martedì 10 maggio 2011

L'EQUIVALENTE AFRICANO DI UNA BALLA DI FIENO

Questo il podcast su cui potete ascoltare dalla voce di Carla Vitantonio su Radio Kairòs la storia di Umberto e Marisa Fusaroli, sette decadi tra Romagna e Mozambico. Passione e libertà.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-05-10T04_32_02-07_00


Non sono la prima emiliana a mettere piede in Mozambico.
Figuriamoci. E siccome era la mia prima volta in Africa, m'è venuto in mente di conoscere qualcuno che c'era stato in decenni differenti.
Sono andata in treno, provincia di Forlì, a incontrare questi Fusaroli Casadei un paio di settimane prima di partire per il Mozambico. Dal finestrino l’Emilia si è inesorabilmente  trasformata in Romagna, la pianura era tutta una balla di fieno.La nostra campagna è bella in questa stagione, rassegnata alla fine dell’estate ma ancora sgombera dalle nebbie autunnali.
Alla stazione di Forlimpopoli mi viene a prendere Antonio detto Gaetano, figlio di Umberto Fusaroli e della moglie Marisa (anche mia nonna di Livorno si chiama Marisa). Ha degli occhiali da sole da killer che mi lasciano un po’ per plessa, ma quando se li toglie svela un’aria da pacioccone romagnolo. Fa il pilota per l’Alitalia, e sono i giorni in cui sta per fallire definitivamente. Mentre guida, mi spiega i punti della trattativa: mi sembra che abbiano ragione loro, i piloti, a non volerla accettare. Comunque mi riprometto di leggere l’indomani Il Manifesto sull’intera vicenda.
 
I Fusaroli Casadei se ne andarono dall’Italia all’inizio degli anni sessant’anni , delusi dalla piega che avevano preso la storia e la sinistra in Italia dopo la liberazione.
Andarono da un vecchio amico che viveva nell’allora Rhodesia (oggi Zimbabwe) di Ian Smith, un ex mercenario inglese che aveva fondato il suo impero sull’ideologia razzista. Da lì, Umberto prese contatti col Frelimo – il Frente di Liberazione del Mozambico, che confinava a est con la Rhodesia - e , lavorando come traduttore per il governo di Smith, raccoglieva intanto preziose informazioni per il Frelimo. Appena prima che il cerchio della polizia rhodesiana si chiudesse su di lui, un collega inglese che gli si era affezionato lo avvertì che entro poche ore sarebbe stato arrestato e fucilato. Umberto caricò sulla Volkswagen i suoi libri e il suo fucile da caccia, salutò Marisa  e scappò sgommando verso il confine con lo Zambia. Passò la frontiera alle primi luci dell’alba, sfondando-letteralmente- il blocco dei Rhodesiani.
Fu bloccato alcuni chilometri dopo dalla polizia dello Zambia: convinse le autorità a  non rispedirlo indietro ma, piuttosto, dii incarcerarlo a Lusaka, capitale dello Zambia. Qui trovò un ufficiale che parlava qualche parola di italiano e lo pregò di telefonare a Marisa, ancora in Rhodesia, per fargli sapere dove si trovava e cosa avrebbe dovuto fare : partire alla volta dell’Italia, dove lasciò il piccolo Antonio e convinse Enrica, la sorella di Umberto, a seguirla in Africa per cercare di liberare il fratello. Le due si recarono prima in Tanzania, dove si trovavano la maggior parte dei leader del Frelimo mozambicano in esilio. L’idea era di far intercedere il Frelimo presso l’autorità dello Zambia per far liberare Umberto: giunte a Dar es Saalam, le due romagnole furono ricevute dal generale guerrigliero Chissano, che vent'anni più tardi sarebbe stato il secondo presidente del Mozambico democratico. Marisa racconta che, quando Chissano entrò, Enrica si girò verso di lei con gli occhi fuori dalle orbite ed esclamò: “ Mo Marisa, mo saran tut axè di bel li niger?” (“Marisa, ma saranno tutti così belli i negri ?!).
Chissano diede loro una lettera di raccomandazione e le due partirono alla volta di Lusaka. Giunte al carcere, chiesero di incontrare Umberto Fusaroli. I carcerieri negarono che si trovasse lì. Marisa si scaldò così tanto, col poco inglese che conosceva, da intimorire o intenerire i due soldati di guardia, che la portarono a parlare col direttore del carcere. Nonostante la tragicità della situazione, o forse in sua conseguenza, L’Enrica scoppiò a ridere in faccia all’ufficiale grande e gross perché le sembrava che avesse modi da frocio. Dovette rifugiarsi in bagno per calmare la ridarella, mentre Marisa si spendeva per convincere il soldato a restituire suo marito. Alla fine le portarono a incontrare Umberto, che in tutto quel tempo non aveva avuto contatti dall’esterno e che, vedendo comparire moglie e sorella, svenne sul posto .
All’aeroporto Umberto si dispiacque di dover lasciare in Zambia il suo fucile da caccia, che affidò a un impiegato dell’aeroporto, consapevole che non l’avrebbe mai più visto. Anni dopo Samora Machel, eroe della liberazione mozambicana e primo presidente del Mozambico libero, sarebbe sceso da un aereo proveniente dallo Zambia col fucile di Fusaroli in mano. “Ehi, Fusaroli! Guarda un po’ cos’ho trovato in Zambia!”. Come aveva fatto ? Chi lo sa. Uomini così non ne esistono più, assicura Marisa.        
Una volta in Tanzania, il Frelimo procurò un lavoro come cuoca a Marisa per mantenere sé e il figlio Antonio mentre Umberto diventava a tutti gli effetti guerrigliero del fronte. Indispensabile la sua esperienza come partigiano dei GAP : “dobbiamo essere come pulci sulla pancia dell’elefante”, diceva ai suoi. Intanto, i membri della Frelimo in Tanzania frequentavano il ristorante di Marisa e si facevano passare la paura dei proiettili mangiando le sue tagliatelle.
Nel ’74 la rivoluzione dei garofani in Portogallo mise fine al regime e quindi alla guerra civile: il potere coloniale crollò come un castello di carte. Umberto, Marisa e Samora Machel, trio inseparabile, appresero della fine del colonialismo dalla radio: alla notizia Samora si mise le mani nei capelli e dice: “ Ma come facciamo? Ci mancano i quadri…” .
E così, un’armata brancaleone raffazzonata alla bell’e meglio formò il governo del Mozambico indipendente. Samora primo ministro, un portoghese dissidente diplomato in ragioneria come presidente della Banca centrale, Umberto ministro del Turismo … e dietro le quinte, le tagliatelle e i cappelletti di Marisa. Che, avvolta dai ricordi, di tanto in tanto affonda nella lingua in cui questi ricordi erano parlati: “ per un periodo vivemmo in una Machamba…come si dice in italiano Machamba? Ah sì: fattoria”.   
Il paese era allo sbando. I portoghesi si erano portati via persino le matite. Avevano rubato tutto quello che c’era da rubare, e siccome non potevano portare via i palazzi, avevano colato cemento in tutte le tubature. Ma si era vinta una scommessa con la storia e adesso c’era da ritirare l’ingombrante premio. Toccò a Marisa allestire il primo ricevimento diplomatico del presidente Machel, che durante i preparativi una volta la rimproverò vedendola salire su una scala a pioli: “Scendi subito di lì! Che succede se ti fai male? Che facciamo noi senza di te?”. Quella sera il piccolo Antonio, stanco di aspettare l’inizio della cena di gala, sgattaiolò in cucina e si strafogò di cosce di pollo. Samora lo scoprì, gli porse la mano per stringergliela e disse: “Complimenti: già ti piacciono le gambe!”.
Ripete Marisa: non ce ne son mica più di uomini così . Infatti l’hanno ammazzato. Sì: sul volo 1771 da Lusaka a Maputo, in un giorno di ottobre del 1986. Oggi sappiamo che non fu un incidente imputabile alla vodka bevuta dal pilota russo, come scrissero i media occidentali, ma un sofisticato complotto ideato dal Sudafrica dell’apartheid (che dai suoi confini finanziava la guerriglia fascista della Renamo) con la complicità di alcuni  membri corrotti del governo di Samora.
Per Umberto e Marisa , la morte di Samora fu “un colpo da cui non ci siamo mai più ripresi”, ma non un fulmine a ciel sereno. Pochi anni prima, Umberto aveva lavorato nel controspionaggio sudafricano, facendo il doppio gioco per ottenere preziose informazioni da riferire a Samora. I due sapevano bene che nel governo dilagava la corruzione, e i tentativi di arginarla prendevano sempre più il gusto amaro di una battaglia contro i mulini a vento. “L’ultima volta che l’ho visto, tremava come una foglia” sospira Marisa. Alla loro guerra persa contro i corrotti, comunque, Umberto non rinunciò a combattere in solitario: diventò procuratore anti-mafia e si trasformò nell’incubo di una delle più potenti famiglie mafiose del paese.
E’ per questo che nella primavera del ’91 un commando lo aspettava davanti al cancello di casa per crivellare la sua jeep di pallottole. Tre colpi lo raggiunsero, un proiettile gli sfiorò la giugulare: quando Marisa arrivò in ospedale, lui era così coperto di sangue che gli infermieri dovevano buttargli secchiate d’acqua addosso per trovare i buchi dei proiettili. Nonostante tutto , era ancora cosciente e vedendola esclamò :  “ Cosa urli? La Marisa che conosco io non urla. Corri nel mio ufficio e prendi i documenti della cartella grigia”. In trance, lei ubbidì. Poi tornò in ospedale preparata al peggio. Ma lui era ancora lì,vivo, ricucito e incazzato nero.  Pochi giorni dopo si presentò al suo capezzale un ragazzo, raccontandogli di essere stato assoldato come suo killer ma di essersi rifiutato all’ultimo momento perché una sua cugina aveva lavorato per anni come impiegata nell’ufficio di Fusaroli. Era disposto a denunciare i mandanti. Umberto preparò una conferenza stampa a casa sua: quando arrivarono i giornalisti, lui uscì di casa per andare a prendere il ragazzo che doveva testimoniare. Di nuovo, a un incrocio di Maputo, la sua auto fu crivellata di colpi. Erano passati 45 giorni dall’attentato precedente. Di nuovo, Marisa corse all’ospedale convinta che sia la fine. Ma al suo arrivo Umberto era già fuori pericolo e gli chiese di andare a casa col testimone e di tenere la conferenza stampa al suo posto. Marisa si presentò ai giornalisti comprensibilmente fuori di testa, trascinando  il testimone –leggermente ferito nell’agguato- che diede la sua testimonianza in diretta televisiva.
A questo punto, a Marisa viene da sorridere. Forse ci sono istanti in cui, all’improvviso, si rende conto della grandezza. Forse sta rivedendo la sé stessa di diciassette anni prima a quella conferenza stampa. O quella di trent’anni fa, che accendeva fuochi nella savana di Beira per cucinare cappelletti alla delegazione di Reggio Emilia che portava aiuti via nave al Mozambico socialista di Samora Machel. O ancora prima, scortata dalla polizia della Rhodesia col figlio neonato fra le braccia, espulsa in quanto moglie di un comunista fuggiasco; o con l’Enrica nel carcere di Lusaka, da quel negrone pezzo grosso con la voce da frocio, disposta a tutto per far liberare il suo partigiano eterno .
Accarezza il Chiwawa mestruato, e conclude come se niente fosse : “Comunque, io le storie più incredibili non ce le ho su di me : ce le ho sugli animali. Le cose  che io ho visto fare agli animali…ci vorrebbe un libro”.
Altro che grandi uomini, grandi idee e grandi sogni. A quel sogno, il loro, Umberto e Marisa hanno rinunciato infine nel 1997, tornando a vivere a Bertinoro di Forlì. Così Umberto riassumeva la sua vita: “In vita mia ho vinto tutte le guerre di liberazione che ho combattuto…e perso tutte le paci seguenti”. E’ morto per non aver rispettato la precedenza a un incrocio, a ottantaquattro anni,  il 21 settembre 2007.  

