosse stato sospeso.
Poco dopo, è giunta la notizia del voto di fiducia a Berlusconi.
Tutti hanno parlato della delusione che ha attraversato il corteo, ma io, contastorie, parlo a te, contastorie, di un altro sentimento: il bisogno romantico di un finale migliore. Sì, io in quel momento ho pensato che era meglio così. Perchè una storia come quella di Berlusconi in Italia non può finire con uno striminzito voto in parlamento, con una pallida condanna scritta da una classe politica un po’ (ma solo un po’) migliore di lui. Ci vuole un finale migliore, lo sai, o questa storia non vorrà ascoltarla nessuno, diventerà nè brutta nè bella, semplicemente squallida. E ci rimarrà come un groppo in gola per generazioni, anche molto tempo che sarà finita, come ho visto succedere in Cile dopo la placida uscita di scena di Pinochet - i cileni non si sono mai ripresi, sai, Roberto? Nell’essere sconfitto solo per un soffio, e nel rimanere in ballo, di fatto, fino alla morte, Pinochet li ha costretti in un rimpianto da cui non usciranno mai.
L’ho capito dalla storia di Clara, trent’anni. Quella di martedì a Roma era la prima manifestazione della sua vita. La sua storia è molto diversa dalla mia, ma anche lei, come me, ha tirato un sospiro di sollievo quando in piazza del Popolo sono cominciati i disordini. Non ha avuto bisogno di strati e strati di militanza e di analisi politiche per sentire- con la sua, di bussole- che se la manifestazione fosse finita in nulla, col mondo intero che ci guardava indignato come da sedici anni a questa parte, un nodo in gola non ce l’avrebbe tolto più nessuno.
E infine l’ho capito dalle storie che non conosco, ma che posso provare a immaginare. Le tante piccole storie che hanno bisogno di una catarsi in questo clima avvilito, così tante che è questo paese intero, ormai, a boccheggiare per il bisogno di catarsi. E se mi dici che spaccare una vetrina o picchiare un finanziere non è certo una catarsi, ti dirò, sono d’accordo con te: ma nell’essere dentro la storia si agisce da esseri umani, si va a tentoni, si improvvisa. Forse persino si esagera. Dici che ogni sasso lanciato è stato un voto in più a Berlusconi: fin troppo facile risponderti che ogni persona rimasta a casa, anzichè scendere in piazza, è un voto in più a Berlusconi.
Perchè io sogno un 14 dicembre in cui ci siano tutti, in cui siamo in così tanti che i carabinieri alzino le mani e ci facciano passare. Operai e stagisti,disoccupati, impiegati e clown, pensionati senza pensione e bimbi senza asilo, italiani vecchi e italiani nuovi. Tutti. Immagino le massaie scendere in piazza con le pentole e farsi strada tra i poliziotti per condurre i loro figli a Montecitorio, a occupare il palazzo della vergogna. Mi immagino,sogno un finale così.
Per una storia che valga la pena di essere raccontata.

