martedì 31 agosto 2010

Mercì pour chanter




I bambini di strada di Ruengheri ti accolgono gonfiando preservativi e strappando l'elastico dalle mutande Unicef per fabbricare fionde che disarmeranno fionde rivali.
Ma sotto ai banani del Rwanda, si sa, l'erba non cresce .
E nella stagione secca una polvere perenne tinge di una trasparenza rossastra le colline di Kigali, e i biciclettari che trasportano passeggeri su improvvisati portapacchi tossiscono polvere e si asciugano il sudore con fazzoletti da lord inglesi. I vecchi ingobbiti da una lunga serie di ricordi ingombranti intanto scrutano il cielo immobile oltre alle spalle dei poliziotti, che sono i più alti di tutti.
Un giorno di fine agosto, però, arriva finalmente la pioggia. La gente esce di casa a prendersene un po' per salutarla, ognuno a modo suo, senza appariscenze- tutti con quella riservatezza che li distingue dal resto del continente.
La lunga siccità anche quest'anno è finita. I canali d'irrigazione finalmente disegnano sorrisi nella terra intorno alle piantagioni di tè (muschio, il tè sembra muschio!) che costeggiano la strada verso il confine con l'Uganda.
E la mattina del giorno dopo, tutti si salutano con un'umore diverso. Non c'è bisogno di chiedersi le novità ( il saluto tradizionale: amakuro?nimesa! Novità?buone!) perchè l'indomani la buona notizia è la stessa per tutti. E' arrivata la pioggia, siamo tutti più vecchi di un anno. Persino la natura. Che si risveglia, puntuale, nell'arco di una notte.
Il giorno dopo la prima pioggia della stagione,questo giorno di euforia collettiva, sonnecchio sull'autobus fra Kigali e Byumba, non ancora del tutto sicura di dove mi trovo. E' allora che succede- come sempre, in qualche modo succede- l'Africa mi accoglie.
La donna sul sedile davanti al mio, la testa appoggiata al finestrino, si mette a cantare una ninna nanna infinita, con una voce che copre il frastuono dell'autobus e i clacson degli altri viandanti. Canta per almeno un'ora di fila, e quasi tutti fermano le loro parole per ascoltarla, o almeno per rispettare chi l'ascolta. O forse sono solo grati che una voce così bella prenda, senza chiedere niente in cambio, il posto delle loro. E mentre cala la sera e sulle colline intorno alla strada si accendono i fuochi dei contadini, io mi sento in mezzo agli indiani d'America prima che fossero spazzati via-addirittura mi sembra di vederli che cantano questa stessa canzone tra fumi e tende. Saranno gli occhi chiusi. Sarà questa orgogliosa malinconia africana che pervade tutto, anche le storture che non si giustificano, anche le sconfitte plateali. Sarà questa ninna nanna e la sua vaga saggezza che cullerebbe qualsiasi essere umano del mondo.
Mercì pour chanter, mormoro, quando il viaggio finisce e riapriamo gli occhi.

martedì 13 luglio 2010

meridiane di meridione


Sembra di camminare su un marciapiede di Kampala, capitale dell’Uganda. Per strada si incrociano solo africani, le insegne dei negozi sono tutti in inglese, intorno all’immondizia che straborda dai cassonetti si formano nugoli di mosche.

Ma non è una strada di Kampala. E’ la Domitiana, strada principale di Castelvolturno, provincia di Caserta. Il comune più africano d’Italia e, contemporaneamente, la cloaca della Campania: qui, la questione rifiuti non si è mai risolta. A mala pena è mai entrata nell’ordine del giorno.

Castelvolturno è salita agli onori della cronaca nel settembre del 2008, quando un commando della Camorra comandato dal sanguinario Setola aprì il fuoco su sette africani fuori da una sala giochi. Era un avvertimento chiaro alla comunità africana, per presentare il potere della Camorra a chi ancora non avesse capito bene dove si trovava. Ma gli africani, di stanza qui come braccianti nei campi coltivati del casertano, si ribellarono all’intimidazione e per due giorni misero a ferro e fuoco la città, chiedendo che i responsabili finissero nelle mani della giustizia. Una lezione di cittadinanza in una delle zone più omertose e fuori controllo d’Italia, e che in cambio ha aperto le porte alla mlitarizzazione della città: polizia e carabinieri, ma anche un paio di jeep dell’esercito che pattugliano la statale Domitiana.

Da allora, Castelvolturno è uno dei simboli dello sfruttamento del lavoro migrante e della complicità mafiosa in Sud Italia. Nonostante Setola- il camorrista mandante della strage-e i suoi siano stati arrestati, basta passeggiare per la città per capire chi comanda, chi ha sempre comandato. Questa è la base della famiglia Coppola, che vi costruì addirittura un quartiere sul mare col proprio nome (il Villaggio Coppola), simbolo dell’abusivismo edilizio, più tardi parzialmente demolito da un sindaco particolarmente coraggioso. Negli anni ’70 e ‘80 Castelvolturno era bel posto di villeggiatura, e potrebbe esserlo ancora: ma oggi la spiaggia è una discarica a cielo aperto- poche settimane fa è stato rinvenuto persino un deposito di amianto- e le seconde case che i napoletani comprarono qui trenta o quarant’anni fa per i week-end al mare oggi sono affittate in nero ai ghanesi e nigeriani che vengono a lavorare nei campi. Per quindici o venti euro al giorno, naturalmente in nero.