La seconda volta che andai in visita da Marisa Fusaroli Casadei fu dopo il mio ritorno dal Mozambico, a febbraio. Mi alzai che era ancora buio per prendere il treno delle sei, e l’alba sulla campagna emiliana che lentamente si trasformava in romagnola ospitava le case sventrate lungo la ferrovia, simili alle vecchie case coloniche dei portoghesi abbandonate nella savana mozambicana fra Chokwue e Chiqualaquala.
Alla stazione di Forlimpopoli Marisa venne a prendermi con Mohamed , marito marocchino della sua amica marocchina Mojouba. Anni prima, Majouba aveva lavorato come donna delle pulizie per Marisa. Poi aveva trovato un altro lavoro, ma la sua famiglia era rimasta affezionata a Marisa e quando aveva bisogno di un passaggio,era Mohamed che la scarrozzava. “Hanno tre figlie bellissime” dice Marisa mentre risalivamo i tornanti della collina di Bertinoro. Mentre li aspettavo davanti alla stazione, mi lasciai affascinare dalla fabbrica abbandonata sulla sinistra. “Era uno zuccherificio” mi dice Mohamed. “Uno dei più importanti d’Italia. Qualche anno fa, una direttiva dell’unione Europea ha imposto all’italia di chiudere alcuni stabilimenti per diminuire la produzione di zucchero, fra cui questo di Forlimpopoli”.  “Tutti i campi che vedi erano coltivati a barbabietola da zucchero” continua Marisa, con il solito chihuahua che le si arrampica sul collo. “Sono figlia di contadini, contadina nel sangue per sempre. Anche noi coltivavamo barbabietole che dopo il raccolto mio padre portava allo stabilimento”. Mi immagino Marisa cantare fra le piante di barbabietola le melodie che ho sentito nei campi di Chokwue , ma in dialetto romagnolo anziché in shangane.
 “Questo cane non la smette mai di mordicchiarmi” dice del cane. Mohamed commenta: “è perché ti vuole bene”. Mi dà la sensazione di uno scambio di battute che si ripete varie volte al giorno.   
A casa, io mi siedo sulla stessa poltrona dell’altra volta. E’ una giornata di sole che va e viene. Sotto di noi, ai piedi della collina di Bertinoro, comincia l’immensa distesa della pianura padana. Casa nostra, ci piaccia o non ci piaccia. “Mi sono ricordata una cosa” dice sedendosi sulla sua poltrona. “Il padre di Umberto, quello che fu fucilato dai fascisti nel ’43 insieme a suo fratello... Quando aveva solo 9 anni se ne andò in America a lavorare in un cantiere. E sai cosa si costruiva in quel cantiere? Una delle ville della famiglia Rosevelt. Antonio raccontava che il futuro presidente Rosevelt, che ogni tanto passava dal cantiere, invitava il ragazzino  a bere un bicchier d’acqua. Gli diceva lunghe frasi di cui Antonio capiva solo la parola boy, come lo chiamava il Rosevelt. Ma gli sembrava un uomo simpatico.Forse è per questo che Antonio non divenne un anarchico  come suo fratello Gaetano, ma un repubblicano. E Umberto, figlio dell’uno e nipote dell’altro, né anarchico né repubblicano: comunista. Andò in montagna per unirsi alla guerriglia partigiana a diciassette anni non ancora compiuti. Seppe della fucilazione del padre e dello zio con molti giorni di ritardo”. Fa una pausa mentre accarezza il cane. Deve aver sentito tante volte certi racconti da sentirli propri come se li avesse vissuti. “Invece l’Enrica, ti ricordi dell’Enrica, la sorella diUmberto?” Sì, rispondo, “è quella con cui eri andata in Zambia a tirare Umberto fuori dal carcere, e lei aveva avuto una crisi isterica di riso davanti al responsabile ”. Marisa sorride. “Proprio lei. Beh, aveva sedici anni la notte in cui vennero a prendere suo padre. I fascisti lo tirarono giù da letto. L’Enrica si appese alla gamba di suo padre mentre lo portavano fuori. Fu trascinata anche lei fino alla strada. Urlava come una pazza e non mollava. La presero a calci finchè non lasciò la gamba di suo padre, e la lasciarono per terra”.   
Non dico niente. Marisa riprende il filo da un po’ più indietro. “Insomma coi soldi guadagnati in America i fratelli tornarono a Bertinoro all’inizio degli anni ’30 e aprirono un piccolo emporio. Quei negozietti in cui si vendeva di tutto, che adesso non ci sono più.
Dopo aver fucilato Antonio e Gaetano, i fascisti requisirono il negozio. Alle vedove sai cosa restituirono? Una scatola intera di “pagherò”.I poveracci di Bertinoro all’emporio lasciavano conti infiniti da pagare. I Fusaroli non sapevano dir di no a nessuno”.   
Ci spostiamo sul tavolo per sfogliare tre enormi album di foto. Un viaggio nel tempo e nel mondo. Marisa da giovane è stata una donna bellissima. Vacillo un po’ prima di azzardarmi a chiederle: “Ma non ti hanno mai detto che assomigliavi a Sophia Loren?” Lei gongola un po’. “sì, me lo dicevano”, ma poi  si imbarazza e cambia argomento. Mi immagino questa donna bellissima a dirigere la mensa di una raffineria nel sud della Tanzania, dar da mangiare cappelletti a operai e ribelli mozambicani in esilio, impastare e lavare pentole e fare conti e tenere a bada fiumi di avances con le mani sui fianchi e la lingua tagliente e la preoccupazione costante e nascosta per il suo uomo eternemente coinvolto in qualche lotta di liberazione.  
Ci sono anche diverse foto di lei con Samora Machel e la moglie Graça, che oggi è sposata con Nelson Mandela. Ma la foto più divertente ritrae Marisa ridere in compagnia di una bianca piuttosto anziana. “Violet” spiega. “Un’inglese militante del partito comunista sudafricano, in esilio in Tanzania. Era già piuttosto anzianotta quando la conobbi, e un po’ arteriosclerotica, a volte cercava di picchiarmi senza motivo. Secondo me era matta schianta come un banchetto anche senza l’arterioscelerosi. Mi faceva un ridere…”.
 Arriva l’ora di pranzo: mi insegna a fare i passatelli in brodo. Vengono buonissimi. Mi chiede un po’ di me, dei miei viaggi. Nella sua vita di giramondo sui generis, un rimpianto ce l’ha: non esser mai stata in Brasile. “Del resto se andavo in brasile mi innamoravo di un brasiliano e non andava mica bene”. A proposito di Brasile, finiamo di mangiare in tempo per l’inizio della sua telenovela preferita: Terra Nostra, sui migranti italiani nel sud del brasile all’inizio del secolo. Suona il campanello: è Zara, la figlia maggiore di Mohamed e Majouba. Viene sempre a guardare Terra Nostra con Marisa. Ha dieci anni e da grande vuole fare la pediatra.  E’ lei che poi mi accompagna alla fermata dell’autobus per la stazione di Forlimpopoli, ma prima insiste perché passi in tabaccheria a comprare il biglietto.
Mentre l’autobus scende la collina e io guardo i campi dove una volta si coltivava barbabietola,penso a Antonio e Gaetano Fusaroli,ancora ragazzini, migranti in America. Penso a Mohamed che mi spiega le direttive europee sullo zucchero e a Majouba che vuol bene a Marisa perché è stata più amica che datrice di lavoro. Poi penso al decreto legge sulla sicurezza razzista e repressivo sfornato dal governo pochi giorni fa. Ne ho parlato con Marisa. “Marisa, non ti sembra che stiano tornando?”le ho chiesto. Mi ha guardato da un mondo lontano, “Sono già qui” ha mormorato.
Ma in casa sua, dove Zara va e viene per guardare una telenovela, arriveranno troppo tardi.