lunedì 25 ottobre 2010

Istant-Blue



Ersin e Selen, ventinove anni entrambi, vorrebbero andare in vacanza ad Amsterdam per festeggiare il loro terzo anno insieme, ma il visto viene puntualmente loro negato per le ragioni più disparate. “Non importa che io qui abbia un lavoro ben pagato, mi considerano un potenziale immigrato clandestino”. Ne discutono in un caffè di Istiklal Caddesi, l'arteria pulsante della parte europea e moderna di Istanbul. Se non fosse per l'argomento della conversazione- il problema dei visti per spostarsi in Europa- sembrerebbe davvero di essere in un piacevole bar di Parigi o Barcellona.
Con loro c'è Meltem, 28 anni di cui l'ultimo trascorso a Londra per perfezionare l'inglese, laureata in disegno grafico. “L'ultimo anno della mia vita è stato il primo in cui ho iniziato a sentirmi vecchia” dice. Quanti sono 28 anni a Istanbul, se hai alle spalle una convivenza fallita e ti ritrovi a dover cercare un lavoro da zero?
La loro generazione è la prima che ha cominciato davvero a vivere all'europea. La libertà con cui vivono relazione e sessualità ne è la misura. Per ora Meltem dorme sul divano del fratello, modellista grafico, in un appartamento alle spalle della piazza di Taksim. Anche lui convive da anni e non ha nulla da ridire sulla vita da single della sorella e delle sue relazioni prima del matrimonio. Certo aiuta il fatto che i loro genitori siano liberali di sinistra, lontani dal moralismo islamico ma anche dalla nostalgia per Ataturk, il padre della Turchia moderna. Non è a causa dei suoi genitori che Meltem ha finito per sentirsi un pesce fuori d'acqua a casa propria.
“Così come la Turchia deve trovare una propria strada, che non sia nè la deriva islamista nè la copia carbone dell'occidente, così noi giovani turchi dobbiamo trovare una strada tra il nuovo conservatorismo che si sta diffondendo e l'individualismo sregolato che vediamo nei nostri coetanei europei”.
Parlare della Turchia non è certo parlare di Istanbul, sorta di città-stato che conta in sé tanti strati di storia e di geografia da essere difficilmente collocabile nello spazio e nel tempo. La cui unica scansione collettiva è quella che divide i momenti della giornata grazie al canto dei muezzin dai minareti delle moschee più belle del mondo. Al tramonto, ora della penultima preghiera, i pescatori del ponte di Galata raccolgono la loro attrezzatura per tornare a casa, osservati dagli stormi di cicogne che in questa stagione migrano attraversando il Bosforo. Allora le piazze di Eminonu e Karakoy, sulle due sponde del Corno d'Oro, si affollano delle migliaia di pendolari che aspettano sulle banchine il traghetto su cui sorseggieranno un elma çay, il tè alla mela, mentre rientrano a casa. “Una grande città può farti sentire invisibile e sola anche se ci sei cresciuta dentro, anche se è tua” dice Meltem. “E' quello che succede quando tutti i tuoi coetanei lavorano e non hanno più tempo per incontrarti”, anche perchè l'orario settimanale lavorativo in genere è di 44 ore. “Le tue migliori amiche hanno avuto figli e non riuscite più a vedervi da sole”. Come succede ovunque, con l'aggravante che qui quello delle ragazze che si trasformano in donne felicemente single è un fenomeno piuttosto recente.
Dopo un anno a Londra, una giovane turca si sente una straniera anche in una città che forse in fatto di cosmopolitismo è seconda solo alla capitale britannica. Meltem ci è andata anche per trovare un amico di vecchia data, che ci si è trasferito per vivere in santa pace la propria omosessualità.
Ecco un altra misura di se e quanto Istanbul oggi più che mai rappresenti una cerniera tra Europa e islam. Forse l'outing è più complicato che in nord europa, ma qui si tiene un gay pride ogni anno e dal resto del paese, oltre che da diversi paesi islamici, gay e lesbiche vengono qui a trovare un po' di respiro e, talvolta, trasformarsi in degli attivisti. Del resto, anche se “contraria alla morale”e perciò multabile, l'omossessualità qui non è perseguibile per legge. Hilmi, 25 anni, occhialuta aria da imbranato, è venuto dall'Anatolia: viveva in un paesino in cui dichiarare la propria sessualità lo avrebbe condannato allo stigma a vita. Leggendo nei fondi di caffè turco qualcuno saggiamente l'ha convinto a partire alla volta di E Polis, La Città.