“Califu-grounds”è il nome delle rotonde su cui gli africani aspettano dalle prime luci dell’alba un lavoro a giornata. “Califu”, come gli intermediari che in Libia li portavano da una tappa a quella successiva della loro odissea verso l’Europa, talvolta imbrogliandoli, così vengono battezzati anche gli autisti campani che li caricano in macchina verso qualche frutteto, incassando in cambio del trasporto una porzione del loro già magrissimo salario. “A volte poliziotti in borghese si fingono Califus per caricarci in macchina e portarci in questura” racconta Appiah, ghanese, da poco più di un anno in Italia. “L’arma su cui contano è la nostra paura. Per questo è fondamentale che facciamo rete tra noi e che siamo ben consapevoli dei nostri diritti”. Ogni mercoledì pomeriggio all’ex Canapificio, un centro sociale di Caserta, si ritrovano per fare il punto della situazione, organizzare qualcosa di simile a uno sciopero, e soprattutto ascoltare la propria situazione dai volontari dello Sportello Legale. “Abbiamo cercato di aiutare molti a ottenere un permesso di soggiorno con un escamotage: rientrare nella sanatoria del settembre scorso per assistenti domestici. Ma molte volte il tentativo non è andato a buon fine per la scarsa collaborazione del presunto datore di lavoro. Anche quelli in buona fede sono stati intimiditi dalle nuove leggi contro il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” spiega Mimma, attivista del Centro Sociale. E aggiunge: “Eppure se non fosse per gli africani, l’economia di questa zona sarebbe completamente crollata. Senza di loro non si raccoglierebbe più la frutta nei campi, e le seconde case dei napoletani a Castelvolturno sarebbero rimaste vuote”.

Ma ora nuovi interessi gravitano intorno alla città; e come sempre, dietro a grandi progetti edilizi c’è la Camorra. “Di qui sono di stanza i Casalesi, la mafia del Mattone”spiega Filippo, un comboniano in missione qui “Presto si capirà se nella strategia della Camorra gli immigrati possono restare a raccogliere la frutta o bisogna liberarsene per permettere a Castelvolturno di diventare un polo turistico”. Sono già stati stanziati miliardi per cambiare i connotati alla darsena della città e per creare un porto da cui far partire i traghetti verso le isole. Se le quotazioni marine di Castelvolturno dovessero salire, c’è da scommettere che mafia e politica troveranno presto il modo di liberare le case e le strade della città dalle migliaia di lavoratori africani.


Destinazione Rosarno

Qual è il destino di un immigrato, tanto più se clandestino, in Italia? Sempre quello di fare la spola tra un’opportunità di lavoro e l’altra. Sperando di non pestare piedi invisibili come è successo qualche centinaio di chilometri più a sud di Castelvolturno, a Rosarno, nell’ultima fetta tirrenica della Calabria. Un nome che tutta Italia ha visto rimbalzare sui titoli dei giornali nel gennaio scorso, quando è esplosa la rivolta dei braccianti africani della raccolta delle arance, esausti della violenza e delle vessazioni dei giovani rosarnesi, che il 6 gennaio ferirono due di loro sparando con fucili ad aria compressa.

La vicenda finì con la deportazione di un centinaio di lavoratori clandestini verso i più vicini CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e la fuga di quasi tutti i regolari, spaventati dal clima d’odio e dalla presenza massiccia della polizia. “Erano quindici anni che c’era questo problema di persone costrette a vivere come bestie”spiega il parroco Don Memè. “Ma il ministero dell’Interno, anziché occuparsene, ha lasciato, o voluto, che scoppiasse il pandemonio per poi mostrare la mano pesante. A mio parere anche il casus belli è stato creato ad arte”. Oggi, tre mesi dopo i disordini, molti africani sono tornati. Non si accampano più nella Rognetta, l’ex fabbrica in cui si erano rifugiati durante il pogrom di gennaio, poi rasa al suolo dalle autorità. Alcuni vivono più stretti che possono in qualche casa in affitto, moltissimi nei casolari dei datori di lavoro, o sotto qualche albero nei campi di raccolta. Sono tornati perché altrove non hanno trovato lavoro nemmeno per i venti euro al giorno che vengono loro offerti qui. Ecco qual è, in fondo, il destino di un migrante: quello di non avere alternative. Di tornare nella bocca del leone per avere qualcosa con cui riempire la sua. Ora tutti qui a Rosarno si affrettano a dire che la ‘Ndrangheta non c’entrava. Che l’organizzazione mafiosa più potente del mondo non si interessa certo di qualche migliaio di arance raccolte per poche lire. Chissà. Certo è difficile credere che non abbia nulla a che fare col modo in cui è stata gestita la vicenda, coi ragazzini armati di fucili ad aria compressa e spediti a provocare i braccianti, che quest’anno, a causa la crisi delle fabbriche del nord, erano diventati troppi: quasi tremila. E in questo lembo di terra, dalle cui colline è ben visibile il porto di Gioia Tauro- lo scalo marittimo per eccellenza della ‘Ndrangheta, la sensazione è che nulla si muova senza il consenso della mafia, che quando non opera per raccogliere capitali lo fa per agglutinare consenso, per serrare le fila. La gente si stava stancando di tanti africani per la strada? Togliamo di mezzo quelli di troppo; gli altri torneranno.