venerdì 22 aprile 2011

Curve di Jandira. Le storie di Rejeanie e Gianchi

copiando questo link potrete ascoltare il podcast del racconto sulle storie di Rejeanie e Gianchi,a Jandira di sao Paulo, andato in onda su Radio Kairos.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-04-21T16_03_56-07_00

martedì 29 marzo 2011

paura di non morire

Questa è la storia di erik. La prima. Quella da cui nasce il mio amore per le storie degli altri.
Potete ascoltarla con la voce di Carla Vitantonio e le musiche di Valentina del Greco
http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-28T14_41_20-07_00


PAURA DI NON MORIRE


Immaginatevi un biondino a tinte chiare sulla cinquantina, che forse, se Kurt Cobain avesse raggiunto quell’età, gli avrebbe assomigliato un po’. Nell’unica foto che ho di lui, fuma una canna enorme, accovacciato a terra, e la massa di capelli biondi gli nasconde il volto e l’età proprio come a una rockstar.

Immaginatevi un appassionato di politica, di giornalismo, e di storie. Allora perché nella sua casa di Copenhagen, non c'erano fotografie? Disegni, soprammobili assurdi, buffi e geniali feticci costruiti con materiale di scarto ma... niente foto.

Negli anni seguenti il nostro pellegrinaggio a Copenhagen, io la coppia di amici che l’avevamo intrapreso parlammo spesso del contenuto variopinto di quella casa, cui eravamo approdati dopo un viaggio che, dentro alla storia che voglio raccontare, sa di parentesi felliniana -treno verso l'aeroporto di Malpensa, volo low cost per Amburgo, trenini locali notturni fino all'ultima città a nord della Germania, taxista taciturno fino al porto marittimo, attesa nella sala d’aspetto posizionata alla base di un faro, traghetto fino alla sponda danese-Copenhagen.

Tutto perchè Tina, una cara amica di Erik, ci aveva scritto che la sua malattia si era aggravata improvvisamente e che lui non sapeva se e quando avrebbe risposto alle nostre lettere. Prendemmo in parola un ordine che nella mail, in realtà, non compariva: quello di andare a addio a un uomo che era stato il nostro mito nell'ultimo anno - un anno di vita di quelli in cui succede tutto, dopo che per un po' non è successo granché. Un anno in cui un mito è un vero compagno di strada, e non è pensabile che sparisca senza lasciare tracce, figuriamoci che muoia.

L'avevamo salutato dodici mesi prima davanti a una tazza cioccolata a San Cristobal de Las Casas, Chiapas, nella sede di Indymedia di cui Erik era il coordinatore, redattore, e despota assoluto. Ma com'è che un danese si trasforma nell'incontro più memorabile di una lunga permanenza nel Chiapas zapatista?Andate in America Latina, ad imparare che l’unica spiegazione definitiva è quasi sempre il paradosso: prendere o lasciare.

Quando Tina ci scrisse, era la stagione in cui ci si sdraiava sui binari per fermare i treni carichi di armi in partenza per l'Iraq. In cui si alternavano le ore di studio a quelle di lavoro per formare un gruzzoletto e poter ripartire per l'America Latina. L'america latina: l'orizzonte per eccellenza. Uno dei pochi che, oltre a spronarci a camminare in qualche direzione purchè fosse, era anche misteriosamente raggiungibile. A portata di sogno e di mano.

Ed Erik per noi era, altrettanto misteriosamente, l'America Latina in persona. Viveva in Chiapas da anni, conosceva il Centramerica come le sue tasche, parlava spagnolo meglio di noi, e aveva una storia incredibile da raccontare per ogni paese che accidentalmente nominavamo.

Prima del Messico, ad esempio, era stato per diverso tempo in Perù, da cui aveva coperto per un giornale danese il sequestro di un centinaio di ostaggi nell'ambasciata giapponese da parte dei Tupac Amaru nel 1996. Dopo l’irruzione delle teste di cuoio ed il massacro di tutti i guerriglieri, Erik era tornato in Danimarca con le viscere contorte e pagine di appunti e rabbia che gli svolazzano dentro agli occhi.

Ma dopo il fiume di sangue dei guerriglieri, un'altra pozzanghera vermiglia lo aspettava. L'amico cui lasciava la casa quando era lontano si era sparato in faccia due giorni prima del suo ritorno. Nella sua cucina. Era troppo tardi per il funerale, ma nessuno aveva ancora lavato via il sangue dal pavimento. Inginocchiato a terra accanto a un secchio, spugna in mano, Erik si disse che quello era il suo modo di seppellirlo, e non si concesse di versare una sola lacrima. Di fronte ai suicidi non è necessario proclamarsi atei, diceva. Laicità e silenzio sono più che sufficienti.

Ma i guai non erano finiti. La mattina che seguì a quella notte di sangue su sangue, il direttore del giornale lo chiamò. Aveva una voce strana. La polizia peruviana aveva appena spiccato un mandato d'arresto internazionale contro Erik, sostenendo che l'appartamento affittato a suo nome proprio davanti all'ambasciata giapponese a Lima era servito ai Tupac Amaru per preparare l'attacco e poi per controllare le mosse di esercito e polizia. Tutto una montatura? Arrivato a questo punto dei suoi racconti, Erik scrollava le spalle e sorrideva, misterioso. E partiva con l’episodio di quando era andato a intervistare un leader della guerriglia in un carcere peruviano con cinque pagine di comunicazioni dei suoi compagni infilate nel culo per consegnargliele alla prima distrazione della guardia.

Per sua fortuna, la Danimarca non concesse l'estradizione, ma in Perù e in diversi paesi latini, ovviamente, non avrebbe potuto mai più mettere piede. Fra questi non c’era il Messico, e ci arrivò poco prima del massacro di Acteal in Chiapas, nel 1997, dopo il quale decise che avrebbe dedicato la sua vita (...il che alla fine quasi sempre vuole dire: una parte significativa di essa) alla causa zapatista. Ancora una volta, il destino ci si mise di mezzo: mentre viveva con due militanti americane, amandone una di traverso sull’amaca, un curandero lo guardò negli occhi e gli diagnosticò la morte nel fegato. Un brutto cancro da cui Erik, guardando a sua volta negli occhi i medici danesi che aggrottavano le sopracciglia, decise di non provare nemmeno a curarsi.

Il perché ce lo spiegò una delle ultime sere che passammo insieme a San Cristobal, davanti alla cioccolata calda che si preparava ogni volta che pioveva, quando guardando dalla finestra lui si ripeteva che sarebbe morto piuttosto che trascorrere un solo altro inverno in Danimarca, dove i medici sono capaci di estrarre la vita dalla morte ma dove lui non riusciva a estrarre una causa degna da una vita come la sua.




Non morì quella volta che noi arrivammo a Copenhagen dopo il nostro viaggio iniziatico e rocambolesco. Nè nei mesi successivi. Continuò a lavorare. E a vomitare. E a rinunciare a curarsi. E a diventare una persona sempre più difficile con cui avere a che fare- oppure, semplicemente, noi lo conoscevamo sempre meglio e il suo abisso si apriva, un po' alla volta, anche sotto ai nostri piedi.

Due anni dopo venne in Italia grazie a un ambizioso progetto della radio pubblica danese, che si era proposta di intervistare i reduci ancora vivi della guerra di Spagna, gli ex brigatisti internazionali, settant’anni dopo. Io gli avevo procurato un’intervista col comandante Giovanni Pesce, membro della brigata Garibaldi in Spagna e poi partigiano nei Gap milanesi nella resistenza italiana.

Dopo l'intervista, Erik si fermò da me una settimana. Era ottobre, io partivo di lì a poco per l'Argentina, così in quella settimana non dovevamo fare altro che montare l'intervista, guardare film in spagnolo e chiacchierare di tutto e del resto. Parlava soprattutto lui, a dire il vero, perché a me sembrava sprecata ogni parola che non aggiungesse un tassello alla sua storia. Forse è stato lui, penso adesso: il mio primo grande amore per le storie degli altri.

