venerdì 17 dicembre 2010

la mia risposta a Saviano

Caro Roberto,
scrivo perchè ho una passione in comune con te: quella di raccontare storie. Nel mio piccolo, da quando ho finito l’università quattro anni fa, non ho quasi fatto altro che girare il mondo alla ricerca di storie da raccontare. Storie individuali e, quindi, storie di popoli interi. Storie piccole che, sviluppate con l’ingranditore nella camera oscura della ragione, diventano la Storia intera, quella dell’umanità.
So che anche tu hai questa bussola innestata da quale parte dentro, e sei infinitamente bravo a seguirla. Sei bravo a raccontare storie, svelare verità nascoste, spogliare gli uomini degli orpelli di cui si conciano per sembrare migliori. Per questo è grande il tuo errore a non averla tenuta d’occhio anche martedì 14 dicembre, quella bussola, e aver preteso che la tua lettura fosse importante comunque, aver preteso di conoscere una Storia indipendente dalle storie. Nell’elevarti a interprete delle lotte di movimento degli ultimi trent’anni hai peccato di presunzione e di giudizio, due peccati mortali per chi vive della passione del racconto. Perchè le storie, quelle di carne e ossa, le hai tralasciate tutte, hai voluto non vederle, le hai relegate nel luogo da cui quelli con la nostra passione dovrebbero tirarle fuori- l’oblio, l’indifferenza; il bianco o nero.
C’è la mia storia, cominciata politicamente a Genova, lo spartiacque della mia vita. Vuoi una storia nella storia? A un certo punto, martedì, si è sparsa in uno spezzone del corteo la voce che la fiducia non fosse passata: scene di giubilo, abbracci, applausi. Durate pochi secondi, il tempo sufficiente a ricordarmi una scena simile di nove anni prima, quando allo stadio Carlini si sparse la voce- subito smentita- che il G8 fosse stato sospeso.
Poco dopo, è giunta la notizia del voto di fiducia a Berlusconi.
Tutti hanno parlato della delusione che ha attraversato il corteo, ma io, contastorie, parlo a te, contastorie, di un altro sentimento: il bisogno romantico di un finale migliore. Sì, io in quel momento ho pensato che era meglio così. Perchè una storia come quella di Berlusconi in Italia non può finire con uno striminzito voto in parlamento, con una pallida condanna scritta da una classe politica un po’ (ma solo un po’) migliore di lui. Ci vuole un finale migliore, lo sai, o questa storia non vorrà ascoltarla nessuno, diventerà nè brutta nè bella, semplicemente squallida. E ci rimarrà come un groppo in gola per generazioni, anche molto tempo che sarà finita, come ho visto succedere in Cile dopo la placida uscita di scena di Pinochet - i cileni non si sono mai ripresi, sai, Roberto? Nell’essere sconfitto solo per un soffio, e nel rimanere in ballo, di fatto, fino alla morte, Pinochet li ha costretti in un rimpianto da cui non usciranno mai.
L’ho capito dalla storia di Clara, trent’anni. Quella di martedì a Roma era la prima manifestazione della sua vita. La sua storia è molto diversa dalla mia, ma anche lei, come me, ha tirato un sospiro di sollievo quando in piazza del Popolo sono cominciati i disordini. Non ha avuto bisogno di strati e strati di militanza e di analisi politiche per sentire- con la sua, di bussole- che se la manifestazione fosse finita in nulla, col mondo intero che ci guardava indignato come da sedici anni a questa parte, un nodo in gola non ce l’avrebbe tolto più nessuno.
E infine l’ho capito dalle storie che non conosco, ma che posso provare a immaginare. Le tante piccole storie che hanno bisogno di una catarsi in questo clima avvilito, così tante che è questo paese intero, ormai, a boccheggiare per il bisogno di catarsi. E se mi dici che spaccare una vetrina o picchiare un finanziere non è certo una catarsi, ti dirò, sono d’accordo con te: ma nell’essere dentro la storia si agisce da esseri umani, si va a tentoni, si improvvisa. Forse persino si esagera. Dici che ogni sasso lanciato è stato un voto in più a Berlusconi: fin troppo facile risponderti che ogni persona rimasta a casa, anzichè scendere in piazza, è un voto in più a Berlusconi.
Perchè io sogno un 14 dicembre in cui ci siano tutti, in cui siamo in così tanti che i carabinieri alzino le mani e ci facciano passare. Operai e stagisti,disoccupati, impiegati e clown, pensionati senza pensione e bimbi senza asilo, italiani vecchi e italiani nuovi. Tutti. Immagino le massaie scendere in piazza con le pentole e farsi strada tra i poliziotti per condurre i loro figli a Montecitorio, a occupare il palazzo della vergogna. Mi immagino,sogno un finale così.
Per una storia che valga la pena di essere raccontata.

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