Granelli di sabbia in un ingranaggio invisibile

Ecco perché è così difficile- in fin dei conti eversivo di un ordine secolare- creare un’alternativa. Lo sanno quelli del Consorzio Goel, un insieme di cooperative basate nella Locride, a un tiro di schioppo da Rosarno e Gioia Tauro, dall’altra parte dell’Aspromonte, sulla costa Ionica. “Noi non entriamo in tutti i settori dell’economia da cui capiamo di potere trarre vantaggio materiale”spiega Vincenzo Linarello, presidente di Goel. “Bensì in quelli strategicamente utili all’Ndrangheta, per mostrare che fare le cose eticamente non solo è più giusto,ma funziona meglio”. Dalla moda all’agricoltura, dall’inserimento lavorativo di disabili ai collettivi di artisti. E, ultimamente, persino all’erogazione di servizi: il progetto di welfare comunitario “Aiutamondi”, partito recentemente con finanziamenti della Fondazione Sud, è un’avanguardia assai interessante per un territorio come questo. “Abbiamo iniziato proponendo a un campione delle domande su cosa mancava più di tutto nella zona, in termini di servizi”, spiega Emanuela, direttrice del Consorzio “e abbiamo ottenuto qualche sorpresa: la gente chiedeva soprattutto tutela legale rispetto all’amministrazione pubblica e l’accesso a iniziative culturali, come la possibilità di frequentare gratuitamente corsi di teatro e musica”. L’idea è di far incontrare due carenze che da queste parti creano un circolo vizioso: quella di servizi e quella di occupazione. “In Aiutamondi (in dialetto “aiutiamoci”), la gente paga il servizio di cui è utente con ciò che ha ma non riesce a mettere sul mercato: può essere una cassetta di frutta come la sua competenza di muratore, o di avvocato”. Presto, con l’aiuto delle associazioni di categoria, verrà creato un tariffario per stabilire il metro di pagamento di ogni servizio a cambio di una prestazione professionale. “Quello dell’Ndrangheta è un preciso sistema che si basa sulla precarietà e quindi sulla dipendenza” dice Vincenzo. “La gente confonde i diritti con favori da ricambiare col voto”. Per spezzare questa catena, una serie di cooperative si sono unite sette anni fa in consorzio per inserire lo strumento dell’impresa sociale nella lotta contro la mafia e le massonerie deviate. Dal 2005, anno nero dell’omicidio del vicepresidente regionale Fortugno, e di una recrudescenza di attacchi e intimidazioni a danno di tutta la società civile a opera dell’Ndrangheta, il Consorzio lancia l’idea dell’Alleanza per la Locride e la Calabria: un appello a tutta Italia per fare rete, in primo luogo d’informazione e solidarietà. E che ha ricevuto adesioni oltre ogni aspettativa. “Così, a partire dal 2006, la rete si attiva in tutto il paese a ogni intimidazione. E gli attacchi hanno cambiato natura: ora, attraverso il controllo dei media locali e il beneplacito di molte istituzioni colluse, si cerca di screditarci con campagne diffamatorie condotte ad arte”.

Contare sulla risonanza solidale nel resto d’Italia è linfa vitale anche per chi dall’altra parte dello Stretto di Messina cerca di fare terra bruciata intorno a mafia e sfruttamento. Altri esempi luminosi di ostinati Davide contro giganti Golia. A Cassabile, nel Siracusano, questa è la stagione della patata e, di nuovo, dello sfruttamento del lavoro migrante; anche qui, il problema a monte è quello del bassissimo prezzo pagato agli agricoltori diretti, e della speculazione degli intermediari, spesso legati a Cosa Nostra. La Rete Antirazzista Siciliana ha tirato fuori dal cilindro una proposta per i medio-piccoli agricoltori: la campagna si chiama “Io non assumo in nero” e propone agli imprenditori che assumono regolarmente i braccianti di entrare in un circuito di vendita “etico”, i Gruppi di Acquisto Solidale sparsi in tutta Italia, con tanto di trasporti assicurati da un’impresa di camion confiscata alla mafia.

E se davvero l’unica alternativa praticabile fosse quella di creare un marchio ad hoc per i prodotti “etici”? Ne sa qualcosa Libera Sicilia, la famosa associazione creata da Don Ciotti per creare lavoro e produzione etica nei terreni confiscati alla mafia. Nella Piana degli Albanesi, nel Palermitano, a pochi passi dallo spiazzo di Portella delle Ginestre dove si consumò il massacro del primo maggio 1947, sorgono le cooperative Placido Rizzotto e Pio La Torre, affiliate a Libera. “Sono felice perché non ho dovuto lasciare la mia terra” dice Salvatore, presidente della Pio la Torre. “Ero disoccupato quando ho sentito parlare del concorso per diventare socio della cooperativa che poi avrebbe avuto in appalto la gestione dei terreni di Cosa Nostra confiscati nella Piana. Non ero neppure un militante antimafia: lo sono diventato negli ultimi anni”. Da quando il percorso già difficile delle cooperative ha cominciato a incappare in troppi, misteriosi incidenti di percorso: terreni bruciati, macchinari sabotati… “Noi, in queste terre, non cominciamo da zero. Ma da sottozero”.