Erik era nato una cinquantina d'anni prima a Copenhagen. Era scappato di casa presto a causa del turbolento rapporto col padre, dopo di che era vissuto in strada accendendo fiamme sotto ai cucchiai più ossidati degli anni ’80, finché qualcuno gli aveva offerto di disintossicarsi e andare a lavorare come volontario da qualche parte in Africa. Erik aveva accettato, mosso dall’unica emozione che l’ebbe vinta su di lui, sempre, per una vita intera: la curiosità.

In Africa qualcuno si era accorto che oltre che a inchiodare assi forse il biondino sarebbe stato buono a scrivere i resoconti della missione, da rispedire in Danimarca. Lui accettò controvoglia, ma le annoiate cronache del lavoro dei missionari si trasformarono presto in un appassionato resoconto della situazione di un paese e della storia di un popolo.

Fu così che Erik divenne un giornalista.


Lavorò per un po' per un giornale danese, forte del suo talento, finché un amico tedesco non lo convinse a fare un viaggio in Portogallo, dove conosceva una comunità di fricchettoni che viveva ritirata sulle montagne. In quel periodo, Erik si trascinava in una storia d'amore con più tira e molla che pace, e l'idea gli sembrò un'adeguata exit strategy (“una fuga bella e buona, lo so”ammetteva, col suo accento spezzettato e nordico). Piantò in asso il lavoro al giornale e partì.

La vita nella comunità di tedeschi si rivelò piacevole più del previsto. Coltivava ortaggi e marijuana, si prendeva cura delle pecore. Si affezionò a una pecora già anziana e, quando questa stava per morire, lui le diede da mangiare funghetti allucinogeni: raccontò poi di non aver mai visto uno sguardo così beato come l'ultimo negli occhi di quella pecora, che poi stramazzò al suolo a gambe larghe come nei fumetti.

Mentre ancora elaborava il lutto della pecora si innamorò di una cantante portoghese finita un po' per caso e un po' per stanchezza in quella comunità di tedeschi nelle montagne del suo paese. La conquistò sgominando i topi che li tormentavano: ne catturò uno e lo inchiodò, vivo, alla porta di casa.

Lei non parlava danese e lui non parlava portoghese, così si dicevano il minimo indispensabile in un tedesco improvvisato. Ecco perchè sarebbe potuta durare per sempre, avrebbe riso decenni più tardi Erik. Solo che...solo che un giorno lei cercò e trovò un modo internazionale per dirgli che era incinta.

D'accordo, disse lui. Allora devo andare in Danimarca a mettere le mie cose in soffitta. Lei non capì la parola soffitta ma sorrise.

Quando Erik bussò alla porta di sua madre scoprì che nel frattempo suo padre era morto. Non gli importò: lo aveva sempre odiato. Non sono di quelli che si mettono gratis a rimpiangere i morti, si disse, una merda era e una merda rimane. Ma doveva fermarsi un po' per occuparsi di sua madre. Almeno aiutarla con la burocrazia che lo riguardava. E questo era un guaio. Avrebbe voluto rimanere in Danimarca il meno possibile, perché quando se n'era andato, l'aveva fatto senza dire addio a una persona, e i grandi fantasmi o si guardano in faccia tutti i giorni o è meglio non vederli mai più. Bussò a quella porta senza sapere cosa avrebbe detto.

La mattina dopo, svegliandosi accanto al fantasma, Erik trovò la forza di dirle che sarebbe presto diventato padre per via di una portoghese. E a sé stesso, scappando via, promise che non l’avrebbe mai più vista. Si fermò a bere un caffè in un bar, scottandosi la lingua pur di non pensare a come sarebbe stata la sua vita sotto a quelle coperte.

Accelerò i tempi di ritorno in Portogallo e riuscì a sedersi su un aereo tre settimane dopo. Ma, sbarcato a Lisbona, commise un errore tipico di chi, nonostante apparenze robuste, brancola nel buio: pensò che era il momento di dire, finalmente, addio al fantasma. Meglio al telefono che niente. Ormai, tanto, un continente intero li separava. Entrò in una cabina e fece il numero. La prima volta si scordò di aggiungere il prefisso danese. La seconda trovò occupato. La terza è l'ultima, si disse.

La terza volta lei gli rispose e colse l’occasione per annunciargli che era incinta di lui.

La mattina dopo, svegliandosi accanto alla portoghese, Erik trovò il coraggio di raccontarle tutto, o forse ebbe troppa paura di mantenere questo segreto tutta la vita. Implorò il suo perdono con l'aiuto di un interprete tedesco, e l'interprete dovette dare il suo meglio, o piuttosto sbagliò qualche sinonimo, perchè alla fine la portoghese lo perdonò davvero; anzi, spinta da un'inconcepibile solidarietà femminile - o da una suprema volontà d'ordine- lo convinse persino a tornare in Danimarca a “sistemare la cosa' ”.

Ed Erik non trovò il coraggio di risponderle che non ne aveva il coraggio.

Salì la scala dell'aeroplano come si sale al patibolo. Il fantasma andò a prenderlo all'aeroporto di Copenhagen e, mentre lo abbracciava, gli sussurrò una sola parola all'orecchio: “Proviamoci”. Lui scoppiò a piangere. Piangeva ancora quando per telefono disse alla portoghese che forse il fantasma era davvero l'amore della sua vita.

In realtà, sappiamo noi spettatori, il fantasma era solo un fantasma. All’ottavo mese di gravidanza, i due erano già ai calci, ai pugni e ai piatti fracassati contro le pareti.

Erik ripartì per il Portogallo. Non aveva la minima speranza di tornare con la cantante, voleva solo conoscere suo figlio o sua figlia, il bebè che doveva essere nato qualche settimana prima. Quando arrivò ai piedi della collina su cui aveva vissuto, uno dei suoi vecchi amici tedeschi lo vide e, senza dire una parola, raccolse un bastone da terra. “E' maschio o femmina?” chiese Erik. L'amico sollevò il bastone, minaccioso. Poi capì dal suo sguardo spento che Erik se ne sarebbe andato senza fare tante storie. “Maschio”.

Erik tornò sui suoi passi giù per la montagna, cercando di non chiedersi come sarebbe stata la sua vita su e giù per quel pendio portoghese. All'aeroporto di Lisbona entrò in una cabina, diversa da quella di otto mesi prima, per telefonare al suo vecchio direttore di giornale e dirgli che partiva.

Figlio di puttana, dove sei finito? Dove vai?

Dimmelo tu. Di sicuro vi serve un corrispondente da qualche parte nel mondo.

Ti dirò, rispose il capo, pare che il Perù sia in ebollizione.




Questa parte me le raccontò nella cucina di casa mia, in via Togliatti 18, nella prima periferia della città con la toponomastica più comunista d’Europa. Se ne stava appoggiato alle piastrelle bianche tappezzate di biglietti di buongiorni e buonenotti che ci scambiavamo noi inquiline. Che avrei dovuto fare? Concludeva. Che avrei dovuto fare di quei due amori e delle loro pance esorbitanti? E poi, per salvarsi, aggiungeva: è andata meglio così. Entrambe hanno trovato mariti migliori di quello che sarei stato io. Non parliamo poi del padre che si sono scampati quei due bambini. Anzi, quella bambina danese e quel bambino portoghese. Non li ho mai visti neanche in foto, nè loro me. Credo. Di loro so solo che non mangiano il miele, perchè io lo odio così tanto che i miei geni non accetterebbero compromessi.

E poi il suo fegato se lo portava a vomitare.

Quando se ne andò da casa mia eravamo molto amici. Pensavo lo avrei accompagnato, da amica distante e vicina, verso la morte.

Invece poche settimane dopo, quando mi trovavo già in Argentina, colse un'occasione stupida per litigare con me e non rispose più a nessuna email. Con i miei amici del mitico viaggio a Copenhagen fece lo stesso nel giro di poco tempo.

Grattandosi via con rabbia la polvere dorata di cui lo avevamo cosparso, Erik volle liberarsi di noi. Lo fece sempre in maniere orribili per essere sicuro che non si potessero mettere pezze; lo fece con noi e probabilmente con tutti gli altri, come se stesse ostinatamente cercando di andare da solo incontro alla fine. Forse pensava che se nessuno avesse saputo della sua morte nel momento in cui fosse arrivata, l'umiliazione sarebbe stata un po’ più digeribile.

Ma il destino si è preso gioco di lui. Ancora una volta. La malattia si è ritirata dalle sue tasche, oppure si è fermata a vivacchiare sul loro fondo scucito, come fanno le briciole. Lo so perchè, facendo ricerche su internet, ho scoperto che oggi, sei anni dopo, è ancora vivo, e ancora celebra la guerra di Spagna cronacando il turismo politico di nostalgici danesi.

Non ho voglia di scrivergli per chiedergli se nel frattempo è diventato un santo. Se come tanti ha approfittato della guarigione per votarsi a una religione religiosamente evitata per tutta la vita. O se la terra intorno a lui è ancora bruciata e, seduto al centro, lui si gode l'odore delle fotografie consumate, sciolte dal calore.