Ma la storia nella storia della sessualità a Istanbul è quella di Demet Demir, cinquant'anni di cui la prima metà da uomo e il resto da donna. Sopracciglia folte, sguardo severo che si addolcisce alla prima battuta, Demet ha smesso di prostituirsi cinque anni fa e medita di tornare a vivere con l'anziana madre che, dopo aver compiuto un pellegrinaggio alla Mecca per ripristinare il senno- e il sesso- del figlio, s'è rassegnata. “Ero una militante di sinistra già negli anni '70, ma per socialisti e comunisti di tutto il mondo all'epoca l'omosessualità era bandita. Figuriamoci in Turchia”.
Entra nel partito Verde Radicale ma nell'88, poco dopo il colpo di Stato dei militari, viene arrestata e rimane in carcere quasi un anno. Si può immaginare cosa significasse essere un transessuale in un carcere turco durante la dittatura militare. “Un eterosessuale non sarebbe sopravvissuto alle torture fisiche e psicologiche che ho superato io”. Uscita dal carcere più agguerrita che mai, negli anni '90 Demet diviene un simbolo della liberazione sessuale quanto mai all'avanguardia per Istanbul, per la Turchia e per tutto il mondo islamico. Nel 1996 è l'unica a resistere stoicamente agli sgomberi forzati della polizia di Ulker Street, la via della prostituzione nel cuore di Beyoglu, in occasione della conferenza Onu Habita III: “Sono rimasta prigioniera in casa per settimane. Mi ci sono barricata con acqua e viveri, da sola. Sono stati i giorni più difficili della mia lotta”. Nella sua vita di prostituta e militante, comunista e transessuale, Demet viene arrestata più di trecento volte, molte delle quali per poche ore, sufficienti ai poliziotti per abusare di lei. “Di notte, al buio, nessuno è veramente musulmano. E la Turchia stenterebbe a credere ai nomi di molti miei clienti abituali”.
Ogni guerra contro i mulini a vento ha anche le sue battaglie vinte: la sua resistenza nella casa di Ulker Street si trasforma in un caso planetario e molti partecipanti alla conferenza ONU vengono a darle sostegno finché la polizia, su ordine del governo, non è costretta a desistere. Il Partito Libertà e Solidarietà allora le propone di candidarsi come consigliere municipale: è, innanzitutto, una storica affermazione all'interno della sinistra turca. Non ottenne il seggio, ma la campagna elettorale e un momento di enorme visibilità per tutto il movimento, e sullo slancio Demet crea la prima Commissione interna al partito sulle libertà sessuali: “In quel periodo ci azzardammo a fare il primo gay pride. In trenta persone. A quello di giugno di quest'anno eravamo seimila”.
La questione dei diritti umani degli omosessuali svela un altro paradosso turco: è stata proprio il mix tra occidentalizzazione e islam a far sorgere le più grosse forme di discriminazione. Sotto l'impero ottomano era largamente tollerata. Oggi la comunità e i movimenti LGBTT sono i più convinti sostenitori dell'entrata della Turchia in Europa, ma, raccolti come comunità nella parte europea, sono molto lontani non solo dal resto del paese profondo, ma anche da quella parte della città- immensa- che non rientra nelle cartoline.
“La parte europea della città ormai è un luogo troppo votato al turismo. Comoda e ricca, ma immune ai cambiamenti. La vera Istanbul, vita notturna compresa, si è spostata a Kadikoy, nella parte asiatica”. A dirlo è Nalan, nata in Bulgaria trenta anni fa e trasferitasi qui con la famiglia nel 1989, all'agognata apertura delle frontiere. “Più che la Turchia...in Europa vorrei entrarci io”. Adora vivere a Istanbul, dove fa la ricercatrice di scienza ambientale, ma rimpiange l'assenza di moralismo della società bulgara. “A scandire la vita della gente, qui, sono le leggi non scritte”. Poche settimane fa una ragazza in minigonna è stata aggredita da una folla di giovani inferociti a Taksim, la piazza nel cuore della Istanbul europea, presunta roccaforte della libertà di costume. Un'altra legge non scritta, secondo Nalan, è il fatto che siano gli uomini a fare e disfare regole che le donne dovrebbero accettare passivamente, anche quando sono manager aziendali.
Lei fa parte di quella sparuta minoranza di ragazze che legge i giornali, si informa. “Temo una deriva islamica del governo Erdogan, anche se non credo che sia dietro l'angolo come qualcuno paventa. Sinceramente credo che questa classe dirigente abbia in mente più che altro di fare i soldi”.
Del resto islamizzare la Turchia non è facile come si potrebbe pensare di un paese in cui il 99% degli abitanti si dichiara musulmano. In tutte le scuole e le università pubbliche le ragazze che portano il velo sono costrette a toglierselo prima di entrare a lezione. Nalan non riesce a credere che in molte scuole italiane ci sia ancora il crocifisso nelle aule: l'ennesima dimostrazione che infondo l'Europa che pretende tante garanzie sui diritti umani alla Turchia, da lei ha anche qualcosa da imparare.