lunedì 22 marzo 2010

Rio de janeiro senza favelas


Rumori di una favela di Rio de Janeiro. Le pedine del domino che vengono schiaffate sul tavolo da due anziani. Un altoparlante appeso all’angolo di un vicolo che trasmette le minacce apocalattiche di un predicatore evangelico. Lo sferragliare del Bondie, la funicolare che si arrampica sulla collina, il morro, per portare a casa anche gli abitanti delle case più in alto, più inaccessibili e più povere- ma quelle con la vista migliore sulla baia.
Dona Marta è una delle più storiche favelas della città. Popola dalla prima metà del secolo scorso un morro all’interno di Botafogo, uno dei quartieri chic di Rio, e che insieme a Copacabana, Ipanema e Leblon forma la cosiddetta zona sud, quella abitata dalla classe media e ricca carioca. “Vivo da cinquant’anni nella zona migliore di Rio” si vanta Elisvaldo, un carpentiere che all’ora del tramonto si avvia verso casa per la stretta salita che taglia Dona Marta. Ben diversa la condizione dei suoi colleghi favelados che abitano la zona nord, uno sterminato complesso di favelas lontano dal cuore ricco della city, dai suoi trasporti e servizi che funzionano, dalle sue innumerevoli opportunità di lavoro.
Ma si può scommettere che nel giro di qualche anno Elisvaldo e tanti altri abitanti di Dona Marta andranno ad ingrossare le fila della desolata Zona Nord. Probabilmente entro il biennio d’oro 2014 – 2016, quando Rio ospiterà prima i mondiali di calcio in Brasile e poi –nientemeno- le olimpiadi. Prima di questi due avvenimenti la città che splende e che conta deve liberarsi dalle sua favelas troppo in vista e dalla reputazione che le circonda: narcotraffico e sparatorie. Come riuscirci?
Le incursioni di guerra del Bope, il battaglione reso famoso dal film Tropa de Elite, lasciavano sull’asfalto cadaveri più o meno coinvolti col narcotraffico, che comunque trova un bacino potenzialmente infinito in questi luoghi dimenticati dall’arricchimento del paese. E con l’affermazione di Rio come città ospite delle Olimpiadi 2016, si è capito definitivamente che non c’era il tempo di prendere il narcotraffico con le cattive. E agli interventi del Bope sono subentrati quelli della “Policia Pacificadora”, un corpo che entra nelle favelas e le occupa fino alla completa ‘scomparsa dei bandidos’. Stavolta, stranamente, senza resistenza opposta dai miliziani, senza spargimenti di sangue. E stranamente, in ben otto casi su dieci, in favelas della Zona sud
-Non è la prima volta che il governo fa un accordo di “pace armata” con una delle fazioni coinvolte nello spaccio di droga- spiega l’avvocato Joao Tancredo, presidente della Commissione Diritti Umani dell’ordine dei giurisi carioca. “Ci aveva già provato il presidente Alencar all’inizio degli anni ’90, con il divieto alla polizia di entrare nelle favelas di notte. E basta avere qualche coordinata di Rio per notare che tutte le zone in cui ora c’è la Policia Pacificadora erano, sono, quelle sotto il controllo del Comando Vermelho”. Che, secondo l’avvocato, avrebbe accettato di diminuire l’uso e la distribuzione di armi a patto che gli venga garantita la gestione dello spaccio, a sua volta in vista degli affari d’oro che si profilano nei prossimi anni. “La presenza della Policia Pacificadora, più che altro, diventa una garanzia del fatto che una fazione rivale non cerchi di entrare nella favela”.
Questo corpo di polizia, copiato da una strategia adottata qualche anno fa a Bogotà- e che aveva visto sì diminuire la criminalità, ma solo sul breve periodo - non è l’unica novità per gli abitanti delle favela della zona sud , che contano centinaia di migliaia di abitanti: a preparare l’esodo degli attuali abitanti partecipano anche la regolarizzazione fondiaria delle favelas e dei servizi di base, in particolare luce e acqua: progetto pilota la stessa Dona Marta, la prima a ricevere la Policia.
Il riconoscimento di ogni abitante come proprietario regolare di una casa- e quindi soprattutto di un pezzetto di terreno – è stata giustamente salutata con favore dei favelados. Ma non è che il primo passo di un’enorme speculazione immobiliare che, lungimirante, punta a mettere le mani sui morros meglio localizzati e chegodono delle viste migliori della città.
Rio de Janeiro è una città che non può più espandersi, stretta com’è tra la foresta della Tijuca e la Baia di Guanabara. Specialmente la sua zona più ambita, quella delle spiagge meridionali che guardano le acrobazie dei surfisti e l’alba sul famoso Pao deAzucar, non hanno più un metro edificabile. Ecco perché la pressione sulle favelas, aumentata esponenzialmente negli ultimi mesi: riconoscere un titolo fondiario agli abitanti significa mettere quei terreni e quelle case sul mercato. Comprandole, gli speculatori potranno poi costruirvi mansioni da rivendere a cinquanta volte tanto. “Per la prima volta, quest’anno degli stranieri hanno comprato una casa nella parte bassa di Dona Marta. Per ora la usano solo durante il Carnevale”, aggiunge Elisvaldo.
Ma come convincere in massa gli antichi abitanti a cederle?
“Semplice: con la regolarizzazione di acqua, gas, luce elettrica”spiega Cecilia di Justiça Global, una ONG che si occupa di distribuzione delle risorse. A ruota della Policia Pacificadora, infatti, entra la LIGHT, una concessionaria di servizi elettrici che impianta un nuovo sistema di erogazione dove prima quasi tutti erano allacciati abusivamente: quasi impossibile per un favelado sostenere i costi di una bolletta ai prezzi della zona sud della cidade maravilhosa. “Ho dovuto già licenziare due dipendenti, presto immagino che dovrò chiudere” spiega Marcelo Martins, il panettiere di Dona Marta. “Ho aumentato di poco il prezzo del pane, ma non basta a equilibrare costi e benefici. E se aumento ancota il prezzo, la gente di qui non potrà più permetterselo”.
Aumentano elettricità, acqua e pane. Molte volte questi rincari attingono dalle tasche di disoccupati a cui contemporaneamente vengono offerte alcune decine di migliaia di euro per vendere la casa e andarsene altrove, presumibilmente nella zona nord della città. “Sono già in molti a pensare di andarsene” conferma Sebastiào, un’abitante della zona alta, la più povera della favela, e a cui è stata già staccata la luce per non aver pagato in tempo. Peggio ancora sarà quando entrerà in vigore il nuovo sistema dell’acqua, con un contatore prepagato che smette di erogare acqua se non lo si ricarica.
Dona Marta e le altre favelas della zona sud, grazie a regolarizzazione di case e servizi, diventeranno nei prossimi anni zone migliori. Ma non per le stesse persone.

giovedì 11 marzo 2010

curve pauliste


San Paolo non è una città per ex fumatori. Il grigio con cui è forgiata esenta i viziati di ogni ordine ed età che, appena possono, con un pacchetto in una mano e un accendino nell'altra, danno il loro piccolo personale contributo all'inquinamento della megalopoli, espirando voluttuose volute e infarcendo d'invidia non solo chiunque abbia acceso una sigaretta in vita sua, ma anche chi vi abbia mai anche solo fantasticato, succhiando il fondo delle matite da bambino.
Naturalmente San Paolo è molto più del suo grigiume. San Paolo è molto perchè è qualcosa di tutto. Viene il dubbio che ci siano più cose a San Paolo che in cielo e in terra. Ci si potrebbe sbizzarrire a farsi venire una voglia che non possa essere soddisfatta all'ombra di qualcuno dei suoi palazzi; se ne uscirebbe comunque rimborsati.