Della sua storia mi rimangono una domanda ed un monito: la domanda è se uno dei suoi figli sia riuscito a trovarlo quando era malato, mandando a monte il suo piano. Il monito lo tengo per me: forse ne parlerei solo con lui, il primo complice della mia passione per le storie degli altri, se un giorno, pentito o solo incuriosito, tornasse a cercarci. Lo farà?

Non lo so. Solo i presuntuosi pretendono di sapere dove si trova la parola fine di una storia. Infondo, finché le persone non muoiono, sono vive.

sabato 19 marzo 2011

non piangere per me,cretina

Per ascoltare "Non piangere per me, cretina, storie di figli e nipoti della dittatura argentina", cliccate o copiate questo link:

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-18

Autunno a Buenos Aires. Si ricominciava a respirare dopo l’afa di un’estate metropolitana. Curiosamente, il vento dell’oceano atlantico raggiunge la città solo d’inverno; da dicembre a febbraio, quando dovrebbe rinfrescarla, la brezza si perde invece da qualche parte sul Rio de La Plata, nelle cui acque erano gettati i corpi degli oppositori dai vermi del regime militare negli anni settanta. Un curioso caso di castigo climatico.
L’inizio dell’autunno era coinciso con l’immenso corteo del 24 di marzo, a trent’anni dal golpe del 1976 che aveva dato inizio a una delle più sanguinose dittature della storia. Trent’anni dopo quella notte io camminavo nel corteo dentro allo spezzone di Hijos, il collettivo dei figli dei desaparecidos, molti dei quali, strappati ai genitori naturali e adottati dalle famiglie degli aguzzini, avevano scoperto la loro vera identità con decenni di ritardo. Non era questo il caso di Eduardo, maestro elementare e voce della radio la Tribu, la storica radio comunitaria di Buenos Aires, ed imbattibile bevitore di erba mate. Diceva: “Ci sono solo due cose importanti nella vita. Una è il Mate. E l’altra...non è così importante”.
Eduardo, più che fratello, avrebbe potuto essere il papà dei suoi compagni di collettivo. Nel 1977, nel primo anno di dittatura militare, era già un attivista politico piuttosto conosciuto, tanto che si trovava già in clandestinità a Mar del Plata quando fu avvertito della scomparsa di suo padre, regista e attore teatrale. Dopo mesi di angoscia e di ricerche inutili, venne a sapere della visita in città di un emissario della croce rossa internazionale. Presentandosi a sorpresa all’uscita della conferenza che l’emissario era venuto a tenere, riuscì a dirgli questo: oggi pomeriggio andrò a chiedere notizie di mio padre in quel commissariato. Se alle cinque in punto non riceve una mia telefonata, venga a salvarmi.
Era un tentativo disperato, in realtà non credeva che l’emissario si sarebbe esposto così tanto. Il mondo intero fingeva di non sapere cosa stava succedendo in Argentina, tanto che l’anno dopo vi avrebbe celebrato i mondiali di calcio, naturalmente vinti dall’Argentina ai supplementari in finale contro l’Olanda, doppietta di Kempes premiato da un generale Videla baffuto e in doppiopetto, mentre i prigionieri politici nei sotterranei del terrore sussultavano al ritmo alternato dei cori da stadio e delle scariche elettriche, finché perdevano i sensi sognando di essere sommersi da una montagna di coriandoli bianchi e azzurri come la bandiera.
Eppure alle cinque e dieci di quel pomeriggio un’auto della croce rossa si fermò davanti al commissariato dove Eduardo era entrato qualche ora prima per chiedere che suo padre fosse restituito, vivo. L’autista scese a chiedere di lui. Glielo consegnarono già massacrato di botte, sì e no cosciente. L’auto lo portò in aeroporto così com’era e lo mise su un volo per San Paolo, da dove Eduardo, esule, cercò ancora, inutilmente, di avere notizie di suo padre.
A volte, ancora oggi, quando la sua Fiat Uno si rompe e si ritrova su un autobus a Buenos Aires, magari il 189 che fa il giro intorno a Plaza de Mayo, Eduardo si sorprende a guardare dal finestrino e a cercare il volto di suo padre fra quelli dei passanti. Almeno trentamila paia d’occhi, in quella città, fanno come i suoi. Anche quando sono convinti di pensare ad altro, fanno come i suoi. Anche quando si ripetono che la vita è andata avanti e la dittatura è finita, fanno come i suoi.
Sarà per questo che, anche per chi viene da lontano e non ha vissuto niente di tutto questo, guardare dal finestrino di un autobus a Buenos Aires è un po’ come attraversare una lunga mostra di foto in bianco e nero.

Pochi giorni dopo il 24 di marzo chiamavo Merce, una documentarista di Mallorca che stava girando un video sulla radio La Colifata, la prima radio di pazienti psichiatrici del mondo. Avevo scelto una cabina all’angolo tra l’Avenida Corrientes e la 9 de Julio -la strada più larga del mondo,sostengono gli argentini- all’ombra dell’obelisco che compare in tutte le cartoline della città. Merce mi aveva appena dato buca senza dare notizie e temevo che il black out avesse a che fare con la malattia di suo padre. Non mi sbagliavo.
Anche i genitori di Merce avevano ottenuto l’asilo politico a San Paolo alla fine degli anni settanta. La madre era già incinta di Merce e la fuga era l’ultima speranza per mettere la piccola al mondo senza che finisse nelle mani dei vermi. Così, lei nacque lì, a San Paolo, all’inizio di una malattia così profonda che spesso chi ne soffre rinuncia per sempre a curarsi: l’esilio. Dopo un anno in Brasile, i suoi riuscirono ad arrivare a Mallorca, in Spagna, dove tuttora Merce vive senza mai aver perso l’accento argentino ereditato dai suoi.
La madre di Merce non volle mai saperne di tornare a Buenos Aires. Questo forse, chissà, fu all’origine dell’infinita fine dell’amore con Esteban, il padre di Merce. Di quelle fini che non c’è alcun bisogno di conclamare, fino a quando…fino a quando, il finimondo.
Buenos Aires, 19 dicembre 2001. La città brucia. L’economia è collassata, il sogno della Svizzera dell’America Latina si infrange su un muro di debiti. Troppo tardi per rimediare, il paese è stato venduto ai migliori offerenti; da un giorno all’altro, bisogna ricominciare tutto daccapo. Un’occasione che non capita quasi mai e di cui, potendosi permettere un po’ di saggezza, bisognerebbe in qualche modo essere grati.
Da una televisione in un salotto di Mallorca Esteban guardava bruciare la sua Buenos Aires. La città bruciava come avrebbe dovuto bruciare venticinque anni prima, pensava lui. Finalmente. Disse a sua moglie che il momento era arrivato: l’esilio per me finisce ora. Si imbarcò sul primo volo disponibile, la vigilia di Natale. C’era da ricominciare un paese daccapo.
Erano passati ventitrè anni dalla loro fuga. Settimane, poi mesi, secoli. Ma restava il fatto che più di metà della sua vita era stata qui, in questa città che ritrovò orfana e disorientata. Ma viva. In poco tempo si unì a una delle assemblee di quartiere che spuntavano come funghi, entrò in un collettivo politico. Telefonò a sua moglie a Mallorca e le disse senza preamboli che sarebbe rimasto a Buenos Aires, che se voleva poteva venire anche lei. Lei lo mandò al diavolo e fecero più o meno lo stesso le altre figlie. Che diavolo ti è saltato in testa?
La maggiore, Mercedes, che aveva vissuto, da dentro la pancia di sua madre, il dolore della fuga e dell’esilio, la prese diversamente. Fu a lei che, qualche anno dopo, Esteban raccontò di aver incontrato nel collettivo politico una donna che si chiamava Mercedes come lei, e a casa della quale si sarebbe trasferito di lì a poco, nel cuore del quartiere popolare di Boedo, famoso per il suo carnevale e per le sue fumose sale da biliardo.
E fu sempre a lei che scrisse una lettera, ancora più tardi, per dirle che gli era stato diagnosticato un brutto tumore. Allora Merce, che nel frattempo aveva trasformato la passione per i documentari in un mestiere, e che era tornata nel paese in cui era nata- il Brasile- per girarne uno sul mitico forum sociale di Porto Alegre del 2002, decise che era arrivato il momento di andare ancora più indietro, e fare un documentario nella città in cui era stata concepita, da cui era stata scacciata ancora feto. Era anche un modo per stare vicina a suo padre impegnandosi in qualcos’altro, per non asfissiarlo con la sua paura.
Qualcuno le aveva parlato di una radio che trasmetteva dall’interno dell’ospedale psichiatrico di Buenos Aires: la radio si chiamava, si chiama, la Colifata, “la Pazzerella” e Merce cominciò a frequentarla per conoscerne i deejay-pazienti e fare il film sul loro sogno colifato. E’ lì, in un sabato pomeriggio di trasmissioni del dicembre 2005, che io e Merce ci siamo conosciute.
La malattia di Esteban, però, continuò a peggiorare. Niente e nessuno riuscì a convincerlo ad andare in Spagna a provare nuove cure. Finiti i risparmi e concluso il documentario, Merce fu costretta a tornare a Mallorca per lavorare a altri progetti, finché non arrivò da Buenos Aires la telefonata dell’altra Mercedes, la donna di suo padre, che le disse: ci siamo. Venite qui.
Merce riattaccò. Si trovava nello stesso salotto da cui, sette anni prima, Esteban aveva guardato in televisione la rivolta di Buenos Aires. Si girò verso sua madre. Senza dirsi nulla oltre al necessario, madre e figlia accesero il computer e cercarono quattro posti, per loro e le altre sorelle di Merce, su un volo per Buenos Aires il giorno dopo.
Così furono le ultime settimane di Esteban. Nella sua Buenos Aires, dove l’autunno aveva ceduto il posto all’inverno, spinto via dal vento dell’oceano che solo quando è freddo riesce a raggiungere la città. Quella casa infondo non era che a pochi isolati dalla sede di Radio la Tribu, dove Eduardo inveiva in diretta contro Bush, diffondendo la sua profonda voce d’estraneo anche in quel salotto della casa del quartiere Boedo, famoso per il suo carnevale e per le sue fumose sale da biliardo, dove due donne e tre ragazze si alternavano, in una surreale allegria femminile, al capezzale del loro marito, compagno e padre. Nei momenti in cui Esteban non aveva bisogno dei suoi ricordi per stare sveglio, o per addormentarsi meglio, sua moglie vagava per la città a cui aveva detto arrivederci trent’anni prima, e a cui avrebbe detto addio, stavolta senza rancore, di lì a poco, mentre la nuova compagna di suo marito cucinava ravioli e infornava empanadas per tutte, mentre Merce, la figlia maggiore, la figlia della fuga e dell’esilio, seduta sull’autobus 189 riprendeva dal finestrino immagini della città in bianco e nero, perché è così che vuole ricordare Buenos Aires chi l’ha amata, è così che vuole ricordarla chi l’ha capita: in bianco e nero.
Merce mi ha scritto che, due giorni prima che Esteban morisse, lei e sua madre lo hanno portato sulla sedia a rotelle al mercato ortofrutticolo di Boedo. Lì, lui le ha convinte a rubare delle mele. Aveva già pensato a un piano semplice e perfetto: loro gliele nascondono in grembo e così, insospettabili e complici, i tre fuggiaschi del 1977 fuggono ancora, in un rumore di ruote e ferraglia, dall’inverno della loro città in bianco e nero.