lunedì 27 settembre 2010

C'era una volta a L'Avana

O forse era Santiago de Cuba, quando a diciott’anni scoprii che fra gli uomini una parte non piccola ha quel fondo viscido.Quando scoprii anche che ci sono luoghi interi da cui faresti sparire tutti, tranne i vecchi, e che se quei vecchi fossero eterni invecchieresti volentieri al cospetto loro e delle loro sigarette senza filtro- le Popular da fumare fino in fondo, ma così fino in fondo che l’ultimo centimetro si fumava tenendolo stretto tra due monetine da un peso per non bruciarsi le dita.
Nella casa particular dove abitavo c’era un manager svedese che viveva a Shangai da sette anni e mi spiegò la crisi economica apocalittica che sarebbe arrivata - si era appena nel 2002. Forse lui pensava che sarebbe arrivata ben prima e s’è giocato qualche anno gratis di ottimismo. D’altra parte ammetteva che nessuna relazione d’amore in vita sua gli era durata più di tre mesi ed io, anche se della vita non avevo proprio nessuna esperienza, pensavo già che infondo possono capitare cose peggiori di una grossa grassa crisi economica.
Proprio di fronte a noi abitava un ragazzo un po’ strabico con un jolly tatuato sull’interno del gomito che fumava canne su canne rollate con la carta dell’elenco telefonico. Ne riforniva mezza città pedalando su una bmx da bambino.
Diventai amica di una ragazza della mia età, che se la faceva con un notaio milanese nauseante e mi portava nelle rare baraccopoli a conoscere il suo vero fidanzato e ci facevamo risate che dopo un po’ mi preoccupavo di quanto stavo ridendo, e imparai a non giudicare chi baratta il proprio corpo con un televisore a colori, non perchè muoia dalla voglia di un televisore a colori, ma perchè muore dalla voglia di essere diverso dal vicino di casa.
Ernesto invece, fidanzato a distanza e a gettoni con una francese di cui a volte non ricordava il nome, mi portava alle feste reggae sui tetti dell’Avana Vieja, e di colpo c’era da chiedersi cosa stesse combinando il mondo fuori da Cuba per non precipitarsi lì su due piedi nudi. Quando tornavamo a casa albeggiava ma il Malecòn, il lungomare più bello del mondo, era ancora infestato di ragazzini che vendevano noccioline e i pensionati avevano già requisito dai giornalai tutte le copie del Granma, il giornale di partito, per rivenderle per la strada al doppio del prezzo e rimpinguare così la magra pensione.
E ogni mattina salivo su un taxi particular, una macchina anni ’50 che faceva un casino tale che non si riusciva a scambiare una parola con gli altri tre passeggeri, e dal Vedado arrivavo in centro e bussavo col sacchetto del pane fresco a casa di Tania, un’anziana maestra che mi rimboccava la grammatica spagnola raccontandomi di quando il Papa era sbarcato a Cuba, e che era rimasta innamorata tutta la vita di uno svizzero comunista che non era mai più tornato a prenderla, e che non aveva paura della morte perchè ne aveva già viste di tutti i colori, e chiamava tutti “mi vida”, anche quelli che le telefonavano perchè avevano sbagliato numero.
E proprio per questo, per farmi chiamare mi vida da sconosciute e sconosciuti, anzichè gli autobus per turisti io prendevo quelli per cubani, anche se a noi stranieri costavano poco meno degli altri e facevano schifo e i sedili erano duri come il 3 Via Kennedy-Quarnaro di quando andavo a scuola.
E conobbi anche una noia e una solitudine tremende, di quelle che non vedi l’ora che arrivino l’ora di pranzo e l’ora di cena, e che la cena si protragga il più possibile verso la notte,e che ci sia un posto vicino a casa per vedere la telenovela per passare mezz'ora, e che il sonno poi non tardi a chiudere la giornata.
E anche quei momenti li riassaporo con una tenerezza e una nostalgia infinite, perchè è così, proprio così, che è iniziato tutto.