Jandira
E tutto sommato, complice la tentazione di accendersi una sigaretta alla faccia di tutto, non è così male camminarla, essere urtata dai suoi passanti, sentirsi comprata dai suoi negozi, chiederle per favore un po' di verde, trovarlo in qualche piazza improvvisamente tropicale; perdersi nel dedalo della sua metropolitana, consolarsi con un sacchettino di paes de quiejo in miniatura (otto per novantanove centesimi!) pronunciare a mezza voce i nomi, quasi tutti tronchi, delle sue stazioni. Non è male anche perchè è cosa saputa che poi da una delle maggiori, Barra Funda - molto meno inquietante del nome che si ritrova- si prende il treno per Jandira, un municipio da cui vive e lavora da vent'anni padre Giancarlo- un prete padovano che ha avuto la vita strettamente intrecciata non solo alle sorti del Brasile... ma anche a quelle di Reggio Emilia.
Di tutte le rivoluzioni a cui ha partecipato in vent'anni di periferia brasiliana e che mi racconta in ordine sparso, quella che vorrei qui raccontare è solo la più recente.

La Comuna Urbana
I venditori ambulanti che distribuivano per qualche spicciolo sigarette e caramelle sulla linea ferroviaria Barra Funda-Itapevì misero gli occhi su una porzione di terra libera da case, che separava la ferrovia dal torrente, nel municipio di Jandira. Si misero insieme e la occuparono, dandole un nome che non avrebbe portato troppo fortuna. Vila Esperança.
Arrivarono centinaia di nuovi occupanti in pochi mesi. La favela si arrampicava sulle sponde di un torrente di città, di quelli che a ogni pioggia si gonfiano e allagano tutte le baracche portandosi via le più fragili. Era un aspetto cui al momento dell'occupazione nessuno aveva pensato. Dopo la prima piena si ritrovarono tutti a dormire sul tetto della stazione dei treni, e così fu per anni, a ogni pioggia torrenziale di quelle che periodicamente funestano Sao Paolo. Perciò, ogni volta che sentiva la pioggia bussare alla finestra, Gianchi si metteva gli stivali di gomma e scendeva alla favela per andare a tirare fuori, letteralmente, la gente dall'acqua, e accogliere almeno anziani e bambini nel capannone che faceva allo stesso tempo da asilo, da chiesa e da assembleario della comunità. Finchè il sole non tornava a seccare il fango e a far riaffiorare le bambole, sulla testa delle quali si tornava a costruire un tetto per l'ennesima volta.
La vera calamità per Vila Esperança non fu la vicinanza del fiume,ma l'ingresso del narcotraffico e, con lui, di un autentico arsenale di guerra distribuito tra le due fazioni che presto si crearono per il controllo dello spaccio di droga. “Io abitavo nel mezzo, in una zona non controllata definitivamente dagli uni nè dagli altri” mi ha raccontato Mainha, che cresce sette nipoti nella sua baracca dopo aver cresciuto sette figli, dei quali alcuni sono morti complice alcool e il narcotraffico. “Abbiamo vissuto per anni schivando pallottole vaganti. Una volta sono tornata a casa dal mercato e ho trovato un bandito che, per scappare ai rivali o alla polizia, mi si era nascosto sotto al letto”. Erano tre o quattro la settimana i cadaveri che, buttati nel torrente, si incastravano nelle palafitte più in basso. Le due fazioni del narcotraffico, protagoniste di una carneficina senza quartiere, trovarono un accordo solo su due cose: pagare la dovuta propina alla polizia per stare alla larga, e proibire a Giancarlo di andare a tenere la messa nella favela e di predicare contro di loro, convincendo gli abitanti a lottare per il diritto a un pezzo di terra in condizioni migliori e libero dal narcotraffico.
Tutto sembrava destinato a restare così a tempo indeterminato: le piene del fiume. Le pallottole vaganti. La droga. La precarietà. Ma un nuovo personaggio era destinato a entrare nella storia.