giovedì 3 marzo 2011

La Regina della Pioggia

Eccovi la storia della Regina della Pioggia,raccontata dalla sottoscritta e interpretata da Carla Vitantonio su Radio Kairòs. Musiche di Valentina del Greco.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-03-02T14_27_41-08_00


La Regina della Pioggia



Tutto questo Helena me lo raccontò mentre Joan guidava per le strade del Limpopo sudafricano, lei faceva da navigatore con la cartina in mano e io mi contorcevo sul sedile posteriore preda di dolori mestruali terrificanti. Eravamo partiti all'alba da Makhado, l'ultima città prima del confine con lo Zimbabwe, dove eravamo andati per scrivere dell’esodo degli zimbabweani in fuga dall’epidemia di colera.

Questa Makhado tra noi l’avevamo ribattezzata Makondo, come quella di Cent’Anni di Solitudine, perché il realismo magico si era fatto beffe, come al solito, della nostra ratio giornalistica. Vorrei darvene giusto un assaggio: l’ultima sera a Makhado ero andata alla stazione di polizia per denunciare il furto della mia macchina fotografica, ma alla fine ci avevo rinunciato perché il poliziotto che scriveva il verbale aveva prima cominciato a insistere per farmi conoscere un suo certo amico, poi aveva dribblato le mie resistenze spiegando: “E’ un amico speciale...è invisibile”. E mentre io guadagnavo l’uscita un po’ inquietata, aveva infine aggiunto: “Guarda che è Gesù Cristo!”

Io, Helena e Joan dormivamo nell’unico bed and breakfast della città, di quelli con una piccola piscina che si risveglia al mattino piena di foglie galleggianti, in cui sguazzavano giovani bianchi di buona famiglia con l’apparecchio per i denti.

Al tramonto, puntualmente, dal bed & breakfast andava via l’elettricità e ci si faceva luce con le candele, e noi tre dovevamo vagare per Makondo elemosinando prese elettriche in qualche bar per ricaricare computer e macchine fotografiche, finendo in una giostra di situazioni assurde a catena. Quando tornavamo al bed & breakfast ed entravamo in camera facendoci luce con lo schermo dei cellulari, avevamo la sensazione che i black out non fossero del tutto accidentali: i riccastri bianchi vagavano con le candele in mano da una stanza all’altra, e regnava un silenzio inquietante. Il mio episodio all’ufficio di polizia ci convinse definitivamente a levare le tende.

La tappa successiva distava, da quanto ci avevano detto i makondesi, più o meno due ore di auto ma noi, tra un bivio perso e l'altro, ce ne stavamo mettendo il doppio.

Eravamo diretti a un luogo che non compare sulle cartine, alla caccia di una storia di quelle che ti riempono la testa per settimane ancora prima di poter guardare negli occhi uno dei personaggi che la compongono.

Era, è una storia triste quella che ci attraeva. Una storia che non voleva saperne di essere sepolta sotto quell'abbondanza di alberi di mango, banana e papaya che nascondevano alla vista le case di fango secco intonacato, che costeggiavano la strada principale di Modjadji.

Parcheggiammo la Volkswagen e ci avvicinammo a un’anziana che riposava seduta sotto a un mango, con l'attitudine indecifrabile, priva di qualsiasi sorpresa, di chi diresti che era lì ad aspettarti. Guardava da lontano, da ben prima dei suoi occhi, da dietro lo schermo della cataratta; era vestita in abiti tradizionali e batteva le mani due volte prima di stringere la mano a degli estranei come noi, ma farle domande in inglese era inutile. Parlava solo sotho, una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Ce ne stemmo lì a sorriderle con le mani in tasca, impacciati come è sacrosanto che un bianco si senta in Africa, finché dal silenzio della casa uscì timidamente la grassottella nipote, in abbigliamento stridentemente grunge, che venne a tradurre in inglese una domanda per noi, La Domanda che sua nonna aspettava di porre a degli stranieri da chissà quanto tempo: “Vuole sapere se, da dove venite voi… la pioggia è pioggia”.




Questa è la storia dell’ultima Regina della Pioggia, nata e morta a Modjadji, nel Limpopo sudafricano.

L’ultimo pezzo dell'unica strada che conduce Modjadi, cuore e capitale del popolo dei Balobedu, attraversa una terra verdissima, baciata dalla fortuna- vale a dire, in un clima secco come quello del Limpopo, dalla pioggia. E' anche così' che si capisce di essere finalmente arrivati a destinazione, oltre che per la strada asfaltata realizzata su ordine di Nelson Mandela, che nel 2003 era atterrato nel vicino aeroporto di Polokwane per assistere all’incoronazione dell’ultima Regina della Pioggia.

Qualcun altro aveva guidato centinaia di chilometri per non perdersi l’evento, ma ai più, milioni e milioni di sudafricani, bastò accendere la televisione. Grazie alle telecamere piovute nell’autunno di Modjadji, tutti poterono vedere quella ragazza di venticinque anni, coi capelli corti e l’aria sbarazzina, che fino a quel momento rispondeva al nome di Makobo Modjadji, diventare la rain queen, Regina della Pioggia, massima autorità del popolo dei Balobedu.

I Balobedu, sudditi della Regina, sono quasi mezzo milione. Vivono a Modjadj, la città che prende il nome dalla dinastia reale, e in tutta la vallata circostante. Al potere tramandato di madre in figlia, quello di invocare la pioggia, si raccomandano da tempo incalcolabile per avere la garanzia di un raccolto abbondante; e in una regione secca come il Limpopo, una vallata verde come quella che circonda Modjadj ha davvero un che di prodigioso.

La memoria dei più anziani non basta a fissare un ricordo, ancorchè tramandato, dell’origine della dinastia dei Modjadji. Tutto è troppo lontano: generazioni, secoli indietro, trame di leggende che si mescolano a tracce di realtà inoppugnabile. Un punto d’inizio qualche antropologo l'ha fissato intorno al 1500, quando Mambo, figlio di Monotapa, sovrano dello Zimbabwe, ingravidò la sorella Dguzini. Il re Monotapa avrebbe voluto bruciar vivo il colpevole, ma Dugvanizi non rivelò mai che si trattava del fratello. Per ringraziarla di aver salvato la vita al suo unico figlio maschio la regina madre rubò al marito il potere di chiamare la pioggia, lo trasmise alla figlia e le ordinò di fuggire a sud per dare origine a un nuovo popolo. Dguzini scelse una conca fra le montagne del Limpopo, nord dell’odierno Sudafrica, per partorire il frutto dell’incesto e dar vita al popolo del Balobedu.

Alla propria morte, Dguzini passò la corona al primo figlio maschio, e questi a sua volta al primogenito e così via per circa 200 anni, finchè, intorno al 1800, re Magodo si innamorò dell’unica figlia femmina e nominò futura rain queen la bambina che ebbero insieme. La nuova linea di successione di madre in figlia non significò mai che la regina, malgrado la sua autorità tradizionale su tutti i Balobedu, potesse scegliere l’uomo accoppiandosi col quale avrebbe rinnovato la stirpe: per mantenere puro il sangue, la regina poteva concepire solo con un altro membro della famiglia reale.