martedì 7 settembre 2010

Alla frontiera

Al popolo più numeroso e perseguitato della storia:il popolo di quelli che si spostano.
A chi ha saltato il cenale in un modo elegante,e chi l'ha fatto nella maniera più imbranata.
Ai Ruandesi rifugiati in Congo, che non si decidono a tornare a casa perchè quando un ispettore chiede loro da dove vengono non se lo ricordano, e quando chiede loro dove vogliono andare, non se lo ricordano.
Ai Congolesi rifugiati in Congo, che non saprebbero proprio da che parte iniziare a raccontare.
A chi dice che la sua vita è una fuga, ma è pur sempre la sua vita.
A Joseph e Hassan che, dopo aver attraversato a piedi mezzo continente, si sono inventati di essere fratelli e cuciono vestiti da festa in una striminzita stanza di Maputo, senza lamentarsi neanche per sbaglio.
A Elizabeth, la kenyaya che varca una frontiera dopo l'altra, nella speranza che almeno una la renderà libera.
Alle contadine mozambicane che si sono distratte e troppi anni fa hanno lasciato partire i loro uomini per le miniere sudafricane; a quegli uomini, che picconando al muro scavano i ricordi di chi ha picconato prima di loro.
A quelli che sono partiti e a quelli che sono scappati, se qualcuno ha la stravaganza di voler fare due colonne separate.
A Juvenal, che ripara la sua bicicletta sotto al suo baobab, chiedendosi quando Diamantino si stancherà dei soldi dei Musungo e tornerà finalmente a sposare Lucilaide.
Alla sorella di Bukuku, che dopo averlo visto perdere tutte le rivoluzioni possibili, se n'è andata a fare la cassiera a Dubai, e quando finisce il turno va a quel galattico centro commerciale dove si vede la neve finta, che pero'non le piace mai, e delusa mette in una scatola una banconota al giorno per la prossima battaglia di Bukuku.
A quelli che hanno saltato sperando di trovare erba e sono atterrati sulla ghiaia, e da allora vivono sognando il ricordo della loro partenza, o ricordando il sogno che doveva essere il loro approdo. Finchè l'essere stranieri diventa “nè dolore nè fatica nè fastidio, ma semplicemente l'unico modo di essere da qualche parte”.
A quelli che sono venuti in Africa a cercare Moby Dick, e quando si sono rassegnati al fatto che non l'avrebbero mai trovata...hanno continuato a cercarla.
Ai gorilla che, dalla sommità del loro vulcano, osservano questi umani andirivieni e inventano complicate leggende per dargli un senso purchè sia.
All'innata, impareggiabile e struggente capacità degli esseri umani di trovare l'alba dentro all'imbrunire, e di sfruttare la lunga notte che viene dopo per seminare l'orto alla luce imperfetta della luna.