Rejeanie
Rejeanie è una donna tra i trenta o i quarant'anni. Non è bellissima, eppure se un regista volesse girare un film sulla sua storia, dovrebbe scegliere per interpretarla qualcuna un po' all'Angelina Jolie. Mi viene incontro per raccontarmi 'la sua versione dei fatti' in un giorno di pioggia, al cantiere dove sorgerà la nuova Comuna Urbana. Capelli lunghi e fradici, braghe militari, camminata da uomo. Zigomi pronunciati, sorriso inaspettatamente fragile. Quattro figlie a carico. Un marito in galera. Alle spalle tredici anni da tenente del PCC, il Primero Comando da Capital, la mafia più potente di Sao Paulo. E un presente da militante dei Sem Terra e da leader comunitaria.
“Io non ero un abitante di Vila Esperança. Frequentavo la favela solo per organizzare il lavoro dei nostri spacciatori, anche se nessuna delle fazioni che si scannavano là dentro era affiliata al Comando. Non importava: nessuno avrebbe provato a metterci i bastoni tra le ruote.Fra un affare e l'altro, diventai amica di una donna della favela. E' inutile spiegare perchè e come due donne diventano amiche. Attraverso i suoi occhi vidi la violenza di ogni giorno, la paura, la peggiore delle torture. Così, convinsi i miei superiori a comprare la favela. Semplicemente, la comprammo alle due fazioni e le mandammo via. E io mi ci trasferii.
Fine delle pallottole vaganti. Il Comando aveva il controllo assoluto e, così, garantiva la sicurezza a tutti. Pian piano, la gente cominciò a chiedermi quello che desiderava, e una delle cose era il ritorno di questo padre Giancarlo. Andai a casa sua, gli dissi che ero del Comando, e che la gente voleva che tornasse a dire la messa. E che noi non avevamo niente in contrario. Lui si grattò la barba, cercando di capire se era una trappola. Alle fine disse: d'accordo, dì a tutti che domenica sarò lì. Non mancò nessuno”.
Gianchi naturalmente non si accontentò di tornare a celebrar messa. Bisognava guardare avanti, riallacciare la corrente della lotta per una vita libera dal narcotraffico. Si fece vivo con l'MST, il movimento dei sem terra che sentiva vicino da sempre e con cui collaborava già per altre comunità, e con loro iniziò la lotta di Vila Esperança per il diritto a una casa dignitosa. Elaborarono un progetto per farsi finanziare la costruzione di un nuovo quartiere alla periferia della città, nel quadro di un programma del governo Lula. Ma il regolamento per chi avesse voluto avanzare la richiesta era chiaro: niente spaccio e niente armi. Sarebbe stata, e sarà, la prima Comuna Urbana del Movimento dei Sem Terra.
La favela si ruppe. Da una parte chi seguiva il prete e l'MST, dall'altra chi dava a ragione a Rejeanie: “Io dicevo, niente cazzate. Non esistono favelas senza il narcotraffico. E' meglio stabilire da subito chi comanderà ed evitare stragi”. I due diventarono acerrimi avversari nella guerra per il futuro di Vila Esperança.
E poi, la vita di Rejeanie iniziò a cambiare. Così dice. O forse fu lei a cambiare, e la vita cambiò con lei.
Si accorse che ogni volta che metteva piede fuori dalla favela, doveva corrompere la polizia per fare qualche metro. Che questo succedeva regolarmente davanti agli occhi delle sue bambine, che stavano diventando ragazze. Che forse avrebbe partecipato ai funerali dei loro fidanzatini, ammazzati da qualche pallottola del narcotraffico o dal crack che lei faceva circolare. Poi, anche se lei era sempre riuscita a maneggiare droga senza usarla, non era sicura che loro avrebbero saputo fare lo stesso.
Si rese conto che forse molte famiglie sarebbero riuscite a entrare nel nuovo progetto, e la favela sarebbe scomparsa, e lei sarebbe finita semplicemente a fare la stessa cosa altrove, pedina di una gerarchia che, infondo, non le interessava scalare.
E poi c'erano i discorsi dei Sem Terra. Doveva remare contro di loro ma, ascoltandoli, una parte di lei cominciò ad allentare la resistenza a quella corrente, a quella esperança.
“Che bisogna fare per passare dalla sua parte?” chiese un giorno a Gianchi, col suo solito modo indifferente, da dura, sorprendendolo alla fine di una riunione. Come se fosse una donna tra le tante. Ma sapevano entrambi che un cambiamento di fronte della Rejeanie avrebbe rotto l'impasse.
Il giorno dopo affidò a un corriere il messaggio: fai sapere agli alti gradi del Comando che voglio uscire, costi quel che costi. In genere dentro al traffico si rimane fino a quando...fino a quando. Ma siccome era una donna e, a quanto pareva, qualcuno dall'interno la teneva in grande considerazione, non la condannarono a morte, bensì a pagare fino all'ultimo spicciolo che aveva. Per cui Rejeanie, la regina della favela, la Cleopatra di Vila Esperança, si ritrovò miserabile tra i poveri.
Però ha un lavoro, nella cooperativa che sta costruendo la nuova Comuna Urbana. Il suo lavoro consiste nel costruire la casa in cui, a partire da ottobre, abiterà con le sue figlie, al posto della baracca di plastica e lamiera di oggi. Lavora con ogni tempo e temperatura, tanto che la gente della favela l'ha eletta fra i coordinatori del progetto. E una volta che il quartiere sarà vivo e abitato, avrà un altro impiego, stavolta nella Panetteria Comunitaria. Non solo: “già per il prossimo carnevale le mie ragazze faranno sbavare i maschi sculettando nell' Unidos da Lona Preta”, la scuola di samba della favela.
“Cammino ogni giorno su un muro, indecisa su da che parte lasciarmi cadere” ammette, a modo suo tranquilla. “Non fingo di essere un'eroina del bene. Sapevo di avere davanti, in un modo o nell'altro, un sacrificio. Ho scelto questo. So anche che non passerò mai inosservata, e che per molti rimarrò sempre una tenente del Comando, perciò forse tanto varrebbe tornare a esserlo. Invece sono di nuovo al fronte, ma come Sem Terra”.
Il destino di certe persone è di essere davanti, sempre davanti. Nel bene e nel male.