Così avrebbe dovuto fare anche Makobo, ma lei, l’ultima rain queen, prima del Sudafrica post-Apartheid, classe 1978, aveva deciso di infischiarsene delle leggi tradizionali. Racconta la gente di Modjajdi che Makobo amava vestirsi da uomo e non tenere mai i capelli più lunghi di due dita; che adorava andare a divertirsi fino alle prime ore del mattino e che prendeva parte alle proteste popolari per il diritto alla salute e alla casa. Nemmeno dopo l'incoronazione accettò di tenere la bocca cucita, le gambe chiuse, la fronte aggrottata come sarebbe stato adeguato al suo status.

Si innamorò di un attivista politico,un uomo che non era nemmeno un Balobedu: David Mohale. Lo invitò a vivere con lei nel palazzo reale dei Modjadji, trasgredendo la regola che impediva a qualunque uomo di trascorrere una notte intera con la regina. E, per l’orrore dei suoi fratelli e cugini, concepì con lui, anziché con un altro membro della famiglia reale, la futura rain queen: la piccola Masalanabo, che venne alla luce alla fine del 2004.

Ma appena sette mesi dopo la nascita della bambina, le telecamere che avevano ripreso l’incoronazione di Makobo tornarono a Modjadji per il suo funerale. Makobo era stata ricoverata tre giorni prima in una piccola clinica per una presunta meningite che risultò fatale nel giro di ventiquattr’ore.

Un finale da copione per un corpo indebolito: per questo è una morte piuttosto comune in zone devastate dall’Aids come il Limpopo. L’ipotesi che Makobo sia morta di Aids è dunque quella diffusa ufficialmente, e alla domanda “come è morta la Regina della Pioggia?” rivolta agli abitanti di Modjadji, questi rispondono, mestamente e invariabilmente: di malattia.

Eppure David Mohale, fidanzato di Makobo e padre di sua figlia, non ci crede. E dice che non dovremmo crederci neppure noi. Nega persino che Makobo sia mai stata malata, e accusa i fratelli di averla avvelenata a due scopi: quello di liberarsi di una regina poco osservante dei costumi tradizionali e, soprattutto, di fare ritorno a una linea di successione maschile. Poco dopo la morte di Makobo, dopo aver dimostrato che né lui né la bambina erano sieropositivi, Mohale è sparito nel nulla. Ogni tanto un giornalista riesce a intervistarlo per farsi ripetere la sua versione dei fatti e le sue accuse alla famiglia Modjadji; ma la bambina è nascosta e in salvo.

Se l’idea di una regina assassinata dai suoi famigliari per risolvere una disputa di potere rievoca storie d’altri tempi, è pur vero che il fratello di Makobo, John Modjadji, è riuscito in seguito alla morte della sorella a farsi affidare la reggenza del potere reale. E' con lui che io, Helena e Joan avremmo dovuto parlare, ma all'ora e al giorno stabiliti il reggente non si fece trovare a Modjadji, lasciandoci nelle mani della vecchia sotto al mango, che ci fregò stabilendo subito che era lei, quel giorno, quella che faceva le domande difficili.

Ed è probabile che negli anni John diventi abbastanza temuto e rispettato da far dimenticare l’esistenza, da qualche parte, della legittima, per ora minuscola, erede al trono.

La versione della storia che invece racconta di una giovane regina che si lascia consumare dall’Aids forse non è altrettanto romanzante, ma dice molto del Sudafrica moderno. Decidete voi cosa volete credere, ma sappiate che se Makobo era malata, è probabile che non lo sapesse nemmeno; che avesse scelto di ignorare rischi e conseguenze, o addirittura che credesse di scongiurare il contagio evitando l'uso del preservativo, com'è opinione diffusa nelle zone rurali del paese. Infine, se invece era malata e lo sapeva, era comunque impensabile che proprio lei, regina della pioggia da poco incoronata, provasse a combatterla con le medicine dei bianchi.




Di questo parlammo rimettendoci alla guida, io e miei due compagni d'avventure sudafricane, sulla strada di ritorno verso la grigia Johannesburg. Finché si fece buio e dopo un po' rimanemmo tutti e tre zitti, incantati dalla solita e rassicurante linea bianca illuminata dai fari, ciascuno incapace di smettere di npensare a una ragazza nera e sudata coi capelli corti che balla senza ritegno, che grida alla guida di una manifestazione, che guarda un po' stupita la sua bambina appena nata, che impreca sbattendo una porta; che nasconde la sua corona sotto al letto. Che si sveglia nel cuore della notte e sente piovere il mondo intero sulle finestre del palazzo reale, e si rannicchia intimorita contro il suo uomo perché ha paura dei tuoni. Anche se anche quella pioggia l’ha invocata lei.

Guidavo io, e i dolori mestruali erano spariti. Ma non c'erano misteri in proposito. Era bastato un antidolorifico di Helena che, da brava figlia di medico, porta sempre con sé una farmacia intera.

mercoledì 23 febbraio 2011

LA FAMIGLIA DI HELENA, a volte con H a volte senza

Per ascoltare e scaricare il podcast di "La Famiglia di Helena.A volte con H e a volte senza" andato in onda su Radio Kairos con la voce di Carla Vitantonio,copiate questo indirizzo.

http://lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-22T14_10_28-08_00


Testo:


Villalbino è un minuscolo paese fra la Galizia e la Castilla, nel nord della Spagna, di quei paesini che ancora d'inverno rimangono isolati dal resto del mondo per via della neve. In uno dei boschi che la circondano, nel pieno della stagione delle castagne che legittima il resto della vita del paese, nacque a metà degli anni quaranta l'amore che dà origine alla nostra storia: quello fra la giovane Balbina ed il non più così giovane Daniel. Lei buona e cattolica, lui cattolico e fascista.

Balbina e Daniel ebbero, tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50, quattro figli: Elena, la più vecchia, seguita dai gemelli Daniel e Jesùs e infine dalla piccola Maria Victoria. Daniel non ha compiuto gesta degna delle nostre cronache, quanto a Jesùs sappiamo solo che cadde in bici a otto anni, battè la fronte, andò a dormire con la testa dolorante e non si svegliò mai più.

Della maggiore, Elena, bisogna sapere che si fidanzò e si sposò per corrispondenza con il figlio meglio riuscito di una famiglia notabile del paese. Il tizio era partito anni prima per Valencia dove ora lavorava come ingegnere: è questo un dettaglio importante per il futuro di quella che per ora ci interessa davvero, la piccola Maria Victoria, a cui suo padre, sebbene cattolico e fascista, impedì di far subito la suora, come lei sognava sin da bambina, poiché pretendeva che prima si laureasse in lettere, come aveva fatto lui prima di diventare Il Maestro dell'unica scuola di Villablino. La mandò quindi a studiare dall'altra parte del paese, a Valencia, a casa della figlia maggiore già felicemente maritata.

La piccola Maria Victoria in realtà avrebbe preferito medicina, per essere spedita, a voti fatti, missionaria in Africa; fu così che studiò contemporaneamente per essere medico e professoressa, e quando fu il momento iniziò il tirocinio all'ospedale di Valencia.

Entriamo ora nel vivo dei fatti. Maria Victoria in corsia conosce la pasionaria Maria del Carmen, soprannominata “la Rossa”: sono gli ultimi anni del franchismo, si vive il fermento di una transizione ormai prossima, ma non per questo darsi da fare contro la dittatura è cosa immune da rischi.

Eppure anche Maria Victoria si convince che bisogna farlo. Sulla scia dell'amica entra prima nel sindacato, poi nella JOC, la gioventù operaia cattolica, dalla quale poi passa a un gruppo clandestino di sabotaggio diretto, in cui adotta il nome di battaglia di Paloma, colomba. Si racconta di lei che fosse la più spericolata, ma anche la più scaltra quando si trattava di togliersi d’impiccio.

Intanto le riunioni della Gioventù Cattolica, nonostante siano di base cattolica o forse proprio per questo, danno origine a passioni carnali travolgenti. Una è quella tra la nostra Maria Victoria e lo schivo Francisco, detto Paco,il fratello della sua amica Maria del Carmen. Un'altra esplode tra la stessa Maria del Carmen e il prete Gabriel, una relazione già ampiamente consumata quando Gabriel celebra il matrimonio tra Maria Victoria e il suo futuro cognato, Paco.

E’ doverosa quindi una parentesi su Gabriel, che alla fine, per i nostri sospiri sollevati e un po’ invidiosi, lascia le vesti per sposare Maria del Carmen e, non contento, finisce anche per diventare un anticlericale convinto, in barba ai suoi genitori che ancor'oggi, trent'anni dopo, non perdonano a Maria del Carmen di averlo fatto uscire di senno e dagli abiti monastici. Abiti che d’altra parte Gabriel ritira fuori dall’armadio solo per carnevale e per far ridere il figlio Guillermino: tant’è che all'inizio degli anni '80 il padre di Gabriel porta il nipotino ad assistere alla visita del Papa a Valencia, e se lo carica sulle spalle per fargli vedere meglio la sfilata di Santo Padre e annessi. Se non che, vedendoli, il piccolo li indica gridando: “ Vestiti come papà!Vestiti come papà!”, e il nonno è costretto a rimetterlo a terra cercando di farlo tacere mentre la folla attorno li osserva incuriosita.