sabato 27 febbraio 2010

L'Amazzonia che non scuoce


E' il cuore dell'America del Sud, la congiunzione dell'Amazzonia di tre paesi: Bolivia, Perù e Brasile. Porto Velho, capitale della Rondonia: arrivava qui la ferrovia proveniente dalla Bolivia che gli inglesi costruirono in cambio della cessione dell'Acre al Brasile, alle fine della guerra Araguaia del 1910. Oggi il trasporto su strada ha soppiantato quello su binari, ma lo scopo è sempre lo stesso: imbarcare materie prima sul fiume Madeira, che nasce sulla Ande boliviane e costeggia Porto Velho per sfociare nel Rio delle Amazzoni, sul quale i carichi navigheranno fino a Belèm e da lì oltreoceano.
Anche la natura del carico è cambiata nel tempo. I minerali della Bolivia hanno lasciato il posto alla gomma dell'albero di seringa e al legno pregiato da inviare nel nord del mondo.
Ma il via vai non è mai stato intenso come per il carico del nuovo millennio. La BR 364, strada statale che congiunge la Rondonia al sudest del paese, è una via vai di camion da lunedì a lunedì. Pare ne arrivino circa milletrecento al giorno: trasportano quasi tutti soia. La piantina alta meno di mezzo metro che ha già reso deserti verdi il Mato grosso e il Mato grosso do Sul, i due stati che più si sono votati alla monocoltivazione intensiva per la produzione del boidiesel. Sarebbe un tragitto più breve dirigerli verso est, e imbarcarli dal porto di Niteroi o dallo Stato di Sao Paulo. Ma la transamazzonica fluviale è decisamente meno costosa: il Brasile ha reso la propria parte di foresta una rampa di lancia per l'export. Pur di seguire questo percorso, alcuni camionisti aspettano tre giorni per poter finalmente scaricare la soia su una chiatta diretta a Belèm. Intanto, ammazzano il tempo in questa città asfissiante e senza molto da dire, senz'anima come tutte le città cresciute vorticosamente intorno a un business che devasta il contesto in cui si sviluppa. Porto Velho non è altro che un'appendice storpia del business rappresentato dal suo fiume. Tant'è vero che ne sta essendo schiacciata: presto il porto non sarà più l'unica ragione dell'andirivieni in città.
Se in pochi anni la città è passata da cinquecentomila a un milione e mezzo di abitanti, è per la costruzione di un opera faraonica di produzione di energia idroelettrica sul fiume Madeira, nientemeno che il maggior affluente del Rio delle Amazzoni. Che si è già trasformato in un enorme cantiere: sconfitta l'opposizione di movimenti sociali e comunità di base, si concretizza il Complexo Rio Madeira, un faraonico progetto all'interno dell'Integrazione di Infra Struttura Regionale Sud Americana IIRSA. Quattro centrali idroelettriche, di cui due in Brasile, uno in Bolivia e una quarta binazionale per un totale di seimila Megawatt prodotti; due laghi artificiali in corrispondenza delle centrali brasiliane, una linea di trasmissione energetica fino a San Paolo, un'autostrada (promette la compagnia Oderbrecht, che guida il consorzio dei costruttori) che perforerà le Ande diretta ai porti del Perù sull'oceano Pacifico. Un costo di cinquanta miliardi di euro, quasi tutti di denaro pubblico (il principale finanziatore è il BNDES). Ma mentre le imprese che compongono il consorzio avranno l'energia disponibile a prezzo di costo, quella che rivenderanno al pubblico sarà a prezzo di mercato, con un lucro inestimabile e destinato a lievitare negli anni. “La battaglia contro la realizzazione del Progetto è stata persa” ammette Orcelio del movimento dei danneggiati dalle dighe (MaB). “Ora bisogna combattere quella per il diritto a giuste indennizzi”. Chi è in contrattazione con le piccole comunità che verranno sommerse dopo la costruzione delle dighe, però, sono le stesse imprese (come la franco-belga Suez Tractebel), che propongono aut-aut inaccettabili e costruiscono in alternativa le cosiddette “agrovilas”, quartieri dormitorio lontani dal fiume di cui i riberinhos erano abituati a vivere. Come Mutumparanà, una comunità di pescatori e garimpeiros (i cercatori di minerali sul letto del fiume) che vivono in palafitte sulla riva del fiume duecento chilometri a ovest di Porto Velho. E che, accettino o no gli indennizzi, saranno sommersi nel giro di due anni. Così le decine di comunità di indigeni Caripuna e Caritiana, alcune delle quali vivono senza aver avuto contatti con la nostra civiltà.
Al di là delle migliaia di ribeirinhos minacciati dalla costruzione delle dighe, il Complexo Rio Madeira rappresenta in toto l'applicazione di un modello che mette a repentaglio l'intero biosistema amazzonico: ecco perchè nella primavera del 2008 ha provocato le dimissioni di Marina Silva, la compagna di lotte di Chico Mendes, acriana come lui e ministra dell'Ambiente dal primo governo Lula, e che si candiderà col Partito Verde alle presidenziali di ottobre.
Del resto, per mantenere il ritmo di crescita accelerata mantenuta negli ultimi anni, il Brasile ha sempre più bisogno di energia. E qual'è la frontiera di espansione energetica più a buon mercato, se non la stessa Amazzonia che, con i suoi fiumi, offre un potenziale immenso sotto forma di energia idroelettrica? L'Amazzonia non scuoce mai. E' sempre buona da mangiare.

sabato 20 febbraio 2010

sao paulo-porto velho



In Brasile si è già iniziata a combattere la futura guerra mondiale tra razionalità e irrazionalità. Tutti contro tutti. Sono razionali i mega investimenti per rubare acqua e cuore all' amazzonia. Sono razionali i deserti delle monocoltivazioni. E' irrazionale il venditore ambulante di pamuya, lo squisito e rovente impasto di mais, formaggio e carne avvolto da foglie di pannocchia. E' irrazionale l'arcobaleno doppio che alimenta il narcisismo del cielo dopo la pioggia, a Riberào Preto, poche ore prima del tramonto.
Riberao Preto è una delle prima fermate dell'autobus da San Paolo a Porto Velho, dopo mezza dozzina di ore di viaggio. Mi capita come compagno di viaggio il signor Joao- di nuovo un Joao dai capelli bianchi, come da Moçimboa da Praia a Pemba, Mozambico.
Nato nello stato di Minais Gerais quarantacinque anni fa e trasferitosi nell'amazzonia quasi disabitata in cerca di terra e lavoro, Joao ha intrapreso questo viaggio a ritroso col figlio minore, Cleito, quattordicenne, per andare a trovare la madre di Cleito, nel frattempo trasferitasi a San Paolo. Anche se ci conosciamo da pochi minuti, mi dice che non vede l'ex moglie da quando si sono separati e che, per quanto avrebbe voluto risposarsi, non ha trovato ancora una donna da amare altrettanto.
Poco dopo di noi sale sull'autobus la passeggera che movimenterà i due giorni d'autobus: Maria, vestito verde, zeppe fosferescenti e sintomi di nanismo (primo tra tutti, mi arriva all'ombelico). Si fa notare subito cantando a squarciagola inni evangelici. Poi attacca bottone con Joao facendo domande assassine sulla sua fede. In pochi minuti Joao scopre di essere condannato alle fiamme eterne; cerca disperatamente di scrollarsi di dosso l'inferno brandendo una bibbia che porta con sè e citando quel che ricorda del catechismo. Ma Maria, forte dell'elezione che Dio le avrebbe concesso salvandola dalla tragedia del volo della Gol del 1983 (di cui sostiene di essere stata una dei quattro superstiti) gli toglie ogni speranza. A meno che, naturalmente, si converta alla fede evangelica, entrando in una qualsiasi delle circa diciannovemila congregazioni nate in Brasile negli ultimi vent'anni, e abbandoni la troppo blanda fede cattolica, che lo lascerebbe fuori dalla Nuova Gerusalemme.
Naturalmente è piuttosto surreale assistere a una discussione di questo tenore, per lo più tra due perfetti estranei. Ma in Brasile, Dio, a ragione o torto, per fede o per business, è sulla bocca di tutti.
E' irrazionale discutere di queste cose, ma in qualche modo i civili dovranno pur difendersi, in questa guerra. E intanto che ci difendiamo, attraversiamo cinquantadue ore del campo di battaglia: dall'industriale San Paulo, ai pascoli malinconici di Minas Gerais, agli altipiani a singhiozzo della Goias, ai campi di soia transgenica del Mato Grosso,deserti verdi in cui non compare anima viva, tranne gli uomini volanti che sganciano pesticidi dagli aeroplanini che ci ronzano sulla testa. E anche nei loro getti a mezz'aria vediamo formarsi l'arcobaleno. Ma questo, si sa è il paese delle contraddizioni.
In Amazzonia,quella sua branchia detta Rondonia, si entra infine di notte, di soppiatto, per non disturbare ciò che è già sconvolto. La Rondonia orientale, la prima che si incontra, è una foresta spelacchiata e che si aggrappa alla stagione delle piogge per rievocare il verde violento che il progresso ha risparmiato solo come idea. Ma avvicinandoci a Porto Velho, sulla strada verso l'Acre, la foresta trova una sorta di -temporanea- rivincita.
Continua...

sabato 31 ottobre 2009

johannesburg, donne e cartapesta


L'ultimo capitolo delle mie incursioni africane è sempre Johannesburg (o, come direbbe chi ne sa, JoanElensburg).
Si chiude a johannesburg perchè da qui i voli costano poco. E perchè da qui costano poco? Perchè questa è la capitale di un continente intero. Piaccia o no, tutto passa da questa metropoli grigiofumo che ti fa sentire a New York per le sue infinite possibilità sfavillanti ma anche per i suoi infiniti bronx, per i suoi edifici anni 30 con le scale antincendio e per quella specie di sax di sottofondo mentre la cammini circospetta- circospetta tu e circospetta lei.
Curioso - o ovvio?- che la capitale dell'Africa sia forse la sua metropoli meno africana, cuore del paese che il meno africano lo è sicuramente, anche se nella sua storia conserva marcato a fuoco un destino in cui, in maniera forse indelebile, sono passati quasi tutti i paesi dell'Africa australe.
Il mail & guardian, un ottimo settimanale sudafricano, ha appena dedicato un numero al tema del razzismo che ancora permea la società. Riassunto fattomi da Clara che vive qui da un anno e mezzo: i neri fanno la parte dei buoni, i bianchi fanno la parte dei vaghi. E quando possono si evitano con eguale e simmetrico piacere.
La Commissione per la Verità e la Riconciliazione presieduta dal grande Desmond Tutu ha incarnato sulla terra una capacità di perdono che, per chi conosce anche solo vagamente le atrocità dell'apartheid, ha del divino.
Ma alla catarsi collettiva non hanno corrisposto le milioni di individuali, altrettanto necessarie. Tanto più che la stragrande maggioranza dei neri continua a vivere confinata in baraccopoli senza accesso ai servizi che le erano preclusi per legge durante l'apartheid. Molto spesso questo dà luogo ad angoscianti guerre tra poveri, com'è successo nel maggio 2008 durante gli attacchi xenofobici contro mozambicani e zimbabweani bruciati vivi.

Eppur, si muove. Oggi ho visitato una cooperativa di donne,la Twanano Paper Making, in una delle aree più povere di Ivory Park, una storica township di Johannesburg. La cooperativa si occupa di costruire oggetti col materiale di recupero fornito da un'ombrello più ampio di cooperative di raccolta e riciclaggio di spazzatura.
Gloria, quella che aveva l'aria di tirare un po' le fila, aveva uno sguardo da dura e il sorriso stanco. Giorni fa Gloria ha partecipato, invitata da Clara, a una conferenza sulle cooperative in cui ha raccontato i nove anni di vita della sua. Prima di andarsene si è presa tutte le caramelle del tavolo dei relatori (...me la immagino, con quello sguardo duro) e ha tenuto a mo' di trofeo il cavaliere col suo nome da relatrice. Virginia, invece, è una di quei donnoni con fare materno e risata dietro l'angolo. E' stata lei a spiegarci quasi tutto il processo infilando le manone nei secchi di riciclato, di fibra e di tinta per fare la cartapesta. Con loro si era fermata ad aspettarci una terza socia, che non parlava una parola di inglese ma sorrideva orgogliosa. Nella cooperativa regnava l'odore buono dei libri vecchi ma non polverosi, e fuori, al sole, la township continuava la sua vita producendo spazzatura e accatastandola ai bordi delle strade, pronta per essere riciclata e fornire reddito alle volenterose con le mani in pasta. Un pezzo di paese riproducibile mille volte. Volendo.
E se il Sudafrica si desse una seconda possibilità per rendere umano un sogno che ha avuto del divino?