A differenza del solidissimo matrimonio tra l'ex prete Gabriel e la Rossa Maria del Carmen, quello tra Paco e Maria Victoria finisce una decina di anni dopo essere stato celebrato. Fra i due litiganti, c'è la nostra testimone dei fatti, la piccola Helena, talvolta con H talvolta senza, con grandi occhioni neri e una voglia a forma di Africa sulla coscia sinistra, venuta al mondo per quella volta che Maria Victoria aveva dimenticato la pillola nella concitazione delle manifestazioni per il ritorno alla democrazia, nel '73.

Grazie democrazia in Spagna, vera o presunta come tutte le democrazie, per averci dato Helena, che trentacinque anni dopo mi racconta la storia della sua famiglia guidando una Volkwagen Chico nel Limpopo Sudafricano, sulle tracce della Regina della Pioggia. Io, lei e il suo fidanzato Joan ci siamo da poco conosciuti a Maputo, in Mozambico, per seguire da pseudo-giornalisti militanti una Conferenza Mondiale di movimenti contadini. Quasi subito è venuto fuori che quasi un anno prima Joan, senza ancora conoscermi di persona, mi aveva scritto per chiedermi un articolo per un giornale di Barcellona- la Directa- avvertito delle mie scorribande in Paraguay da un altro giornale di movimento spagnolo, il Diagonal. Ed eccoci lì a conoscerci a quattr’occhi, in Africa e per caso, stupefatti dalla piccolezza del mondo, che per quanto si confermi e sottoscriva non smette di stupire; con l’aggiunta impagabile di Helena e della sua macchina fotografica pronta a immortalare frammenti di rivoluzione ovunque se ne presentino. L’inizio di una grande amicizia a tre.

Ma torniamo ai convulsi primi anni di democrazia spagnola. Otto anni dopo la nascita di Helena, Paco e Maria Victoria vivono insieme l'ultima notte di passione: è il 23 febbraio del 1981, l'esercito occupa il Parlamento spagnolo fresco di democrazia e fa sapere che le redini del paese saranno impugnate di lì a poco da un alto carico militare. Il golpe fallirà in poche ore e in nessuna città farà in tempo a scatenare il caos, tranne in quella che ci interessa, Valencia, dove i carri armati invadono le strade facendo temere il peggio. Maria Victoria e Paco, noti militanti di sinistra, caricano in macchina la bambina e per sicurezza decidono di dividersi: lui nascosto in casa di qualche amico insospettabile, lei con Helena verso la Galicia dei suoi genitori. E' una separazione che dura una notte sola, dettata dalla paura, che precederà di poco quella definitiva dettata dalla fine dell'amore (quest'ultima, naturalmente, non è che una supposizione: l’amore finisce da qualche parte? Dove va?).

A parte i doverosi colloqui a causa della bambina, le strade dei due si dividono drasticamente. Paco passerà i successivi sedici anni a parlare male di Maria Victoria, con l'acredine del mollato, nonostante il fatto che appena un anno dopo incontri Maritere, una coetanea che Helena descrive come “la donna più festaiola che io abbia mai conosciuto, capace di mettere al tappeto gente con vent'anni di meno”. Le due resteranno molto legate anche dopo la rottura tra Maritere e Paco, verso la fine degli anni novanta, dieci anni dopo la quale Maritere andrà a trovare Helena a Johannesburg, nella casa luminosa dove lei e Joan hanno ospitato anche me.

Paco, mollato una decina d’anni dopo anche da Maritere, la ripone nel cassetto dell'odio dove fino a quel momento aveva lasciato Maria Victoria. Si convince che resterà solo, compra una casa in campagna e si mette a coltivare le famose arance di Valencia. Nulla gli interessa più, ha smesso da tempo di seguire la politica, tende alla misantropia, è un uomo di cinquant'anni prossimo alla depressione. Probabilmente nessuna donna potrebbe innamorarsi di lui in queste condizioni. Se non una che lo ha amato in tempi migliori, e poi l'ha perso di vista: Mercedes, la sua fidanzatina di quando avevano diciassette anni. Merce viene da un matrimonio finito negli anni in cui Paco amava la festaiola Maritere, ma quando viene a sapere che lui si è separato anche dalla seconda moglie, lo chiama e lo invita a prendere un caffè.

Per un po' è una cauta amicizia. L'amore tra i due tarda a ingranare. Questo almeno è quanto dice lo scettico e stitico Paco parlando con la sua confessora più spietata- l'amore più duraturo, l'amica invincibile: la figlia Helena, che intanto ha ventiquattro anni, e sempre grandi occhioni neri, una voglia sulla coscia sinistra e un amore alle prime armi con la fotografia. Però una volta, quasi sovrappensiero, aggiunge : “Ora mi ha regalato anche un libro, sai...ma non so se lo leggerò, sembra piuttosto lungo”. Che libro è? chiede lei. “ Uno di Marquez...si chiama L'Amore ai Tempi del Colera”.

Helena spalanca gli occhioni, prende fiato, apre la bocca poi la richiude. Alla fine dice solo: “Leggilo in fretta, papà”. Da quel momento smette di preoccuparsi per lui. E ora, sessantenni, Paco e Mercedes coltivano insieme le famose arance di Valencia.

E nel frattempo Maria Victoria, la quasi suora, l'infermiera, la militante, la madre di Helena, che fa? “Sostituisce la passione per la politica con quella per la montagna”, dice la nostra testimone. Ci mette un bel po' a trovarsi un uomo dopo la fine della storia con Paco. Sono già passati diversi anni quando comincia a uscire con un aviatore inglese, ma ci si dedica piuttosto distrattamente, presa dai preparativi della mitica spedizione spagnola sull'Everest del 1992, anno delle controverse Olimpiadi di Barcellona, cui ha deciso di partecipare come medico. Ci rimane due mesi, affidando a chi scende a valle le lettere da spedire via fax alla sedicenne Helena a Valencia. Nelle lettere però non scrive delle vette raggiunte nella travolgente passione esplosa tra lei e Moises, un altro alpinista della spedizione, nove anni più giovane di lei. Quando tornano a casa, all'aviatore inglese viene presto dato il benservito, ma la convivenza con Moisès è rimandata perché ormai siamo in autunno inoltrato e verranno a trascorrere l'inverno nella tiepida Valencia i due Adamo ed Eva di Villablino, Balbina e Daniel, che nonostante siano passati più di dieci anni dalla separazione fra Maria Victoria e Paco, non sono pronti per essere messi a parte della presenza di un nuovo concubino. Così, il povero Moises si trova un lavoro a Valencia ma se ne va in una stanza in affitto, e Maria Victoria ogni sera aspetta che gli anziani genitori vadano a letto per uscire di nascosto e visitarlo fino all'alba. Forse è grazie a questo periodo di adolescente clandestinità che l'amore fra i due dura ancora oggi. “Certo che non ci sono molti uomini che si innamorano e poi rimangono tutta la vita appreso una donna di dieci anni più vecchia” ho detto io a Helena una volta, mentre mi riaccompagnava all'aeroporto di Valencia. Lei ci ha pensato un po', poi ha risposto: “Suppongo che non ci siano molte donne che scalano l'Everest”.

Quella volta in macchina con noi c'era anche Balbina, che io avevo voluto conoscere a tutti i costi dopo averne sentito parlare come della nonna mitica che non si perde una messa da novantatrè anni, a costo di alzarsi e risedersi davanti a quelle trasmesse dalla televisione; eppure va al matrimonio dei vicini gay con una gigantesca torta fatta da lei, la stessa alle castagne che porta quando i due la invitano a pranzo. Balbina vota Partido Popular alle elezioni nazionali per abitudine e fedeltà al marito morto, e Izquierda Unida a quelle locali perché vi è candidato, appunto, uno degli adorati vicini gay. Quasi completamente sorda, dialoga più che altro per intuizione: “Ho conosciuto Serena in Africa” le diceva Helena. “Torni già in Africa?!” gridava allora Balbina. “No, dicevo che Serena l'ho conosciuta in Africa!” “ Beh, anche tu sei una ragazza sveglia, nipote!” e così via.

L'incredibile Balbina. Da quando è rimasta vedova e si è trasferita a Valencia con Maria Victoria e Moises (che adora e difende sempre quando la figlia lo rimprovera di qualcosa), diventa ogni giorno più buona. Gobba a novanta gradi, cucina comunque senza sosta. E' il suo modo di amare: anzichè dire, vi amo, dice, mangiate!

Le ultime notizie che abbiamo di lei è che quest'anno punta a morire. Da qualche tempo perde esattamente cinque chili all'anno, e siccome ora ne pesa trentacinque, gliene resterebbero sette. Ma, dico, una vecchia che muore scomparendo cinque chili all'anno, fino all'ultimo grammo... non c'era già da qualche parte, Garcia Marquez, in questa storia?

mercoledì 16 febbraio 2011

La stagione delle cicogne a Istanbul

Per ascoltare il podcast del mio racconto sulla storia di Demet Demir, intitolato "La stagione delle cicogne a Istanbul" e letto e interpretato da Carla Vitantonio su Radio Kairos all'interno de "I racconti di Lucilla",copiate come indirizzo questo link:

lucelucilla.podomatic.com/entry/2011-02-16T05_03_20-08_00